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Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

CINEMA

La commedia (all’)italiana: l’importanza dei caratteristi, da Franco Fabrizi a Mario Castellani e Giacomo Furia, da Dorian Gray ad Aldo Giuffré fino a Peppino De Filippo

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    ► Franco Fabrizi con Leonora Ruffo (“I vitelloni”, 1953)

    (Alfonso Pasti) – A un certo punto de “I vitelloni”, la voce narrante dice: “…proprio quando ci eravamo quasi dimenticati di loro, Fausto e Sandrina tornarono”. La battuta in sé non dice molto, tuttavia ha il merito di situare azione e morale della storia.

    Prima, però, occorre tener conto che il film di Fellini è il più preciso ritratto che il nostro cinema abbia offerto della provincia, dei suoi sonni e delle sue euforie. La frase, tradotta, significa più o meno questo: quando te ne parti (anche per un semplice viaggio di nozze) bastano poche ore che i tuoi amici quasi ti dimenticano, col torpore della noia. Magari sei solo andato a Roma, come tutti prima o poi (dato che a Napoli si muore), magari hai un interesse che ti sporge oltre la piazza e il corso del paese, e allora sei finito. Anzi, sei dimenticato, i compaesani non riescono ad accettare la diversità del tuo entusiasmo. Senza cattiveria, ti dimenticano.

    Quel film di Fellini è ancora oggi lo scrigno di un cinema che valorizzava i non protagonisti, costruendo personaggi eloquenti nella loro discrezione. Fausto era Franco Fabrizi. Per tutta la vita è rimasto prigioniero di quel personaggio: nella nostra memoria continuerà ad essere il mandrillo infido, charmant e meschino. Capace di reagire alle sue bravate solo con le lagne. In realtà, la storia del nostro cinema è gremita di ruoli ricorrenti con attori ricorrenti. La dimostrazione di quello che è uno degli imperativi degli attori di secondo piano: “non esistono piccole parti, esistono solo piccoli attori”. L’aforisma del ferreo Stanislavskij è stato sfruttato per anni da produttori e sceneggiatori per tener buoni figuranti e caratteristi che lamentano pose troppo esigue. Ma alla fine, visto che siamo in Italia e professiamo l’estetica dell’arrangiamento, l’adagio è diventato confortevole come un alibi. Perché a noi “c’ha rovinato la malattia”, sennò a quest’ora stavamo tutti “nel” Kansas City, è chiaro.

    murgia

     Tiberio “ferribbotte” Murgia, caratterista sacro fra due mostri sacri. “Faceva lo sguattero in un ristorante. Lo scelsi perché cercavo un ragazzo che avesse un certo che di altero pur essendo un miserabile. Era sardo ma ne facemmo un siciliano” (Mario Monicelli)

    Se chiedi a un nostro attore che non vedi da un po’ al cinema cosa sta facendo, lui inevitabilmente risponde che sta facendo del teatro, se lo hai visto poco al teatro, ti risponde che sta facendo televisione, se lo hai visto poco in televisione, è perché sta facendo doppiaggio, se non lo hai visto per niente, dice che sta provando uno spettacolo sperimentale o, ancora meglio, che sta vagliando alcuni progetti di cui preferisce non parlare per scaramanzia. A noi c’ha rovinato il genus italicum, altro che, ogni scusa è buona. Per questo i nostri caratteristi non sono mai stati sereni, hanno sempre vissuto il loro carisma periferico come una colpa. Senza pensare che il cinema è anche fatto di corpi, maschere, voci, contegno e pure Stanislaskij e scopate con i produttori (fatte cioè con metodo).

    In questo baraccone scombinato, meravigliosamente amorale, dovrebbe esserci posto per tutti, no? Anche per quelli che facendosi coraggio pensano che non esistono “piccoli attori”. Eppure, in un mestiere che si poggia su esibizione e vanità, neppure Narciso sarebbe stato contento. Semmai, si sarebbe fatto chiamare Impreciso. Perché, appena fuori dal cinema nessuno si sarebbe ricordato il suo nome.

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    ► Maria Luisa Mangini, in arte Dorian Gray

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    ► Gianni Agus con Paolo Villaggio in un Fracchia televisivo

     

     

     

     

     

     

     

    Leccandosi le ferite, il caratterista vive di provini e di una vita non ammobiliata, precaria, con punte d’estro molto frustrate fra pensioncine vicino alle stazioni, pasti di fretta in osteria (se non un panozzo americano al passo coi tempi), ospitate in televisioni rionali, fotografie da gigioni, tinture a strafottere (la plastica solo di rado, è fuori budget), famiglie vacillanti, l’attesa continua di un riscatto imminente: della parte “della vita”.

    Ma, un momento: siamo proprio sicuri che Totò avrebbe avuto la stessa forza non dico senza il magistrale Peppino De Filippo (del quale andrebbe indagata la personalità eclettica) ma persino senza spalle duttili come Mario Castellani (l’onorevole Trombetta, per dirne uno) e Giacomo Furia (il pizzaiolo candido e tradito de “L’oro di Napoli” e lo sprovveduto falsario pittore/imbianchino de “La banda degli onesti”), siamo proprio sicuri che Walter Chiari avrebbe avuto la stessa verve televisiva senza Carlo Campanini che gli urlava “vieni avanti cretino!”, siamo proprio sicuri che Sordi senza Franca Valeri a chiamarlo “cretinetti” oppure Livio Lorenzon, Nando Bruno, Ciccio Barbi o Claudio Gora a porgergli la battuta sarebbe stato veramente l’Albertone nazionale? Probabilmente, no.

    Il valore di una spalla si misura nel valore del protagonista, giacché meno talento ha la star, meno talento ha la spalla. Di solito i migliori attori hanno intorno i migliori caratteristi. Diversamente, rischiano di girare a vuoto, rischiano il compiacimento, lo sfinimento pubblico. A meno che non rispettino alla lettera il loro onorevole, seppur conciso, mandato. Con un po’ di impegno e altrettanta passione non è difficile memorizzare queste facce di contorno. Purtroppo non se ne ricorda sempre il nome, ma l’emozione rimane.

    Se il neorealismo ci ha regalato attori presi dalla strada, straordinariamente autentici (ad esempio, Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Stajola in “Ladri di biciclette”, Eleonora Brown ne “La ciociara”), è con la commedia all’italiana che il peso satirico del caratterista si fa decisivo nella riuscita di una storia, nella sua probabilità.

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    ► Aldo Giuffré (nella foto con a sinistra il fratello Carlo) è stato uno dei caratteristi più versatili del nostro cinema. Misurato e di buona presenza fisica, è apparso ne “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy (1962), “I due nemici” di Guy Hamilton (1962) e in “Ieri, oggi e domani” di Vittorio De Sica (1963) in cui è un trascinante popolano nell’episodio “Adelina”. Ha interpretato circa un centinaio di film, si è dedicato al teatro col fratello Carlo (nella foto, a sinistra) riprendendo alcune commedie di Eduardo. Ma passerà alla storia per tutt’altro motivo: nemmeno ventenne è assunto come annunciatore radiofonico alla Rai di Napoli, presto si trasferirà a Roma. Il 25 aprile del 1945 è sua la voce che annuncia agli italiani la fine della guerra

    Qualche nome: Leopoldo Trieste (anche autore e regista degno di comparsate “svagate e geniali” come ebbe a dire Claudio G. Fava), Mario e Memmo Carotenuto dappertutto, Carlo Croccolo (“birra  e salsicce”), Gianni Agus (il podestà de “I due marescialli” e la croce di Fracchia), Eleonora Rossi Drago (diva borghese), Ave Ninchi (la madre di tutte le massaie), Giacomo Furia (il “pittore” de “La banda degli onesti”), Pietro De Vico (tartagliante), Didi Perego (matrona e bonona), Nanda Primavera (stella della rivista e madre di Sordi ne “Il medico della mutua”), Isa Pola, Isa Barzizza (il femminino di Totò), Riccardo Garrone (il gradasso de “I soliti ignoti”, ancora sulla breccia), Carlo Delle Piane (in fasce da compagnuccio della parrocchietta in “Mamma mia che impressione!”, poi riscoperto e consacrato da Pupi Avati), Dorian Gray (pioniera della chirurgia estetica, si ritirò nemmeno quarantenne per non svelare il suo invecchiamento e per la gioia di Oscar Wilde che non avrebbe gradito quel nome per una donna), Galeazzo Benti (lo snob dei film di Totò, prese e se ne andò in Venezuela diventando un divo del teatro e poi tornò nell’80 per fare sostanzialmente se stesso in quella che molti ritengono l’ultima vera commedia all’italiana, “La terrazza” di Scola, dove minacciava una nuova partenza agli amici troppo ideologizzati), Vincenzo Talarico (noto giornalista, nella vita), Alessandro Cutolo (classico intellettuale napoletano prestato al cinema solo per film di Sordi e protagonista in tv della rubrica “Una risposta per voi”), bei tenebrosi come Antonio Cifariello (morto di cancro trentottenne) e Silvano Tranquilli (sex symbol per la Vitti di “Amore mio aiutami” e voluto anche da Lelouch in “Una donna e una canaglia”), bambini come Giancarlo Zarfati (il Gigetto tenore per caso in “Bravissimo”) e ragazzini come Geronimo Meynier (un belloccio preliceale), inarrestabili matusalemme come Turi Pandolfini (e il suo falsetto censorio), Franco Giacobini (talento sottovalutato, si pensi a “L’alibi”), Mario Pisu (fratello maggiore del meno incisivo Raffaele), Gastone Moschin (prezioso anche in ruoli brillanti come in “Italian secret service”), Nando Bruno, Saro Urzì (indispensabile strumento siculo di Germi), Ruggero Marchi (“cummenda” a vita come anni dopo accadrà all’Ugo Bologna di Fantozzi), Tiberio “ferribbotte” Murgia (“faceva lo sguattero in un ristorante. Lo scelsi perché cercavo un ragazzo che avesse un certo che di altero pur essendo un miserabile. Era sardo ma ne facemmo un siciliano” ricorda Monicelli), bellezze passeggere come Leonora Ruffo e Franca Tamantini, Achille Majeroni (siracusano, il capocomico laido de “I vitelloni”), Tino Scotti (che si rifece con la pubblicità della Falqui), il già citato Ciccio Barbi (spesso prete schifiltoso), stelle della televisione come Riccardo Billi e Mario Riva (Billi era toscano ma era costretto, per ragioni mercato, a parlare un suo amabile romanesco. Oggi vallo a dire a Pieraccioni e Ceccherini), Fiorenzo Fiorentini (balbuziente ma in pochi se ne accorsero, data la sua tecnica), Roberto Risso (l’appuntato veneto e piacente di “Pane, amore e fantasia”, in realtà era svizzero di Ginevra), l’eterno Enzo Garinei, Livio Lorenzon (campione dei film storici e il marchese Stucchi de “Il vedovo”), Folco Lulli (amato anche in Francia e Nastro d’argento come miglior non protagonista per “I compagni”), Salvo Randone (grande attore di teatro, vicino al cinema civile da “Le mani sulla città” a “La classe operaia va in paradiso”), doppiatori improvvisamente di faccia come Carletto Romano, Paolo Ferrari (“Tao” per gli amici e ancora fior d’attore), teatranti versatili come Gianrico Tedeschi (che col tempo si è nutrito di Philadelphia), Aroldo Tieri (coccolato da Totò molto prima di Giuliana Lojodice), Mario Scaccia (ghigno adatto ai periodici film di Magni sulla Roma papalina), Sergio Tofano (con lo pseudonimo di Sto, s’inventò il fumetto del signor Bonaventura e nel frattempo recitò in una cinquantina di film, rispondendo alle domande più strane: “Agostino, tu amasti?” gli chiedeva Sordi ne “La bella di Roma”), Paolo Stoppa (indimenticabile cornuto ne “Il giudizio universale”) e sua moglie Rina Morelli (anche doppiatrice di talento, si pensi alla Judy Holliday di “Nata ieri”), Gianni Bonagura (complice dell’audace colpo dei soliti ignoti, poi fine dicitore in seminari letterari e università), la rivoluzionaria Franca Valeri che con Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli s’inventò il proto-cabaret con la Compagnia dei gobbi (Caprioli diresse anche film di una certa forza come “Leoni al sole” tratto da “Ferito a morte” di La Capria).

    Si potrebbe continuare a lungo. Raccogliendo decine di altri nomi, spiegando che fra divi e spalle s’instaura una specie di rapporto di coppia, affettuosamente complementare: alle pendici della simbiosi, che, in sostanza, il non protagonista è l’indispensabile metà oscura di una storia. Lo specchio della sua verosimiglianza oppure il contrario, giacché i caratteristi sono disposti a tutto persino a non recitare se il protagonista non lo sa fare.

    Elizabeth Bowen ha detto che i personaggi non vengono creati dagli autori. Preesistono, devono solo essere trovati. Anche al cinema.


    Letture
    L’opera completa di Marco Giusti (fra libri e tv di straculto) riesce da sola a districarsi in questo dedalo di facce (ride’) e facce (piagne’), val la pena di leggere almeno il “Dizionario dei film italiani Stracult”, Sperling & Kupfer 1999;
    M. Giraldi, E. Lancia, F. Melelli, “100 caratteristi del cinema italiano”, Gremese 2006;
    A. Bevilacqua (a cura di), “I grandi comici”, Rizzoli 1965;
    M. Guidorizzi, “Voci d’autore”, Cierre 1999;
    Andrea Pergolari, “Dizionario dei protagonisti del cinema comico e della commedia all’italiana”, Un mondo a parte 2003.


    Da Storie 41/2001 – Terza, quarta, quinta persona

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