rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2016 | TERZA, QUARTA, QUINTA PERSONA – pt. I

TELEVISIONE

Ciprì e Maresco: le facce e i corpi di Cinico TV. “Per noi Paviglianiti è bello, sicuramente più bello di Isabelle Adjani!”. Guardalo recitare “A Silvio”

    (Un bar di Palermo. Daniele, Franco e Umberto
    parlano dei personaggi di Cinico TV. Corpi e volti
    che si lasciano 
    inquadrare come oggetti.
    Un 
    pugno di disgraziati, di pazzi che sono ‘belli’
    in quanto sconfitti in partenza. La loro rabbia
    non è quella di chi vuol vivere meglio ma di chi sa
    di dover morire. 
    Il punto di vista, spiegano Ciprì
    e Maresco,non è ideologico ma estetico:
    questi sono gli eroi di una resistenza ‘mitica’,
    destinati 
    ad essere sterminati, come i soldati di Troia) 


    (Umberto Cantone) – Fine giugno del ‘93. Palermo. Pomeriggio come tanti altri, al bar. Forse da sempre seduti a chiacchierare: Daniele, Franco e il sottoscritto. Gelo di mellone, cocacola e vodka. Si riparla (ovvio!) di cinema. Dell’immortale cinema americano (ovvio!). Di John Ford (ovvio!). Come se non fossimo là dove siamo, mi pare adesso riascoltando la registrazione: dove diavolo siamo stati, da sempre? Dove non lo so, ma come siamo stati forse a questo punto posso dirlo: mai veramente cinici, almeno fra di noi. Sicuramente crudeli, ma cinici mai. Questa non è un’intervista (e come potrebbe esserlo?).

    Dunque, il preferito di Daniele è “Ombre rosse” (e lo dice bevendo vodka!). Azzardo, per me, “I cavalieri del Nord-Ovest”. I favoriti di Franco (quelli che ormai nessuno può farli): “Sfida infernale”, “Sentieri selvaggi”, “L’uomo che uccise Liberty Valance”. Dove sono quei registi, dove sono quegli attori, dov’è quel pubblico, dove sono quei titoli?
    “Vogliamo smettere di sognare? – tuona roco Daniele – II cinema è consumo! Altrimenti come vi spiegate il già dimenticato ‘Dracula’ di Coppola per soli due mesi cult planetario?”. Guardo lo sguardo di Franco e riscopro (come se non lo sapessi!) che lui – in fondo in fondo – proprio non se lo spiega.

    Cinici forse mai, penso. Daniele il saggio c’infilza: “Certamente, meno male che c’è John Ford… Ma l’altro giorno dicevamo che i ‘video’, quelli che facciamo, quelli che vediamo, invecchiano subito, oggi come oggi. Bene, anche per i film è ormai così!”.
    Già, c’è la televisione! La televisione: nostro sogno e nostro incubo. Converrebbe citare all’infinito prima di rassegnarsi ai tristi tempi. Ma dobbiamo riparlare d’altro, c’è un libro da fare, un libro su “Cinico” (consumo?). [1] Macché!

    E il vostro fare televisione e fare cinema? domando.
    Incontenibile Franco: “Il cinema oggi non può essere rivoluzionario. Contro chi bisognerebbe combattere e, soprattutto, a favore di chi?”.

    Insisto: Eppure voi una scelta l’avete fatta. Inquadrate soltanto macerie e i vostri personaggi sono tutti dei diseredati, dei poveracci, degli sconfitti.
    “So dove vuoi andare a parare… – m’interrompe Franco – Il nostro non è un discorso assimilabile a categorie ideologiche o a prese di posizione politiche. I nostri attori – che non sono nemmeno attori – non hanno alcuna identità sociale, non sono proletari e non sono nemmeno sottoproletari. Li abbiamo scelti, credo, perché hanno un tipo di faccia, un tipo di corpo che li avvicina ad un’idea di cinema che ci piace”.

    paviglianiti

    Da sinistra in primo piano, davanti a Daniele Ciprì e Franco Maresco: Pietro Giordano, Giuseppe Paviglianiti e Marcello Miranda. “Spesso partecipano a questo lavoro di improvvisazione con qualche suggerimento. Sentono per istinto il nostro umorismo. In fondo non c’è nulla di finto quando chiediamo a Marcello di restare immobile nella sua disperazione. La sua disperazione c’è, preesiste al nostro cinema. Poi noi interveniamo con l’inquadratura che amplifica questa sofferenza. A noi piace l’attore che si fa riempire, che si fa utilizzare. Per la nostra idea di scarnificazione e rarefazione del cinema vanno bene attori come i nostri: corpi che si inseriscono in un contesto, quasi sculture, simulacri”

    Ma sono corpi e facce di Palermo…
    “È evidente che sono dei ruderi… Certe cose in loro sopravvivono: resiste un linguaggio, resiste un modo di essere. Noi in qualche modo lavoriamo su questa resistenza un po’ come faceva – fatte le debite proporzioni – Beckett. Ecco, la nostra scelta è quella di mostrare la bellezza, la forza di tanta mostruosa ostinazione. Mi rendo conto che, con questo discorso, in qualche modo una denuncia la facciamo: basta guardare gli scenari di ‘Cinico Tv’, il loro degrado… Ed è anche vero che noi, attraverso i nostri personaggi, raccontiamo più le nostre inquietudini che le loro”.
    Aggiunge Daniele: “Vedi, Cinico TV è la nostra realtà virtuale. Noi raccontiamo quello che vorremmo vivere perché quel degrado è la verità delle cose”.

    Sarà grazie alla vodka, ma il discorso si fa interessante.
    Franco: “Chiariamo. Più che il rapporto con il sociale a noi interessa coltivare il rapporto con la follia umana. Attenzione agli equivoci! I nostri personaggi non rappresentano in alcun modo la possibilità di riscatto, di vitalità, di trasgressione. Non sono i personaggi di Pasolini, i furbi sottoproletari che fanno parte di una tradizione letteraria e cinematrografica: sono semplicemente dei pazzi sconfitti in partenza. Noi siamo affascinati dalla loro follia e vogliamo trasmettere questa nostra fascinazione. Insomma, visto che non ci sono più i grandi scenari di Ford o di Anthony Mann la follia rimane, per noi, l’ultimo luogo in cui rifugiarsi. I nostri personaggi sono degli alienati: con la loro follia si difendono dal mondo che li emargina”.

    Allora la visione di Cinico TV non è una visione soltanto metafisica! – esclamo.
    “Non nascondiamolo… – ridacchia Franco – Alla base del nostro cinema c’è un’idea che conduce al disgusto: il profondo disgusto per l’umanità che noi coltiviamo e tentiamo di stilizzare”.

    Il vostro disegno però è ormai condiviso. In qualche modo Cinico TV fa parte dell’immaginario collettivo – come si dice –, è di fatto una tendenza…
    Provoco e mi becco subito una secca risposta di Daniele: “Relativamente. Le nostre cose sono comunque un pugno allo stomaco dello spettatore televisivo. Il consenso che sembriamo avere è un equivoco, anzi è una trappola”.
    “Non facciamo niente per alimentare il consenso sulle nostre cose – spiega Franco. Noi andiamo avanti sulla nostra linea. Non usiamo attori perché c’interessano i corpi e i volti che si lasciano manipolare come marionette, che si lasciano inquadrare come oggetti, come elementi dei luoghi che vogliamo raccontare”.

    giuseppe-paviglianiti

    L’inequivocabile silhouette di Giuseppe Paviglianiti, uno dei “corpi” caratteristici del cinema di Ciprì e Maresco. Pancia da gravidanza, sguardo guercio, vocalizzi soavi, peto in canna, Paviglianiti a Palermo è considerato come una specie di Budda. Il petomane delle Madonie, tra un assolo e l’altro, di solito esclama un rassegnato “Certamente”. Un ex mendicante, un invalido con pensione, un riparatore di ombrelli, un pornografo indefesso, sono questi i precedenti dei personaggi di Ciprì e Maresco. Alberto Farassino ha concluso: “La televisione ha mescolato le carte, ha creato una categoria di non attori di professione, di ospiti fissi della finzione il cui ruolo è precisamente di essere sé stessi”

    Eppure i vostri non-attori sono attori straordinari o perlomeno lo sembrano. Sono maschere, corpi e volti da commedia dell’arte o da commedia all’italiana…
    “Già, forse noi siamo meno manipolatori di tanti altri… di quelli che fanno neo-neo realismo – un termine obrobrioso! Il realismo è una delle tante etichette che c’impediscono di guardare le cose come sono. Per me Hitchcock è molto più ‘realista’ di tanti autori definiti tali. Tutto passa attraverso la capacità dell’autore di sapere mettere in forma la propria visione delle cose, di sapere manipolare un’idea sulla realtà. Anche De Sica era un grande manipolatore quando metteva i violini al posto giusto per commuovere il pubblico. De Sica era un poeta…”.

    Interrotti da un gruppo di bambini sghignazzanti, cominciamo a scherzare. Franco suggerisce la solita domanda sulle donne assenti sul set dei pezzi di “Cinico”. Daniele si presta a rispondere: “Diciamolo una volta e per tutte: le donne sono sempre presenti nelle nostre cose, sono protagoniste dei sogni, dei desideri e delle canzoni dei nostri personaggi”.

    Cinici forse mai, ma un po’ misogini magari…
    Non c’è bisogno d’infierire, di citare il sempiterno slogan di Howard Hawks, “Una bella donna non vale un buon cavallo!”, per non condizionare pesantemente l’atmosfera un po’ triste in cui siamo immersi. Entriamo in una dimensione privata che evoca patetiche considerazioni e arditi parallelismi: visioni schopenhaueriane e strindbergiane su cui conveniamo è utile stendere un grande, pietoso velo.
    “Credo che vedendo le nostre cose si capisca come la pensiamo” – conclude Daniele malinconicamente.

    Preferisco infierire: Vogliamo parlare della vostra visione del futuro?
    Lungo silenzio, sospiri, risatine e sorsetti di vodka.
    “Caro Umberto… – biascica Franco – Il futuro semplicemente non c’è e lo sai bene. Quello che stiamo vivendo è brutto brutto, il nostro futuro è l’inferno. Basta guardarsi intorno per scoprire quello che ci aspetta. Già viviamo imputriditi da una volgarità estrema che passa attraverso la banalizzazione di tutte le idee e di tutte le cose, attraverso l’esibizione di un’assoluta assenza di pudore… Ti viene voglia di cancellare tutto. Noi andiamo a girare nei quartieri distrutti di questa infelice città dove non c’è nemmeno la possibilità di vivere e di comunicare il dolore da parte della gente che vi abita. Ma anche comunicare, anche denunciare è diventato inutile perché la denuncia fa parte della retorica del consumo…”.

    E se questa fosse soltanto una fase storica di un’epoca infelice? – azzardo.
    “Non credo in un futuro marxismo elettronico – taglia corto Franco – Noi stiamo assistendo alla fine di quella visione del mondo che c’è tanto cara, la visione umanistica delle cose. Parliamo una lingua che fra qualche tempo anche qui da noi, nei luoghi del sottosviluppo, sarà morta e sepolta. Cambierà, anzi sta già cambiando la concezione del tempo e della realtà…”.

    Comunque tutto quello che hai appena detto l’hai detto con qualche emozione. E Cinico TV è cinema comunque emozionante.
    Franco: “Emozione… certo. In Cinico TV c’è il contrasto tra il vecchio mondo che lentamente sparisce e il nuovo che prepotentemente viene fuori: la porcheria della nuova edilizia o la porcheria della nuova moda ideologica, esaltata quest’ultima dalla televisione – per così dire – regolare. Ebbene sì, in un certo senso non ci vergogniamo di essere nostalgici, almeno da un punto di vista antropologico. Noi inquadriamo la solitaria resistenza degli ultimi e siamo, a nostra volta, soli a farlo. Inquadriamo la violenza del nuovo in guerra con l’inutile resistenza del vecchio. I nostri personaggi sono dei sopportatori sopportati… Marcello è una specie di Cristo in croce. La violenza dei belli, dei normali, degli uomini che piacciono alle donne lo sovrasta, e lui resiste, come un martire, nella vita come nelle nostre finzioni. Naturalmente parteggiamo per lui. La nevrosi di Marcello noi la raccontiamo come un dolore universale”.

    E mentre la raccontate vi arrabbiate un po’ – domando.
    “Certo che ci arrabbiamo. D’altronde fare cinema o scrivere un libro può anche essere un’azione che si compie per evitare di compierne altre: noi facciamo Cinico TV anche per non impugnare accette o pistole in nome della nostra visione delle cose.
    Noi usiamo l’arma dell’estremizzazione grottesca di una idea di catastrofe che ci suggerisce il mondo. Continuiamo a giocare amaramente insieme ai nostri personaggi una guerra che già sappiamo di avere perso. Ci arrabbiamo come Marcello e come Marcello siamo perfettamente coscienti che arrabbiarsi oggi come oggi è inutile. La resistenza dei personaggi di Cinico TV, la nostra resistenza, non è la resistenza di ‘Cuore’ o di Leoluca Orlando, non è la resistenza degli onesti, riciclati o non, è una resistenza leggera, affrancata dalla Storia. C’interessa raccontare, insomma, la resistenza ‘mitica’ di un pugno di disgraziati, di falliti, di frustrati che per noi sono ‘belli’ proprio in quanto sconfitti, eroici come i soldati di Troia destinati ad essere sterminati. Ognuno poi legga il suo ‘messaggio’ vedendo Cinico TV, non possiamo fare niente per impedirlo.

    Noi, come sai bene, nasciamo nel 1988, nella Palermo della ‘Primavera orlandiana’ opponendo, a quella Palermo della speranza e del riscatto, la nostra visione ironica, cattiva, cinica di una Palermo che scompare inghiottita dal degrado e dalla barbarie. Ma – attenzione – il nostro punto di vista non ha niente a che fare, lo ripeto, con l’ideologia. È un punto di vista puramente estetico: per noi è bello il sorriso di Marcello, è bello Paviglianiti, sicuramente più bello di Isabelle Adjani! È la bellezza di una roccia che resiste alle intemperie.
    La rabbia nostra e dei nostri grotteschi personaggi non è la rabbia dell’uomo che vuole vivere meglio, è la rabbia dell’uomo che sa di dovere morire e non può farci niente…!”

    Potremmo riparlare, delle cose di cui parliamo sempre, all’infinito. Avevamo cominciato citando i film del mito e finiamo citando libri che ci hanno scosso fino alle budella…
    “Ricordi quando mi hai regalato ‘Morte a credito’? …” – osserva Franco.
    Siamo davvero palermitani: da Céline passiamo a parlare di Orlando versus Andreotti, della mediocrità del potere e della mediocrità degli oppositori del potere, i novelli John Doe… dai peti di Paviglianiti alla visione universale dell’uomo ‘che è fatto – diciamolo – di merda’. Giriamo intorno alle cose, ribadiamo concetti e mastichiamo incertezze. Questi siamo: come siamo stati e come forse saremo, fino alla fine dei nostri giorni. C’è del buono in questo cinismo, c’è il coraggio di Franco e Daniele di essere sinceri fino in fondo non solamente seduti al tavolino di un bar, chiacchierando tra amici, ma anche dietro cinepresa e telecamera. Esibire oggi questa visione del mondo, penso, è comunque un atto di coraggio. Ecco che cosa resterà di Cinico TV, e scusate se è poco.


    Daniele Ciprì e Franco Maresco. I due registi e sceneggiatori siciliani iniziano a collaborare intorno alla metà degli anni ’80 a Palermo, per la rete privata ITC (poi TVM). È questo il laboratorio in cui muove i primi passi il duo Ciprì e Maresco (la trasmissione sperimentale “Interno Notte” andava in onda dal salotto-biblioteca di Umberto Cantone). Dopo aver lavorato per la Fininvest con il programma “Isole Comprese”, nel 1990 iniziano la collaborazione con Rai3: Blob, Fuori orario. Cose (mai) viste, Avanzi e naturalmente Cinico TV. Del 1995 il primo lungometraggio, “Lo zio di Brooklyn”, cui seguono il discusso “Totò che visse due volte” (1998), il documentario “Enzo, domani a Palermo!” (1999), “Il ritorno di Cagliostro” (2003) e “Come inguaiammo il cinema italiano – La vera storia di Franco e Ciccio” (2004). Nel 2014 sono usciti “La buca” e “Belluscone”, di Daniele Ciprì e di Franco Maresco, rispettivamente.


    Guarda “A Silvio”, breve componimento aereo di Giuseppe Paviglianiti:

    Note
    [1] “In senso cinico”, Palma/Mazzone 1993.


    Letture e visioni
    M. Sesti, “Nuovo cinema italiano”, Theoria 1994
    Ciprì e Maresco, “Incertamente”, Tea nuova/L’Unità 1997
    Ciprì e Maresco, “In senso cinico”, Palma/Mazzone editore 1993 (video+antologia critica)
    Ciprì e Maresco, “Risate di boia”, Mondadori 1996 (video)


    Lo scritto di Umberto Cantone, tratto da “In senso cinico” (Palma/Mazzone Editore 1993), è stato pubblicato su Storie 41/2001 – Terza, quarta, quinta persona 

    storie41


    lavora-con-le-parole
    il-paroliere-banner

    Approfondimenti >

    Storie

    altri approfondimenti >
    momentismo-banner

    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: