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Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

STORIA

North Carolina, 1960: i Greensboro Four

    (Barbara Pezzopane) – Ha fame, Joseph, o forse è per scuotersi dai torpori autostradali che decide di ordinare al ristorante di Union Station, dove lo ha scaricato il pullman riportandolo indietro da Wilmington. Ci è stato durante le lunghe vacanze di Natale e adesso sta rientrando a Greensboro. È qui che studia all’Agricultural and Technical College ed è qui che domani, primo giorno di febbraio del 1960, aiuterà a scrivere una pagina importante nella storia del movimento per i diritti civili e una primigenia di quello studentesco. Joseph McNeil non lo sa ancora, però sa che (anche) in quel ristorante della stazione ai negri come lui non è permesso sedersi a consumare, e non è per sentito dire.

    greensboro-four

    Per sei lunghi mesi attraverso il bancone del Woolworth di Greensboro, al 132 di Elm Street, contestatori e camerieri  si scrutarono reciprocamente. Alla fine, prevalse quel che Langston Hughes verseggiava da par suo con l’ausilio discreto di una congiunzione (“I, too, am America”) e i quattro studenti che avevano iniziato la protesta – Joseph McNeil, David Richmond, Franklin McCain e Ezell Blair – passarono alla storia come i Greensboro Four

    L’umiliazione fresca quanto atavica lo segue fino al campus di Scott Hall dove la notte stessa, lui e il compagno di stanza David Richmond, si incontrano con altri due studenti, Franklin McCain e Ezell Blair. Sono stanchi di parlare, e soltanto parlare, di segregazione. Uno di loro in quel momento pensa a quanto gli hanno sempre ripetuto nonni e genitori, cioè di approfittare delle occasioni che una giovane democrazia offre. Osservare la Costituzione, quindi. Farsi un’istruzione superiore, soprattutto. Franklin, ascolta bene è il refrain del suo scuro super-Io. Franklin pensa soltanto che è arrabbiato col “sistema”, che il sistema lo ha tradito. Ha un’unica, impagabile convinzione nel suo animo diciottenne: non crede che valga la pena vivere così.

    Il giorno dopo alle tre del pomeriggio, al 132 di Elm Street, tutto va secondo routine. Cibi insipidi e caffè blando, stesso dicasi per l’atmosfera. All’interno del grande magazzino Woolworth c’è chi fa uno spuntino e chi sceglie fra i molti prodotti che il variety store offre a prezzi bassissimi in varie parti dell’America. Ecco perché il bancone a L che occupa quasi la lunghezza di due pareti, al primo piano, non è un posto come un altro dove i bianchi spiluccano appollaiati sugli sgabelli dalle sedute in vinile. Si intravedono i loro didietro sotto gli schienali lucidati che disegnano una corona in acciaio inox.

    I quattro studenti sono stati a lezione. Franklin è in divisa perché all’ultim’ora oggi c’era il programma del ROTC, il corpo di addestramento degli ufficiali di riserva di cui fa parte. Marciano verso Elm Street, entrano, si dividono a due a due e acquistano qualche articolo per la scuola, del dentifricio. Dopodiché guadagnano la cassa dove pagano anche caffè, ciambelle e soda da consumare in piedi. Fatto questo, mettono in atto il piano. Una linea invisibile ma dal colore ben definito li separa dalla tavola calda proibita. La varcano. Si sistemano come niente fosse sugli sgabelli, chiedendo ciò per cui hanno pagato.
    È silenzio, un grande, avvolgente silenzio nel quale la passione civile e giovanile – l’unica in grado di sovvertire l’ordine delle cose al momento giusto e a un prezzo sulla carta ben più alto che quello d’un caffè – può d’un tratto evaporare, assumere le sembianze della rivolta o peggio ancora dell’indifferenza.

    Casomai non lo sapessero, una cameriera rompe l’attimo e li informa che “non vi serviamo, qui”. Harris, il direttore del negozio, ha subito una sensazione netta: non se ne andranno. Non sbaglierà. In men che non si dica arrivano i nostri sotto le spoglie d’ordinanza di un poliziotto che comincia a camminare alle loro spalle, avanti e indietro, battendo nervosamente il manganello nel palmo della mano, a ripetizione. E basta. Franklin racconterà che fu quello il momento in cui capì, in cui il terrore di essere picchiati, di non fare mai più ritorno a Scott Hall – eventualità cui erano mentalmente preparati – lasciò il posto all’euforia. Li avevano in pugno. Il locale chiuse prima quella sera e i quattro rimasero fino all’ultimo minuto, andandosene così com’erano venuti.

    Tornando al campus, Franklin aveva le ali ai piedi. “Mi sentivo in cima al mondo”, spiegò. La seconda notte chiamarono a raccolta i leader di altri gruppi studenteschi nel seminterrato del Dudley Building. Fu l’inizio dei sit-in che punteggiarono gli Stati Uniti per i mesi successivi e che portarono alla vittoria della desegregazione, a cominciare dai magazzini Woolworth i quali dovettero infine rassegnarsi in luglio. Per sei lunghi mesi attraverso il bancone del 132 di Elm Street i contestatori e i camerieri si erano scrutati reciprocamente. Alla fine, prevalse quel che Langston Hughes verseggiava da par suo con l’ausilio discreto di una congiunzione (“I, too, am America”) e i quattro studenti passarono alla storia come i Greensboro Four. Studenti per sempre, in qualsivoglia occasione pubblica in cui si è continuato a ricordare e a rimettere in scena quella primavera, come nei sit-in a cadenza quinquennale celebrati nella popolosa cittadina del North Carolina. Integrati senza disintegrarsi, belligeranti pacifici capaci di ispirare uno stuolo di generazioni, giù giù fino ai futuri nipoti a stelle e strisce nella giornata scolastica dedicata a “chi è mio nonno”.

    Nell’aprile di quello stesso 1960 nacque lo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), per gli amici Snick, l’organizzazione per i diritti civili degli studenti e dei giovani, i cui membri qualche anno più tardi al Mississippi Summer Project dissero la loro. Fu l’estate in cui centinaia di studenti di ogni colore aiutarono i neri a registrarsi per il voto e insegnarono nelle freedom schools per far fronte all’inadeguatezza di un sistema educativo appanaggio della sola black people. Poi fu la volta di leader più radicali come Stokey Carmichael, del militarismo alla Rap Brown e dalla non violenza si passò all’orgoglio e alle pantere nere, a una storia più rumorosa e controversa un dì prontamente pivanizzata in termini di “altra America” (si vedano anche i recenti “The Black Power Mixtapes 1967-1975”, venuti alla luce dai sottoscala della tv svedese).

    Tre quarti dei Greensboro Four si laurearono, eccetto David Richmond. Morì per primo, nel ’90. Il bancone del Woolworth fu smembrato ai tempi in cui il negozio chiuse i battenti, più o meno negli stessi anni. Una parte è andata allo Smithsonian Institute, assieme agli inossidabili sgabelli in vinile dove quattro studenti neri posarono le chiappe più irremovibili degli Swinging Sixties.


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