rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

SOCIETÀ

La Facoltà del dissenso: prima del terremoto l’università de L’Aquila era già a brandelli

    (Silvia Di Giandomenico) – Non urlo e non strepito, non l’ho mai fatto. Non mi assumo sulle spalle il peso della mia generazione, non vado in piazza, non lancio fumogeni. Ho un aspetto minuto, un volto delicato, non ho abbastanza piercing e tatuaggi, non ho dread ai capelli. Considero il dialogo un mezzo più valido dell’uso del megafono, la voce sufficientemente alta e ben scandita per esprimere ciò che, come diceva il povero Dante, il cuore mi “ditta dentro”. Povero Dante, scomodato per così bassi propositi. Ma è deformazione personale, sono una studentessa di Lettere e Filosofia, abbondantemente fuori corso da potermi permettere divagazioni sul tema pur non staccandomi mai del tutto dalla matrice originaria della mia ispirazione, o aspirazione, al sapere.

    Frequento l’università ormai ridotta a brandelli de L’Aquila, la nostra storica facoltà trasferita in un moderno fabbricato, ex sede di non so quale ditta, a Bazzano. Andiamo a lezione nella periferia industriale del nostro capoluogo, lontani anni luce, e non solo in senso spaziale, dagli antichi fasti di un edificio storico, di un centro urbano, di un ambiente universitario.

    facolta-lettere-bazzano

    “Frequento l’università ormai ridotta a brandelli de L’Aquila, la nostra storica facoltà trasferita in un moderno fabbricato, ex sede di non so quale ditta, a Bazzano. Andiamo a lezione nella periferia industriale del nostro capoluogo, lontani anni luce, e non solo in senso spaziale, dagli antichi fasti di un edificio storico, di un centro urbano, di un ambiente universitario”

    Entro nell’attuale sede della mia facoltà con l’impressione di essermi trasformata in un’operaia che fa il suo bravo dovere, timbra il cartellino, svolge le sue quotidiane mansioni con l’occhio rivolto a minuti alterni all’orologio, in trepidante attesa del momento in cui finalmente potrà tornare a casa. Mi consola soltanto il pensiero che tra qualche mese avrò finito i miei esami e potrò lasciare la fabbrica, l’università intendevo dire. Ma non protesto, perché so di aver dato voce, in maniera diversa e per differenti ragioni, al mio dissenso.

    Occorre tornare al 2007, a L’Aquila prima del terremoto, alla vecchia sede in via Camponeschi, dove tutto era bello e poetico, dove si creavano spontanei capannelli di studenti impegnati in conversazioni distese, dove anche allora si manifestava per diverse ragioni, si dava voce ad un dissenso più metaforico che sostanziale, connaturato a questa nostra età in cui niente sembra andarci mai del tutto bene. Era bello il nostro palazzo Camponeschi, tirato a lucido dagli ultimi lavori di ristrutturazione (qualche stucco e ritinteggiamento delle pareti) voluto dal nostro “esimio” rettore.

    Ora immaginiamo che per raggiungere un’aula, pur di non calpestare col nostro studentesco, quindi indegno, piede i corridoi appena ritinteggiati, ci costringessero a seguire un percorso alternativo, fatto di scale, “circonvallazioni” interne, saliscendi perpetui. E immaginiamo anche che non tutti gli studenti siano campioni olimpici di atletica. Persone che hanno altrettanto diritto allo studio degli altri, osteggiate non da ostacoli ideali ma architettonici, partoriti da mentalità vetuste quanto lo era il nostro Palazzo Camponeschi. Immaginiamo inoltre che per un incidente o per una diversa sorte, qualcuno non possa raggiungere l’aula X perché preceduta da scalinate e percorsi a ostacoli, e cerchi un’alternativa, una scorciatoia che si sarebbe aspettata dovuta, garantita da chi di dovere ma che invece deve ingegnarsi a trovare da sé.

    laquila-palazzo-camponeschi

    “Era bello il nostro palazzo Camponeschi, ma era un palazzo senza ascensori, era una facoltà che contava anche disabili e a nessuno è mai venuto in mente di tenerli in conto, di agevolarli, di non rendere loro la vita ancora più complicata e machiavellica di quanto certe condizioni non facciano già”

    Io appartenevo a questa categoria, per un anno intero sono stata costretta, già pendolare da Teramo, a un giro di telefonate quotidiane perché qualcuno, già dentro la facoltà, avvisasse l’usciere di turno affinché disattivasse l’allarme alla porta che mi avrebbe permesso di raggiungere le aule delle mie lezioni senza dover impiegare, con le mie difficoltà motorie, svariati minuti extra per percorrere il tragitto stabilito. Era un palazzo senza ascensori, era una facoltà che contava anche disabili e a nessuno è mai venuto in mente di tenerli in conto, di agevolarli, di non rendere loro la vita ancora più complicata e machiavellica di quanto certe condizioni non facciano già. Ricordo orgogliosamente il giorno in cui, felice di aver trovato una scorciatoia più consona alle mie esigenze per seguire il corso di Critica letteraria, aspettavo col mio bravo zainetto sulle spalle, fuori dall’aula, che finisse la lezione precedente. Si avvicinarono a me due persone, un usciere e un uomo di mezza età che mi scrutò scandalizzato, e che poi avrei scoperto essere il rettore in persona. “Cosa ci fa lei qui?” mi domandò. “Aspetto”, risposi, trattenendo a stento le risa, cosa pensava che stessi facendo altrimenti? “Qui non si può stare, gli studenti devono entrare dall’altra parte”. L’altra parte contemplava una scalinata che nelle mie di allora condizioni non mi sarei potuta permettere di salire. Vallo a spiegare a un rettore, dimentica che prima di esserlo faceva anche il medico. Non volle sentire ragioni pur non potendo aver mancato di notare una stampella al mio fianco.

    Il mio dissenso è stato nel restare, nel trattenermi dall’essere volgare, nel limitarmi ad un gesto con la mano che poteva essere interpretato come un “ma vada via”, ma che in realtà voleva spedirlo in un’altra e meglio determinata, ovvia destinazione.

    Sono una studentessa dissenziente? Sì, ma nel senso meno democratico e di moda del termine, combatto per una causa silenziosa, per l’abbattimento delle barriere architettoniche, sfido le istituzioni, anche i rettori se necessario, più di quanto facciano quelli che gridano in piazza lanciando bombe molotov. Ma non finisco sui giornali. Neanche la mia di battaglia, cambierà mai le cose. Eppure continuo a combattere per qualcosa di pratico, di vicino a me e a molti altri, per gli studenti dimenticati.


    lavora-con-le-parole
    il-paroliere-banner

    Approfondimenti >

    Storie

    altri approfondimenti >
    momentismo-banner

    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: