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1/2012 | STUDENTI CONTRO

SOCIETÀ

Egitto, studiare dopo la rivoluzione

    (Enrico Papitto) – In una conferenza di Ala Al-Aswani al Centro francese della cultura del Cairo lo scorso dicembre, lo scrittore egiziano affermò che affinché un sollevamento popolare possa chiamarsi rivoluzione sono necessari due requisiti: deve parteciparvi almeno il dieci per cento della popolazione, il che si è largamente verificato in Egitto, e devono essere rimossi tutti i membri del vecchio regime da tutte le istituzioni dello stato. Quest’ultimo obiettivo non è ancora stato raggiunto ed è uno dei motivi, tra tanti altri, per cui dalla caduta di Mubarak l’11 febbraio scorso gli egiziani non hanno smesso di scendere in piazza per portare a termine la rivoluzione.

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    Molti analisti concordano nell’affermare che se il governo egiziano del 2010 era brutale, quello di oggi lo è ancora di più. Una ferrea dittatura guida gli interventi violenti di polizia e forze di sicurezza contro oppositori interni oltre che contro attivisti e giornalisti stranieri. La situazione economica è deteriorata e quella sociale molto tesa, al punto che in molti paventano una nuova ondata di rivolte popolari, una nuova primavera araba per portare a compimento una rivoluzione rimasta incompiuta. “Il fatto stesso che ci sia una speculazione diffusa sulla possibilità di una nuova rivoluzione testimonia quanto sia instabile l’Egitto”, ha commentato a tal proposito Wael Haddara, ex consigliere del presidente Mubarak

    Della fondamentale importanza di rimuovere tutti gli esponenti del vecchio regime dai posti più importanti sono consapevoli gli studenti egiziani, che a settembre e ottobre hanno manifestato in centinaia per chiedere il licenziamento di tutti i presidi di facoltà che sono stati nominati da Mubarak e che vengano indette nuove elezioni. Prima della rivoluzione, infatti, i presidi di facoltà erano nominati direttamente dal regime per assicurare il controllo dei campus universitari e intimidire gli studenti che criticavano il regime. “Non vogliamo un preside spia!” gridavano gli studenti all’Università del Cairo e il giornale Al-Ahram, il quotidiano più letto in Egitto, titolava: “Gli studenti egiziani cominciano la loro rivoluzione”.

    Tutto è iniziato in primavera quando studenti e professori all’Università del Cairo e in altri istituti hanno cominciato a manifestare per chiedere le dimissioni dei presidi di facoltà nominati dal vecchio regime. L’allora Primo Ministro Essam Sharaf rispose alle proteste dichiarando la sua intenzione di rimuovere tutti i presidi e di indire nuove elezioni. Tuttavia, l’iniziativa di Sharaf fu bloccata dal Consiglio Supremo delle Forze armate (SCAF) che non ratificò la decisione del Primo Ministro, il quale fu costretto a fare marcia indietro e chiese semplicemente ai presidi di dare le dimissioni di loro propria iniziativa.

    Questa è stata la scintilla che ha fatto scoppiare le proteste all’inizio dell’anno accademico. Il 13 settembre più di mille studenti hanno partecipato ad una marcia nel campus universitario dell’Università del Cairo, nella quale erano presenti 17 associazioni studentesche, tra le quali anche il movimento 6 Aprile, i Fratelli musulmani, Kefaya e i socialisti. La stessa università era già stata teatro del più lungo sit-in della storia del movimento studentesco egiziano, quando studenti e professori hanno chiesto le dimissioni del preside della facoltà di scienze della comunicazione, Sami Abdel Aziz, personaggio di spicco del partito nazionale democratico di Mubarak. Dopo più di un mese di sit-in, tuttavia, Abdel Aziz non ha rinunciato al suo posto.

    In seguito a questa ondata di proteste, tuttavia, i giovani egiziani sono stati investiti da problemi ben più gravi. Negli scontri con la polizia e i militari che hanno preceduto di una settimana il primo turno delle elezioni a fine novembre, innescati dalla rimozione violenta di un sit-in pacifico in piazza Tahrir da parte della polizia, il regime ha mostrato la sua vera faccia, con una repressione che ha fatto più di 45 vittime. Le manifestazioni di quella settimana hanno avuto una larga partecipazione, non solo al Cairo, che non si vedeva dai tempi della rivoluzione, e ciò faceva ben sperare. Nemmeno un mese dopo, invece, negli scontri scoppiati a dicembre in seguito all’attacco dei militari al sit-in pacifico di fronte alla sede del governo, i manifestanti si sono ritrovati in numero esiguo ad affrontare la repressione dei militari. Sembrava come se gli egiziani fossero stanchi di questo continuo stato di tensione e volessero solo tornare a vivere in un paese stabile.

    “Non vogliamo un preside spia!” gridavano all’Università del Cairo e il giornale Al-Ahram, il quotidiano più letto in Egitto, titolava: “Gli studenti egiziani cominciano la loro rivoluzione”

    A un anno dalla rivoluzione, c’è molta amarezza fra i giovani egiziani. In molti pensano che non sia cambiato nulla dalla caduta di Mubarak e che, anzi, certe cose siano peggiorate. Alcuni di loro hanno deciso di non andare a votare. Hussein, per esempio, un ragazzo di 27 anni laureato in economia e commercio all’Università del Cairo, non ha votato, mi dice, perché pensa che bisognava prima approvare una nuova costituzione. Votare per un parlamento che è controllato dallo SCAF per lui non aveva senso, soprattutto dopo aver visto di persona in piazza il comportamento dei militari negli ultimi mesi. Inoltre, pensa che si doveva dare più tempo ai movimenti espressione della rivoluzione di organizzarsi per competere ad armi pari alle elezioni.

    Dello stesso parere è Fatma che, come Hussein, non è andata a votare perché queste elezioni non la convincevano. Fatma ha 21 anni ed è laureata in lingue. Anche lei pensa che bisognava prima approvare una nuova costituzione e che era necessario fare prima delle riforme, soprattutto nel campo della giustizia. Inoltre, secondo Fatma era troppo presto per andare a votare, sia perché i nuovi movimenti e partiti non hanno avuto il tempo di organizzarsi, ma anche perché il popolo non era pronto. Molta gente, mi spiega, non sapeva nemmeno per chi votare e molti hanno votato in cambio di favori personali.

    Non tutti, però, la pensano così. C’è anche chi, come Mohamed, un ragazzo di 22 anni laureato in lingue, è andato a votare e ha voluto dare una possibilità ai Fratelli musulmani. Sono loro che hanno sofferto più di tutti negli ultimi trent’anni del regime Mubarak, sostiene, e quindi si meritano di andare al potere. Mohamed riconosce che i Fratelli musulmani hanno avuto un comportamento un po’ ambiguo dalla rivoluzione, ma pensa che se non agiscono in questo modo, negoziando con i militari, non andranno mai al potere.

    Nonostante le divergenze di vedute, tuttavia, quando gli chiedo come vedono il futuro in tutti e tre prevale l’ottimismo della volontà. Non ci saranno più la corruzione e la falsificazione delle elezioni come nel regime Mubarak, dice Mohamed. I sacrifici di coloro che hanno perso la vita per la rivoluzione non saranno stati vani, secondo Fatma. Il più cauto è forse Hussein che, essendo consapevole della complessità dell’impasse in cui si trova l’Egitto, mi risponde che la vera prova è il 25 gennaio: solo dopo quel giorno sapremo se la rivoluzione è ancora viva.


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