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Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

POLITICA

Cile: perché la “pasionaria” Camila Vallejo urla “La educación no se vende se defiende”

    (Valentina Natale) – “La crisi non la paghiamo noi”, “Giù le mani dall’istruzione”. Slogan come questi sono risuonati per buona parte dell’anno appena concluso e di quello precedente, declinati in varie lingue e molti livelli d’indignazione. Li chiamano, non a caso, gli indignados dell’educazione: soprattutto studenti, ma anche professori e genitori preoccupati per il futuro della scuola in tempo di crisi. Una mobilitazione ormai globale, che parte da premesse comuni per poi cambiare faccia e adattarsi alle particolarità di ogni singolo paese. Il Cile è entrato in questo “movimento”, magmatico e volutamente privo di leader, con benevola prepotenza al grido di “La educación no se vende se defiende” e “El Chile es en paro” (cioè in sciopero).

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    In Cile la rivolta studentesca è capeggiata da Camila Vallejo Dowling, studentessa di geografia allora ventitreenne e militante nella sezione giovanile del Partito Comunista. Nel 2013 la Vallejo viene eletta deputata nel distretto di La Florida con il 43,66% dei voti. Anche altri rappresentati degli studenti che insieme a lei avevano condotto la protesta continueranno a combattere in parlamento la battaglia per un sistema sistema educativo più giusto e inclusivo

    A differenza di molti altri casi, la rivolta studentesca è capeggiata da una faccia ben riconoscibile: Camila Vallejo Dowling, ventitreenne studentessa di geografia, militante nella sezione giovanile del Partito Comunista, ex presidente e attualmente vice presidente della FECh (Federazione degli Studenti Universitari Cileni). Giovane donna dal carattere deciso, politicizzata come è inevitabile che sia in un paese che ancora stenta a fare i conti con i fantasmi del passato, ma senza paraocchi. Intervistatissima (CNN in testa), carina (a chi insinuava un legame tra la sua bellezza e la sua visibilità replicava “Non ho scelto io il mio aspetto fisico, ho scelto però le mie battaglie”) e, cosa ancora più importante, appassionata (una che farebbe piangere di gioia il ministro Fornero, insomma).

    Le prime manifestazioni capeggiate dalla bellicosa Camila risalgono al maggio del 2011, convocate d’urgenza per chiedere più fondi per l’istruzione secondaria ma soprattutto la fine di quel sistema “municipalizzato” introdotto da Pinochet e rimasto da allora pressoché intatto. In Cile le scuole dipendono dalle municipalità e non dallo stato, solo le elementari sono gratuite: i finanziamenti statali coprono il venticinque per cento del fabbisogno degli istituti pubblici, il restante settantacinque viene pagato dagli studenti attraverso rette molto esose. Le famiglie spesso sono costrette a chiedere prestiti per mandare un figlio all’università pubblica o privata che sia, senza ottenere in cambio, nel primo caso, la certezza di una preparazione adeguata. Farsi una cultura è un vero e proprio investimento insomma, come acquistare una casa col mutuo o una macchina a rate: i debiti contratti inevitabilmente ricadono sulle spalle delle nuove generazioni, che devono lavorare per anni (sempre che trovino lavoro) prima di poterli ripagare. Le migliaia di persone scese ripetutamente in piazza vorrebbero un sistema più equo e giusto, che permetta a chiunque lo voglia di studiare senza avere una spada di Damocle sulla testa.

    Il presidente Sebastián Piñera, che rappresenta una coalizione di partiti di destra, non è certo l’interlocutore ideale con cui discutere di riforme e cambiamento, convinto com’è che l’istruzione sia un bene di consumo e quindi non debba essere gratis (né a buon mercato). Per nulla toccato dalle contestazioni, ha reagito presentando il grande accordo per l’educazione (o GANE): un fondo di quattro milioni di dollari a favore degli istituti pubblici, ribadendo però di non voler apportare nessuna modifica alla municipalizzazione. Troppo poco per i manifestanti, strenuamente decisi a non scendere a compromessi. Nuovi cortei sempre più imponenti e partecipati, tensioni con le forze di polizia e primi arresti: 62, solo il 14 luglio. Una situazione pericolosa, sul punto di esplodere, un clima da guerriglia urbana che ha fatto (più o meno direttamente) cadere qualche testa: quella del criticato ministro dell’istruzione Joaquín Lavín, reo di aver sottovalutato numero e forza degli indignados, su tutte. Ma è agosto il mese in cui la protesta invece di affievolirsi raggiunge in culmine.

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    “La mia terra fiorita” (Castelvecchi 2016) è una raccolta degli interventi della Vallejo. “Attraverso gli scritti di Camila”, spiega Andrea Speranzoni nella prefazione, “possiamo ripercorrere le tappe di un movimento che ha sconvolto uno dei Paesi-chiave del continente latino-americano, rimesso in moto una stagione politica ingessata e contribuito in maniera forse decisiva alla costituzione di una nuova maggioranza politica che ha insediato di nuovo la socialista Michelle Bachelet alla Presidenza della Repubblica del Cile”

    Alla proposta del nuovo ministro Felipe Bulnes (un piano in ventuno punti incentrato su borse di studio e aiuti finanziari) gli studenti rispondono rispolverando il cacerolazo: “armati” di pentole e percuotendo padelle “assediano” la capitale Santiago e molte altre città, come avevano fatto i genitori prima di loro per chiedere la fine della dittatura di Pinochet. Risultato: novanta poliziotti feriti, ottocentosettantaquattro arresti ma anche una timida concessione da parte di Bulnes, che ipotizza l’instaurazione di un sistema misto con sovvenzioni per i primi tre quintili della popolazione e una parziale demunicipalizzazione. La solita mossa a effetto per calmare le acque secondo i manifestanti, che imperterriti si ritrovano in piazza improvvisando sotto una pioggia battente quella che è stata ribattezzata “la marcia degli ombrelli”, presenti più di centomila persone. Solo una piccola anticipazione del grande raduno di fine mese (con gli Inti Illimani in piazza per cantare “El Pueblo Unido”) a cui purtroppo seguono i disordini del 24 e 25 agosto, con la cifra record di 1394 arresti e anche un morto: il sedicenne Manuel Eliseo Gutiérrez Reinoso, colpito da un proiettile dei carabineros.

    L’inizio del nuovo anno scolastico non ha certo calmato gli animi: occupazioni in licei e università, raduni in varie città una volta la settimana, due giorni di sciopero generale a ottobre, nuovi scontri con le forze dell’ordine, trecento arresti. Dure contestazioni anche in occasione dell’approvazione della finanziaria 2012, che prevede un budget di spesa per la pubblica istruzione di undici milioni di dollari. Un aumento minimo rispetto all’anno precedente, giudicato insufficiente dagli studenti. La sostituzione di Bulnes con Harald Beyer non ha ottenuto i risultati sperati, visto il recente passo falso del neoministro: la decisione di modificare i sussidiari cileni in senso “revisionista”, classificando l’epoca Pinochet come regime militare e non dittatura, e le cocenti polemiche che sono seguite. Un altro problema per Piñera, sempre più in balia di alleati scomodi e con un indice di popolarità in caduta libera (sceso dal trentacinque al venti per cento dall’inizio delle proteste). Resta da capire cosa succederà nei prossimi mesi, che si preannunciano roventi.

    E Camila, la “pasionaria” Camila, leader carismatica e star mediatica come non se ne vedevano da tempo, in grado di calamitare consensi e adesioni quasi plebiscitarie? Oggetto di frequenti minacce e intimidazioni, vive da tempo sotto scorta. Ma, anche lei come i suoi indignati compagni, sembra decisa a non mollare.


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