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Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

CINEMA

“Another Country”: la spia che venne dal college

    (Barbara Pezzopane) – Sotto le mura imponenti dell’antico college inglese, giù nella corte, gli studenti in riga e uniforme intonano un canto che si leva patriottico attraverso l’aria diafana, immota: “I vow to thee, my country, all earthly things above”. Scendendo a terra con lo sguardo, nell’angusto luogo di raduno di là dal quale si estendono ettari di tappeti erbosi, le file ordinate diventano volti e i volti scorrono fino a confondersi in una bionda compagine militaresca di ormoni contenuti fra fibbie e bottoni lustrati, pieghe ben stirate. Sono i figli dell’aristocrazia vittoriana che qui si educano a governatori d’imperi. Notate che le labbra di uno di loro sono immobili. Quel qualcuno risponde a un cognome, come usa da queste parti. È per tutti Judd pur essendo anche Tommy: comunista e amico di una futura spia del KGB.

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    ► Rupert Everett è Guy Bennett in “Another Country” (1984) 

    Sono gli anni ’30 e Guy Bennett è soltanto un altro rampollo della buona società britannica. Ha passato dieci anni rinchiuso in questa public school che ricorda tanto Eton, sopportandone gli orrori alla luce di un unico traguardo; l’anno prossimo diventerà uno degli Dèi, la casta dei prefetti dai panciotti multicolori che regna sulla piramide gerarchica degli allievi, a cominciare dagli impeccabili servitori in miniatura che sono i novizi. Ecco come mai non c’è personale all’interno delle “case”. Vige l’autoregolamentazione dettata dall’anzianità e da principi non scritti, proprio come il fair play che è il vero segreto del cricket.

    Dicevamo di Guy Bennett. Se Judd è un habitueé della torcia – legge Marx di nascosto quando cala la notte – Guy è l’esteta del binocolo. Nel bel mezzo del gruppo punta e avvicina la sagoma del prossimo concupito. Guardatelo lì, come si adagia byronicamente nella cornice della finestra, in vestaglia e petto scoperto, a contemplare l’imberbe distanza di James. Più Wilde che Forster, un patrizio dalle pose edoniste. Del resto l’omosessualità qui è tollerata, pur come una divagazione transitoria, uno stadio necessario nel processo repressivo in cui si forgia la classe dirigente della Corona inglese. Tempo al tempo, al momento giusto prenderanno moglie e si sistemeranno in qualche ambasciata europea.

    Mentre outdoor va dunque in scena la commozione per gli illustri ex allievi passati a miglior vita, il cui nome è inciso nell’architettura commemorativa dell’edificio, dentro si consuma uno sfregio alla rispettabilità dell’istituto medesimo. Risuonano solo i passi di un professore nel silenzio delle sale vuote. D’un tratto avverte un rumore, si avvicina alla porta numero 22, ha l’ardire di aprirla sorprendendo Martineau e compagno a pantaloni abbassati in prove tecniche di fornicazione. Frattanto le file si rompono e gli allievi sciamano via verso colazioni e riunioni ove c’è chi lucida la mazza da cricket con l’olio di lino e chi, più elegantemente, riempie coppe di sherry per prove tecniche diplomatiche fra giovani gentlemen. L’immaginazione non è di casa qui, si educano governatori – abbiamo detto – non costruttori d’imperi.

    I professori, dicono sorseggiando i prefetti. Fossero ex allievi saprebbero dove mettere il naso e dove no. I padri lo sanno bene cosa succede sotto la pietra delle buie arcate, come scivolar giù dai tubi di scolo per appartarsi nel buio in cerca degli unici piaceri non solitari che passa il convento. Non ignorano che la formazione qui è a base di classici e sport, al massimo un po’ di storia dei Tudor. L’importante è che i piaceri, appunto, siano presi con assoluta discrezione. I doveri con distinzione. Chi sgarra è punito a suon di vergate dai prefetti perché comunque sia i panni sporchi si lavano in casa. E allora Martineau? Oh, è certo consapevole di rischiare l’espulsione ed è per questo che pur di evitarla s’impicca nell’alto dei corridoi nei quali sono transitate generazioni e generazioni di studenti.

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    Guy Bennett ha passato dieci anni rinchiuso in un’inflessibile public school sopportandone gli orrori e nascondendo la sua omosessualità. Diventerà uno de “I cinque di Cambridge”, cioè una spia inglese al servizio dell’Unione Sovietica. Una storia sconvolgente che ha ispirato “Another Country”, la pièce di Julian Mitchell poi diventata un film di successo

    Eccolo qua, “l’incantevole e detestabile” background inglese che si racconta nella versione cinematografica di “Another country”, pièce di Julian Mitchell a suo tempo assai rappresentata nel West End e fucina di attor giovani di talento poi prestati al grande schermo; Kenneth Branagh, ma anche Colin Firth e Rupert Everett, nel film rispettivamente Judd e Bennett. Aggiungete un prologo e un epilogo un po’ posticci, funzionali giusto a comminare lo status di spia sovietica di Bennett e a dare il la alla sua rievocazione (siamo a Mosca nell’83, per la cronaca, e una giornalista occidentale è a colloquio con l’ormai attempato disertore). La domanda è: perché si tradisce il proprio paese?

    Nel dormitorio il letto di Martineau è già stato disfatto. La vita studentesca continua il suo flusso, Bennett il suo motteggio salace e Judd il controcanto ideologico tutto d’un pezzo. Gli si rimprovera di essere contrario a ogni cosa ma non è vero, “della rivoluzione sono a favore”. L’accento è lo stesso, condividono lo stile della classe dominante che sa essere brusca ma sempre con grazia. Nessuna angoscia, tormento, rivolta vera. È la cattiva pubblicità a preoccupare gli Dèi, mica le abitudini sessuali correnti fra gli allievi e tanto meno la prematura dipartita di uno di essi.

    Intanto, fra un ristorante di lusso e barchini fluttuanti i convegni di James e Bennett prendono quella piega romantica che alimenta la temerarietà. Dalla sua Guy ha l’arma del ricatto, all’occasione può denunciare al preside un bel numero di divini gentiluomini che gli hanno giaciuto accanto. Ma è il biglietto sottratto alla spola del piccolo Wharton a incastrarlo. C’è la sua calligrafia ed è diretto a James. Può farsi delatore di chiunque (e giorno verrà che lo farà di professione), ma non del suo amore. Gli Dèi hanno vinto, non apparterrà mai alla loro elite.

    La sfrontatezza, non il coraggio, segna una volta e per sempre il destino di Bennett (ispirato al vero Guy Burgess del cosiddetto “Cambridge Ring”). Fine a se stessa, mista ai fumi dell’innamoramento, dà luogo a un cocktail piccato in cui il tradimento è un tiè istantaneo che fa sposare – senza il tempo dell’assimilazione né grossi patimenti – un nuovo sistema ideologico non certo in ordine all’abbattimento del precedente. È così che in “Another Country” dell’inglese di origine polacca Marek Kanievska, Bennett-Burgess diventa l’anticorpo utile, in fin dei conti, a mantenere in salute il sistema di privilegi che lo ha partorito.


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