rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

SOCIETÀ

1991: la fine dell’occupazione al Fermi di Genova sta tutta (o quasi) in una gamba malconcia

    (Annarita Rossi piomba al Fermi di Genova e lo fa
    con ricordi precisi che si giovano di una scelta stilistica
    in cui l’abolizione della punteggiatura non è un vezzo ma
    un mezzo utile a sbobinare tutti d’un fiato gli anni febbrili
    di una singola e personale occupazione che poi si fa plurale.
    E tramuta per un istante il Fermi di Genova nel liceo dei licei.
    Gli studenti sono “contro” e dunque “insieme”, in una coralità
    fattiva, romantica, palpitante di vibrazioni musicali ed emotive,
    etilica il giusto, libera da paraocchi ideologici. Un giusto mezzo
    che dribbla la contestazione prêt-à-porter inseguendo una
    nostalgia durevole per cui lo stato di gioventù si allunga
    magicamente da “quarantacinque giorni” a vent’anni.
    Senza time out
    ).


    (Annarita Rossi)
    – Vent’anni fa vent’anni precisi me lo ha ricordato Maruska telefonandomi stamattina per sapere come va la mia gamba ma tu pensa mi dice pensa era il 7 novembre del 1991 e cosa ne sai dico io e lei mi risponde lo so perché conservo ancora i diari scolastici e sulla pagina del 7 novembre del 1991 avevo scritto fine dell’occupazione e sotto a matita c’è un falce e martello disegnato da Simone ah è vero le ho detto io Simone usava sempre le matite comunque la gamba va così così e le ho spiegato che col tempo umido il dolore aumenta poi ci siamo salutati e io sono fermi-genova-fine-occupazionetornato a letto maledetta gamba e allora mi sono messo a pensare agli ultimi attimi dell’occupazione è sera fa freddo il pomeriggio c’è stato un concerto nell’aula magna chiunque sapeva che l’indomani non sarebbe più stato come prima ma abbiamo cercato di comportarci come se fosse un pomeriggio qualunque l’aula magna era piena di gente di tutte le scuole di Genova poi l’ultima canzone e un applauso troppo insistito per essere dedicato solo a quel gruppo no stavamo applaudendo altro stavamo applaudendo noi stessi un’occupazione di quarantacinque giorni nonostante fosse l’anno della maturità ne hanno parlato tutti i giornali e le tv anche i musicisti a un certo punto si sono messi a battere le mani verso il pubblico e l’applauso non finiva più finché Simone con la sua mania di comandare si è alzato in piedi e con gesti e sguardi ha imposto a tutti di smettere di applaudire io gli ero seduto di fianco e l’ho visto che ha fatto finta di allacciarsi una scarpa per non farsi vedere coi lucciconi e allora tutti che piano piano cominciano ad alzarsi dalle sedie e col muso lungo prendono a uscire io e gli altri del Fermi stringiamo mani diamo bacini salutiamo e ringraziamo c’è chi trova addirittura il coraggio di ironizzare sull’imbevibile sangria preparata da Barbara ma le risate sono brevi imbarazzate poi una volta rimasti soli usciamo in giardino meglio il rumore delle auto che quel silenzio il cielo si sta oscurando il preside con quel suo sguardo così severo e quel sorriso così dolce ci invita a riordinare le nostre cose ci sono sacchi a pelo giacche e maglioni dappertutto ce lo chiede una sola volta capisce e ci lascia soli abbiamo tutti pochissima voglia di parlare Igor suona alla chitarra sequenze casuali di accordi Cinzia si accende una sigaretta e dopo dieci secondi e già a metà Maruska e Gabriele hanno trovato una scusa per litigare sfogarsi Barbara ha le lacrime agli occhi fissa un punto qualunque del cancello forse starà pensando all’applauso del primo giorno quando ha appeso lo striscione con su scritto Fermi occupato dentro di me risuona invece l’ultimo applauso quello di oggi le mani le stesse ma quanto diverse le facce comunque vado dietro di lei le poso il mento su una spalla Barbara riconosce il mio odore pronuncia solo il mio nome nient’altro che il mio nome io resto lì qualche secondo è sempre stata lei a trovare le parole allora io adesso cosa devo dire cosa devo fare non lo so perciò torno verso l’edificio guardo dentro vedo Simone uscire a passo spedito viene da me mi prende per un braccio mi porta distante dagli altri e con la voce rotta dall’emozione mi ripete la frase che il preside gli ha detto anzi citato a memoria mentre lo accompagnava a chiudere a chiave l’aula magna una frase di Bertold Brecht sulla desolazione di un teatro vuoto a fine spettacolo e Simone mi fa ma guarda un po’ se uno deve trovare in un simbolo dell’autorità scolastica il più grande compagno della scuola e adesso io con chi me la prendo e ride ma ride male controvoglia io invece a ridere proprio non riesco gli do un mezzo scappellotto ed entro vedo il preside fuori dal suo ufficio gli vado incontro gli sono di fronte e anche a lui non so cosa dire ma per fortuna è il preside a parlare mi chiede come va la gamba mi dice ma quanto ancora devi zoppicare per una storta presa in manifestazione è successo quindici giorni fa e stai ancora così poi mi domanda di nuovo me lo domanda ogni giorno se sono proprio sicuro di non voler denunciare il Comune per il fatto che le vie del centro sono piene di buchi e io gli dico ma no ma no domani passa lo saluto e raggiungo Maruska seduta sulla rampa di scalini che porta alle classi del primo piano Maruska dà una sorsata a una bottiglia di vino poi me la allunga la assaggio e mi viene subito da vomitare e non perché il vino sia cattivo ma perché oggi non riesco a fare più niente non mi entra più niente è tutto finito Maruska mi chiede se mi fa ancora male la manganellata e io le dico ma no ma no passa le dico tutto passa e lei mi dice bene mi dà un bacio in fronte e se ne va e sono vent’anni che una volta alla settimana mi telefona per sapere se la gamba mi fa ancora male e io non trovo mai il coraggio di dirle che sono guarito vent’anni fa perché non è giusto che tutto finisca che giorni così belli non ci saranno mai più


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