rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

STORIA

1977: Radio Alice, le voci del movimento

    (Giulia Borioni) – In “Lavorare con lentezza” Max Mazzotta è Lionello Antonio, un carabiniere di Bocchigliero emigrato a Bologna, a cui viene affidato il compito di sorvegliare le trasmissioni di Radio Alice. Lo sbirro calabrese svolge l’incarico con la massima dedizione e matura una malcelata simpatia per l’emittente incriminata, tanto che la notizia della chiusura della radio non riscuote certo la sua soddisfazione. Naturalmente, da rappresentante dell’arma Lionello non può manifestare delusione né amarezza all’idea di non potersi più sintonizzare sulla sua frequenza preferita, ma deve al contrario mostrare un diligente orgoglio per il successo delle forze dell’ordine. Nella scena finale del film, però, quando per pochi minuti si trova da solo nella redazione di Alice ormai sotto sequestro, Antonio si toglie il cappello quasi in segno di lutto, ispeziona con fare tutt’altro che inquisitorio i locali e rende l’omaggio migliore alla radio che aveva voluto dare voce a tutti. Si siede di fronte al microfono, regola il mixer e pure lui dice la sua: “Qui Radio Alice, sono Antonio e vi volevo dire che anche i carabinieri devono lavorare di meno…”

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    ► “Radio Alice è stata tutto quello che chi decideva di trasmettere voleva che fosse […] E poi, quando nessuno aveva voglia di mettere dischi o di dire qualcosa (poteva trattarsi indifferentemente di dieci minuti o di quattr’ore) era un loop che recitava ‘Compagne compagni, buonanotte buongiorno, qui Radio Alice’ con in sottofondo diversi brani dall’album Red Queen to the Gryphon Three dei Gryphon. Il nastro continuava imperterrito, fottendosene delle telefonate incazzate di chi non ne poteva più di ascoltarlo, finché qualcuno non saliva i tre piani del civico 41 di via del Pratello e non attaccava a trasmettere chissà che cosa”

    Di certo Lionello Antonio sarebbe stato felice di sentir dire al suo capitano, il tenente Lippolis (interpretato da Mastandrea), quello che giusto qualche giorno fa ha dichiarato in un’intervista pubblicata sulle pagine locali de la Repubblica Ciro Lomastro, il vero capo della squadra mobile di Bologna, colui che nel marzo del ‘77 mise a tacere la voce nell’etere del Movimento. Il superpoliziotto considerato il nemico numero uno della protesta, la bestia nera dei cortei dell’epoca ha affermato infatti che la chiusura di Alice fu “un peccato. Ho sperato a lungo che riprendesse le trasmissioni, magari in un momento più tranquillo. Penso che il movimento studentesco avesse diritto ad uno sfogo di comunicazione. La ascoltavano in tanti, quella radio, non faceva solo agitazione, mandavano dibattiti, musica, non era fatta male, era una vera novità…” Persino sua moglie era un’ascoltatrice assidua. “Nel ´77 non c’erano i cellulari. Quando voleva sapere dov’ero, si sintonizzava. Se davano notizia di manifestazioni o scontri, era certa che io ero lì”. Fu proprio il presunto ruolo di coordinamento della protesta, e in particolare della guerriglia scoppiata in città dopo l’uccisione di Francesco Lorusso, a condannare Radio Alice. “Erano più bravi di noi” – spiega Lomastro – “più attrezzati. Noi avevamo le ricetrasmittenti, ma era una comunicazione uno-a-uno. Il loro schema invece era studiato: mandavano istruzioni a chiunque avesse un transistor, poi raccoglievano informazioni dai militanti nelle cabine telefoniche, e le rilanciavano. Efficientissimo”.

    Nonostante i rimpianti di Lomastro e la passione di Lionello, probabilmente la verità è che né l’uno né l’altro sapevano che cos’era davvero Radio Alice. Così come non lo sapevano tanti altri a Bologna, in quegli anni. Forse addirittura non lo sapeva nessuno, visto che Radio Alice è stata tutto quello che chi decideva di trasmettere voleva che fosse. Allora un momento era il Racconto Digestivo di Filippo Scozzari (“Davo la caccia ai testi brevi più schifosi e farneticanti che potessi trovare, articoli dall’Arcibraccio, raccontini di fantascienza. Li leggevo tutti i giorni alle due suscitando le ire delle femministe all’ascolto”), un altro la voce del Collettivo Frocialista, un altro ancora la trasmissione di un branco di giovini della Val Camonica, tutta recitata in stretto dialetto camune in cui l’unica cosa comprensibile era l’intercalare “perché noi camunisti”. E poi era gli scherzi telefonici alla questura o al presidente Andreotti (una volta Bifo lo chiama spacciandosi per Agnelli), era i proclami mao-dadaisti e molto Majakovskij degli indiani metropolitani, era la diretta di un’assemblea studentesca al cinema Odeon o la cronaca della manifestazione in piazza Maggiore. Era qualsiasi cosa passasse per la testa di chi chiamava (il telefono collegato al mixer andava in diretta senza alcun filtro), era White Rabbit dei Jefferson Airplane, Luglio agosto settembre nero degli Area o il Barbiere di Siviglia di Rossini.

    E poi, quando nessuno aveva voglia di mettere dischi o di dire qualcosa (poteva trattarsi indifferentemente di dieci minuti o di quattr’ore) era un loop che recitava “Compagne compagni, buonanotte buongiorno, qui Radio Alice” con in sottofondo diversi brani dall’album Red Queen to the Gryphon Three dei Gryphon. Il nastro continuava imperterrito, fottendosene delle telefonate incazzate di chi non ne poteva più di ascoltarlo, finché qualcuno non saliva i tre piani del civico 41 di via del Pratello e non attaccava a trasmettere chissà che cosa.

    Nessuno sapeva cosa fosse Radio Alice ma tutti la conoscevano, l’università era tappezzata di volantini targati 100.6 e su quella frequenza erano sintonizzate giorno e notte le radio di tutti gli studelinquenti bolognesi, qualsiasi cosa succedesse in città passava da quei microfoni alle osterie alla piazza, anche se non necessariamente in quest’ordine.

    Filippo Scozzari: “Davo la caccia ai testi brevi più schifosi e farneticanti che potessi trovare, articoli dall’Arcibraccio, raccontini di fantascienza. Li leggevo tutti i giorni alle due suscitando le ire delle femministe all’ascolto”

    La ascoltavano naturalmente pure in via delle Belle Arti 36, eccome se la ascoltavano: le voci della radio la riempivano tutta quella casa, tanto era piccola. E di sicuro arrivavano pure ai vicini, se non altro quando andavano a fare pipì o una doccia, dato che l’ingresso di un appartamento confinava con il bagno dell’altro. In base ai rispettivi ritmi igienici l’uditorio di Radio Alice si arricchiva così di una prostituta in pensione che riceveva ormai solo la domenica mattina, di un vecchietto alcolizzato che pesava non più di 40 chili e che quando capitava di incontrarlo per le scale bisognava spingerlo su o di un arabo che avrebbe preferito di gran lunga ascoltare le nenie del suo muezzin. E si beccava Radio Alice pure il parroco quando all’inizio del mese andava a riscuotere l’affitto e ogni volta che irrompeva a fare le prediche perché qualcuno gli aveva spifferato della marijuana piantata in casa o di un via vai di gente a suo parere molesto. “Predica lui” – commentavano i ragazzi non appena se n’era andato – “con quei capelli rossi tinti e quella faccia arrapata ogni volta che gli passa accanto uno dei suoi chierichetti… la facesse al suo sagrestano la predica, che l’altra sera l’abbiamo visto entrare al cinema porno qua sotto, il pretacchione!”

    Prima dell’arrivo di Elena, in quella casa di via delle Belle Arti ci abitavano già quattro persone. Con lei erano saliti a cinque fissi, anche se come niente certe notti capitava di ritrovarsi a dormire in sette o otto. Per una ventenne abruzzese abituata alla tranquillità della vita di provincia, l’impatto con la Bologna dell’epoca doveva essere un po’ come l’ingresso in un girone dantesco. Persino andare a dare un esame si era subito rivelata un’esperienza completamente diversa da come se l’era immaginata. Non per l’emozione del colloquio o la difficoltà dei piani di studio, tutt’altro.

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    Francesco Lorusso fu ucciso dalla polizia la mattina dell’11 marzo 1977. Fu proprio il presunto ruolo di coordinamento della protesta, e in particolare della guerriglia scoppiata in città dopo l’omicidio, a condannare Radio Alice. La sera del 12 marzo la polizia irruppe nella redazione e arrestò tutti i presenti. La Radio chiuse definitivamente nel 1979

    La prima volta era successo per caso. Era appena scesa dal treno e stava andando a piedi in facoltà quando incontra un compagno di corso che gli chiede se ha con sé il libretto universitario. Alla sua risposta affermativa, il tipo si accerta che tra le materie già sostenute non ci fosse sociologia della comunicazione, dopodiché la trascina con lui. Dieci minuti dopo eccoli in un’aula gremita di gente, dalla quale sarebbero usciti tutti con un 29 politico. Il suo primo esame collettivo è stato così, del tutto inconsapevole e onestamente rubato ma i successivi sarebbero stati un’altra cosa. Non si trattava mica, o almeno non sempre, di una furbata per non studiare. Funzionava che a gruppi si andava dal prof di turno a concordare un programma alternativo a quello proposto a lezione. Si trattava di un programma più vicino ai propri interessi (per dire, invece di diritto romano si portavano i giuristi sovietici), che si approfondiva autonomamente, elaborando una relazione da presentare poi all’esame. L’accordo era di incentrare la discussione su quella relazione, al prof era riservata una sola domanda sul programma classico: visto che la seduta era collettiva ci sarebbe sicuramente stato qualcuno che avrebbe azzeccato la risposta.

    Diversamente da quanto era capitato a tanti altri fuori sede, il confronto con quel mondo in rivolta non aveva scatenato in lei l’esaltazione di chi scopre il paese dei balocchi, l’amore libero, la contestazione proletaria e le notti in osteria a Guccini, vino rosso e uovo sodo, ma al contrario aveva esasperato la tipica ritrosia del suo carattere, quelle schermaglie tra il timido e il vigliacco che la spingevano a vivere sempre un po’ defilata. Al di là del temperamento, c’era pure il fatto che lei doveva lavorare per mantenersi e questo imponeva alle sue giornate un ritmo incompatibile con la sregolata frenesia del Movimento. Che c’entra, anche lei ascoltava spesso Radio Alice ma a differenza degli altri del suo giro non aveva mai messo piede nella redazione; anche a lei era capitato di passare le serate psichedeliche in cui si fumava erba e poi ci si stendeva a terra a mo’ di petali di un fiore, con le teste al centro per sentir circolare i propri pensieri e quelli degli altri, ma la maggior parte delle volte aveva disertato quel mistico rituale perché doveva studiare o andare a fare la spesa. Anche lei era iscritta alla sezione universitaria del Pc e spesso partecipava alle manifestazioni ma la mattina che avevano ucciso Lorusso era andata a comprare uno stereo con i soldi che la nonna le aveva lasciato in eredità. E nei giorni successivi, quelli infuocati delle assemblee e quelli violenti della repressione e della chiusura di Radio Alice, lei aveva 39 di febbre e se ne stava a Teramo sotto le coperte. Solo alcuni anni dopo è venuta a sapere che in quei giorni, nei tre metri per tre della sua camera in via delle Belle Arti, si erano accampate al suo posto sette femministe e un San Bernardo.


    Guarda la scena dell’uccisione di Francesco Lorusso tratta dal film “Lavorare con lentezza”


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