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Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

STORIA

1968: formidabili quegli anni?

    (Mario Capanna) – Punto primo, rilevante: come è stato possibile che la “contestazione globale” all’organizzazione allora esistente dei poteri e la ricerca corale – “di massa” – di nuovi assetti di democrazia, di diritti e doveri, siano esplose pressoché contemporaneamente, su scala mondiale, a un determinato crocevia del tempo (nel ’68, appunto), non prima né dopo?

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    Come è stato possibile che la “contestazione globale” all’organizzazione allora esistente dei poteri e la ricerca corale – “di massa” – di nuovi assetti di democrazia, di diritti e doveri, siano esplose pressoché contemporaneamente, su scala mondiale, a un determinato crocevia del tempo (nel ’68, appunto)?

    E come è potuto accadere che il risveglio – la sollevazione? – sia emerso, con segni comuni, in situazioni e contesti (politici, sociali, economici, culturali) tra loro diversissimi: da Milano, Roma, Palermo, a Pechino, a Tokio, da Parigi, Berlino, Londra a Città del Messico, a Caracas, a Rio de Janeiro, da Washington, New York, Los Angeles a Praga, Varsavia, Belgrado?

    E ancora: perché nella ricerca di cambiamento, convergono, spesso in simbiosi, differenti culture, quella cattolica e quella marxista, il pensiero orientale come quello terzomondista? E ogni sensibilità – religiosa, laica, artistica, letteraria, musicale, scientifica, tecnica – partecipa all’immenso crogiolo e vi si trasforma?

    Multiformi elementi erano in cammino da tempo, si ingrossavano durante il percorso sui fianchi della montagna e convergevano verso il punto di esplosione. Basti pensare, per esempio, all’impetuoso sviluppo delle risorse umane, reso visibile dalla possente ricostruzione dei paesi devastati dalla seconda guerra mondiale (Germania, Italia, Giappone, URSS) e dalle conquiste scientifiche e spaziali.

    È l’epoca delle grandi migrazioni, che producono effetti scardinanti. Solo in Italia circa quindici milioni di persone cambiano residenza, muovendosi da sud a nord, verso Milano, Torino (la Fiat), dai monti alle pianure, dalle campagne alle città.

    Quelli tra il ’58 e il ’63-64 sono gli anni del boom economico: si rivoluzionano i costumi e il tenore di vita. Si viaggia sempre di più. In Italia la produzione di vetture passa dalle 370.000 del ’58 al milione e centomila del ’63; simile, se non superiore, l’aumento di lavatrici, frigoriferi, apparecchi radio, televisivi, telefonici. Il consumismo elettrizza chi, in numero relativamente crescente, può permetterselo. Mentre aumenta rapidamente il divario non solo tra i paesi poveri e quelli ricchi, ma anche, in questi, tra le diverse categorie sociali.

    La distanza crescente tra gli orpelli del presente e i buchi neri del futuro – disoccupazione in vista, cultura obsoleta e scuola finalizzata solo a riprodurre gerarchie, la pace di continuo minacciata – diviene un’alienazione sottile, pervasiva e corrosiva. Dappertutto gli uomini cominciano a sentirsi come animali d’allevamento: si viene ingrassati, ma in qualsiasi momento può bastare un nuovo Muro di Berlino o un’altra crisi dei missili perché il macello inghiotta tutti. A decidere i destini del mondo è un pugno di persone: il pericolo è troppo grande, per lasciare fare.

    In breve: giungeva a maturazione, e deflagrava nel mondo, la contraddizione tra lo sviluppo rivoluzionario delle forze produttive e sociali e la gabbia asfissiante dei rapporti di proprietà, di controllo e di dominio su di esse. Era la classica contraddizione che sempre sta alla base dei grandi rivolgimenti.

    Può darsi che questa interpretazione non sia esaustiva e se qualcuno si levasse a contestarla, non ne resterei sorpreso. E tuttavia mi pare l’unica idonea a spiegare sia la contemporaneità che la dimensione mondiale delle pulsioni profonde di quel periodo. E a dare ragione di un’altra realtà, oggi bene visibile allo sguardo storico retrospettivo: perché la reazione dei poteri costituiti è stata ovunque analoga, la violenza di stato dispiegata per ricacciare indietro, spezzare il nuovo che stava emergendo.

    Per esempio: i carri armati sovietici, che il 21 agosto ’68 schiacciano la “primavera di Praga”, sono anche un deterrente per qualsiasi dissenso in ogni angolo dell’est. (Eppure non si potrà capire appieno gli sconvolgenti avvenimenti del 1989 – caduta del Muro di Berlino, dissoluzione dell’URSS e del blocco dell’est ecc. – senza vederne le radici innestate dai sommovimenti di allora).

    Ma il 4 aprile, negli USA, non era stato assassinato Martin Kuther King e massacrati centinaia di negri? A Parigi De Gaulle non riesce a piegare il maggio francese, minacciando l’intervento delle truppe scelte di stanza in Germania? A Città del Messico non ha luogo l’eccidio di Piazza delle Tre Culture? A Milano, il 12 dicembre ’69, non si consuma la strage di stato di Piazza Fontana? E si tratta solo degli esempi più eclatanti.

    Il Sessantotto non ha dato “l’assalto al cielo”. Lo ha semplicemente indicato, invitando gli esseri umani a levare gli occhi in alto. In questo sta la sua dirompenza

    Il Sessantotto conquista un nuovo modo di pensare: nulla è separato, tutto è unito a tutto. In ogni campo. Ogni scelta è “politica”, compresa quella di non fare politica, delegandola ad altri. Perciò non si può stare su una cattedra, al vertice di un’industria, nel palazzo di un governo, senza rispondere delle decisioni a chi sta sui banchi, alla catena di montaggio, ai cittadini. Milioni di persone alzano la testa, vogliono contare, vogliono decidere del presente, del futuro.

    La distanza che ci separa ora dal 1968 è all’incirca la stessa che divide il ’68 dal 1945. Se i fatti di allora, nel mezzo secolo che va dalla guerra mondiale e dalla resistenza antifascista ad oggi, hanno finito con l’assumere il valore di un passaggio storico, è dunque perché sono andati al di là del contingente. Nonostante, ove più ove meno, gli errori dei movimenti: dall’eccesso di ideologia alla sopravvalutazione delle proprie forze rispetto a quelle antagoniste.

    Il Sessantotto non ha dato “l’assalto al cielo”. Lo ha semplicemente indicato, invitando gli esseri umani a levare gli occhi in alto. In questo sta la sua dirompenza. E, da allora, lo sguardo sulle cose della terra non è stato e non è più uguale.

    Dunque: formidabili quegli anni? Giorgio Bocca, nel 1991, con l’aria consueta di chi ne ha viste tante e ha sempre capito tutto, per cui la storia, quella in carne ed ossa, è un accidente fastidioso, risponde perentorio: “No, anni sprecati”. E mi da’, pure in mezzo a diversi riconoscimenti, del “baggiano”. Dimenticando che, quattro anni prima, aveva parlato di “rivoluzione culturale e sociale del ‘68”.

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    Dunque: formidabili quegli anni? Giorgio Bocca, nel 1991, con l’aria consueta di chi ne ha viste tante e ha sempre capito tutto, per cui la storia, quella in carne ed ossa, è un accidente fastidioso, risponde perentorio: ‘No, anni sprecati’”

    Per Montanelli e Cervi il “bilancio di quei ‘formidabili anni’ è tutto in passivo”. Chi potrà dire che sono scomparsi gli estremisti? Giuliano Zincone ha affermato che “gli anni ‘formidabili’ (…) furono gli anni dell’unico e autentico tentativo di rivoluzione borghese in Italia: la rivolta della civiltà urbana contro la cultura contadina (autoritaria, gerarchica, fideista, immobile) che ancora dominava il nostro paese, con la sua ‘etica del sacrificio’, con la sua visione del mondo agropastorale, rigida, austera e superstiziosa”. E ha aggiunto, riferendosi ai giovani di allora: “Sono sempre stati (sbagliando?) da una parte sola: dalla parte dei più deboli, dalla parte di quelli che volevano più libertà. Questa cultura ha vinto, e continua a vincere”.

    Il Sessantotto è stato anche questo: permettere di poter scrivere, una tantum, parole simili sul Corriere della Sera, in prima pagina, un giorno del 1991.

    “Formidabili quegli anni”– il libro – è diventato un best-seller. Anche grazie al titolo (merito non mio). Il quale ha avuto tale fortuna, da essere condito in mille salse. Trasformato persino in “formidabili quegli unni”, a commento di un libro americano che, nel 1990, indicava Attila, rivalutandone le doti, come modello per gli yuppies. Orribile.

    “Formidabile” ha un duplice significato: “straordinario, “fuori del comune”, “eccezionale”, ma anche, dal latino “formido”, “temibile”. A sottolineare, ancora una volta, un complesso e turbinoso periodo di trasformazione. Se i detentori del potere hanno “temuto” l’attacco ai loro privilegi a tal punto da ricorrere alle stragi – e a molto altro – per cercare di conservarli, allora vuol dire che quegli anni “straordinari” sono stati davvero “formidabili”.

    Per quanto aspri saranno gli scontri sugli altipiani, per quanto devastante sarà l’avanzata in pianura, i segni lasciati dalla tormenta sulle vette non potranno essere cancellati. Si individuano ancora, e sono tutt’altro che ininfluenti per vedere dove andare.


    Mario Capanna politico e scrittore, è stato uno dei principali leader del movimento studentesco nel Sessantotto. È autore di “Formidabili quegli anni” (Rizzoli 1988), “Lettera a mio figlio sul Sessantotto” (Rizzoli 1998), “Il fiume della prepotenza” (BUR 2000) e “Il Sessantotto al futuro” (2008), fra gli altri. Fa parte del comitato editoriale di Storie dal 1993.


    “1968: formidabili quegli anni?” è tratto da Storie 21/1996 – Il disoriente
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