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Storie magazine

1/2012 | STUDENTI CONTRO

STUDENTI CONTRO BLUES

19 racconti sul Mistero della Pubblica Istruzione

    “Studenti contro” non voleva essere un concorso propriamente “letterario”. Quantomeno non era questo lo scopo. Volevamo dar voce alla rabbia giovane, ai ricordi e al candore, non ci interessava scoprire il talento abbagliante delle prossime Lettere. Non siamo in televisione. Ci piaceva l’idea di una ricognizione fra studenti vecchi e nuovi alle prese con piccoli grandi eventi. Quelle giornate, quelle stagioni che ti porti tatuate sul cuore per tutta la vita.
    A molti – circa duecento – la cosa è sembrata buona e giusta. Così, abbiamo letto una preziosa quanto sgangherata teoria di racconti, articoli e piccoli saggi. C’è che se n’è allegramente fregato dei limiti di estensione, chi è scaduto negli effetti speciali, chi è morto di prosa apparente, chi ha riciclato sfacciatamente costole di manoscritti di tutt’altra natura, chi s’è prodotto in megalomanie assortite, chi ci ha esecrato ambedue i testicoli con capricci prematuri, chi ha tradito in un colpo solo logica e grammatica.
    Alla fine, scelto il racconto vincitore, non abbiamo potuto nascondere la nostra affezione anche per altri scritti che ci hanno conquistati con la loro spontaneità. Diciannove. Lontani da calcoli retorici e da sfoggi tecnici, siamo felici di presentarveli. Non li abbiamo volutamente editati (salvo qualche rifinitura d’obbligo). Crediamo che siano la testimonianza – vuoi avveduta, vuoi slabbrata – di un’Italia che da secoli si confronta col Mistero della Pubblica Istruzione. Un giallo che ha garantito amori e fomentato rivolte.


    Saverio Mazzeo | L’orizzonte apparente della rivolta universitaria

    La rivolta studentesca, in questi ultimi anni, non si è fermata un attimo. Il 14 dicembre 2010 e il 15 ottobre scorso sono state forse le sue tappe più importanti, quelle che si sono trascinate dietro la solita scia di polemiche e parole. Come se i black bloc non fossero esistiti anche negli anni ‘70, magari sotto un’altra veste e sotto un altro nome. Come se il servizio d’ordine del vecchio Movimento Studentesco non avesse permesso ripetuti scontri violentissimi con forze dell’ordine, militanti di estrema destra e persino di estrema sinistra (insieme a loro c’era, fra gli altri, anche Gino Strada). Come se si potessero controllare cinquecentomila persone che non conoscono altro linguaggio che quello della rabbia. Come se non si conoscesse la Storia.

    L’orizzonte universitario sembra politicamente piatto, privo di fantasia, originalità, spirito innovativo, indipendenza. È, o più semplicemente appare, terribilmente piatto, nonostante la rete dei collettivi studenteschi si impegni in iniziative vincenti come quella dei “book bloc” o dei Draghi Ribelli, nonostante si imbastiscano cortei e occupazioni simboliche atti a riprendersi le strade senza preavviso né autorizzazione. Per esempio, quello organizzato alla stazione Tiburtina il 3 novembre, o il presidio degli stessi Draghi Ribelli davanti al Ministero del Tesoro, nonostante in quest’ultima circostanza fossimo solo un centinaio di studenti. È certamente giusto, infatti, disobbedire a divieti che mostrano alla luce del sole il volto autoritario e repressivo di uno Stato di polizia mascherato, di una classe politica non legittimata a governare il paese.

    Dal “di dentro” dell’università, però, sono più chiare alcune dinamiche, alcune spaccature e soprattutto molte lacune di pensiero che sono più profonde di quello che si vuole far credere, o far vedere. Per esempio, i collettivi universitari – mi riferisco a quelli della Sapienza – sono in larga parte formati da ragazzi provenienti dai famosi centri sociali di Roma, e fin qui nulla di strano (ma fa pensare al carattere abbastanza chiuso del “sistema”). Il fatto strano è che appena qualcuno si permette di dissentire dal loro operato si vedono partire subito caciare e insulti, come accaduto qualche tempo fa davanti al cortile della facoltà di Scienze Politiche tra i membri del suo collettivo e quelli del collettivo autorganizzato di un’altra facoltà (mi pare fossero di Giurisprudenza) che rivendicavano la linea dell’intransigenza più accesa. Insomma, episodi da neo-cameratismo rosso. Al di là di chi avesse ragione e chi torto in merito alla linea di condotta da seguire durante i cortei.

    Un altro episodio più recente ed esauriente sulla questione è il ritrovo semi-privato (definirla “assemblea” è certamente esagerato, apostrofarla come “pubblica” è una bestemmia) svoltosi dopo la manifestazione del 17 novembre all’ex cinema Palazzo tra i “rappresentanti” di Link, Atene in Rivolta, Scienze Politiche, Medicina e i ragazzini delle scuole medie-superiori. Per venti minuti l’argomento principale di scontro verbale è stato l’obiettivo pratico che la manifestazione si proponeva di raggiungere (a quanto pare): il lancio delle uova. I ragazzini si lamentavano: “Nun c’avete fatto lancià manco le uova a ‘la polizia, se nun era pe’ noi la manifestazione era ‘n disastro…” E gli altri a dire: “Ma che dite!” E i ragazzini: “Si, nun la prima vorta che l’avemo tirate, c’avete fermato la seconda vorta”. E da lì per venti minuti ad esaminare se fosse la prima o la seconda volta…

    Quello che non quadra è il contenuto dato a questa indignazione. Questa rivolta studentesca è come la stesura di un romanzo mai scritto. O scritto male. Come se non bastasse, ci siamo fatti chiamare “indignados”, invece di acquistare piena autonomia anche nella scelta del nome da dare a una rivolta sociale diversa e più estesa rispetto al resto d’Europa. Diversa perché diverse sono le condizioni politiche in cui versa una nazione dal parlamento di condannati definitivi, pregiudicati e indagati. Diversa perché quella italiana è un’anomalia non riscontrabile in nessun’altra democrazia occidentale. Un’anomalia nata, piaccia o meno, in seno all’Assemblea Costituente: oggi glorifichiamo e santifichiamo una Costituzione scritta dai partiti e per i partiti, che a ben vedere si auto-dichiararono (in via consuetudinaria) associazioni di diritto privato non riconosciute. La recessione economica attuale è opera della finanza, cioè della politica e dei partiti, che insieme costituiscono la stessa oligarchia nobiliare. E questo vale, in linea di massima, ovunque. Tant’è vero che Joschka Fischer, ex ministro tedesco, tempo fa arrivò a dichiarare che “non si può governare contro il capitalismo finanziario”, denunciando l’esistenza e la consistenza dei fenomeni oligarchici che caratterizzano la disfatta storica del decantato “Welfare State”. Ma vale ancor di più in Italia, e in questo senso il governo Monti non può darci molte sicurezze e garanzie, né di rinascita sociale né di giustizia sociale.

    Non resta che abbandonarsi alla rivolta individuale, seguendo il consiglio di quel filosofo ed artista straordinario che era Albert Camus. Scrisse proprio Camus ne “L’uomo in rivolta”: “In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del ‘cogito’ nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo”. Questa è la citazione corretta rispetto a quella data frequentemente: quella che traduce “sono” al posto di “siamo”. Ed è una distinzione fondamentale, per sottolineare il fatto che l’unica rivoluzione possibile, che precede quella sociale, è quella interiore.


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