rivista internazionale di cultura

Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

LETTERATURA

Philip Roth salva il padre (e se stesso)

    (Barbara Pezzopane) – C’è una vecchia storiella ebraica che recita più o meno così. Un ragazzino torna a casa dopo la scuola e racconta alla sua yiddish mama che ha ottenuto una parte nella recita scolastica.
    – Bene – fa lei. – E di che ruolo si tratta?
    – Sono il marito ebreo.
    La madre scuote la testa.
    – Torna dall’insegnante e fatti dare un personaggio parlante.

    roth with mother

     Philip e Bess Roth. 1935: Mamma e figlio si godono il sole della spiaggia a Belmar (The Newark Public Library)

    L’umorismo yiddish abbonda di questa materna benevolenza, che ricordiamo anche in formato trascendentale nel cielo di uno degli episodi del film “New York Stories”, quando la genitrice di Sheldon (Woody Allen) si affaccia ubiquamente nell’empireo di Manhattan per somministrare le sue raccomandazioni alla progenie sotto gli occhi della cittadinanza divertita. L’idea dell’ingombrante presenza materna si insinua nella cultura pop fin nel più economico dei suoi manufatti turistici: la cartolina. Più o meno negli stessi anni in cui, con Scorsese e Coppola, Woody Allen filma, esternalizzandola, l’enormità del senso di colpa filiale, fra le tante cartoline newyorchesi che celebrano il melting pot capita di trovare quella che ritrae un bolso punk androgino, cresta fucsia e perforazioni metalliche, sorridente sotto la scritta “I survived a Jewish mother”.

    Ma la grande arte letteraria ebreo-americana ha prodotto memorabili figure paterne persino ordinarie assurte a una grandezza non meno celeste. Da Morris Bober, bottegaio irredento di Bernard Malamud ne “Il commesso”, al tirannico Albert Schearl in “Chiamalo sonno”, opera chiave di Henry Roth. I padri perdenti, gli shlemiel, e poi gli assenti, come il babbo di Augie March – che se la squagliò – si sono tutti guadagnati la loro duratura ribalta.

    Ci sono anche altri tipi paterni, se vogliamo più conciliati. Il mensch di Spiegelman in “Maus” e l’equivalente di uomo ostinato, tenace e un po’ rompicoglioni ma pieno di devozione nei confronti della famiglia – e qui veniamo al punto – che in molte, moltissime salse ha raccontato Philip Roth, direttamente o tramite i suoi alter ego narrativi. Uno per tutti, Peter Tarnopol, il cui primo romanzo s’intitola, guarda un po’, “Un padre ebreo”.

    Da cosa si deve salvare Philip Roth e da chi poi?

    Ebreo americano di terza generazione, si è fatto grande a Newark, New Jersey, quando l’America esultava davanti alle vittorie plurime di Joe Di Maggio. Quando l’America erano Frank Sinatra e Gene Kelly, sguscianti marinaretti, nel dopoguerra degli ultimi splendori del radiodramma. Si faccia conto che, mentre Malamud e Saul Bellow e Arthur Miller ragionavano sulle purghe e sul patto Hitler-Stalin, probabilmente questo ebreo americano di terza generazione si legava un asciugamano al collo e giocava a fare Superman. Poi nel ‘59, a soli ventisei anni vinceva  il National Book Award con “Goodbye, Columbus”. Da allora ha continuato a pubblicare libri, parecchi libri, la quasi totalità con qualcosa da dire a proposito di ebrei.

    “Mamma, noi ci crediamo nell’inverno?” chiede Alexander Portnoy. Tradotto: l’inverno è kosher, è ebraicamente adatto? Perché esiste un universo di cose e azioni non kosher, più o meno lontane da ciò che è buono e giusto. Proprio da questa dialettica ha origine l’opera di Roth, come pure un bel da fare con la comunità ebraica, con i critici, con il pubblico dei lettori.

    roth

     I detrattori di Roth spuntarono da ogni parte fin dall’inizio della sua carriera, lo accusavano di tutto e del contrario di tutto.  A un simposio presso la roccaforte ebraica della Yeshiva University dovette prendere le sue difese nientemeno che Ralph Ellison mentre l’autore ebreo-americano era sull’orlo di un attacco di panico di fronte a chi lo accusava di antisemitismo

    Sin dall’esordio e per quasi trent’anni, i suoi libri furono presi per autobiografie velate. I critici si improvvisarono detective, sospettando, congetturando, ricostruendo la vita dell’autore a partire dalla fiction. Un inutile gioco combinatorio per chi voleva soltanto godersi quei libri e poteva farlo infischiandosene del caso biografico dell’autore. Tuttavia, il gioco delle inferenze era legittimo. In effetti molti dei protagonisti di Roth sono uomini, nati come lui nel 1933, spesso a Newark o nei paraggi; uomini con vite in apparenza simili alla sua, con nomi di amabili intellettuali ebraici: Klugman, Kepesh, Zuckermann

    Ecco perché, fin dall’inizio della sua carriera, Roth fu tempestato di domande che riguardavano non solo la letteratura ma la sua vita privata. Queste analogie elementari con i suoi personaggi – ci si domandava – non erano magari la parte emersa di una somiglianza, di una condivisione più profonda? In sostanza, la visione della famiglia ebraica con tutte le sue limitazioni e divieti, la sua azione schiacciante rispetto alle tendenze centrifughe dell’individuo, non apparteneva a Roth quanto a Portnoy? Non si affratellavano, il creatore e la sua creatura, nella speranza di “sopravvivere” a un’educazione ebraica?

    Alexander Portnoy: “Mamma, noi ci crediamo nell’inverno?”

    Per quanto seccato, questo nipote di immigrati fin-de-siècle dall’Europa orientale, non dovette sorprendersi poi molto delle reazioni, essendo uno scrittore ironico, ebreo che scrive di ebrei e – non bastasse questo – uno che ritiene la narrativa il mezzo ideale per portare a galla i sentimenti e i pensieri più profondi di un individuo, la realtà nelle sue molteplici sfaccettature. Fatto sta che i detrattori spuntarono da ogni parte, accusandolo di tutto e del contrario di tutto: di odio verso se stesso come di egoismo, di antisemitismo e di parrocchialismo ebraico, di autobiografismo e contemporaneamente di prendere a prestito personaggi da Kafka o da James; di avere una scarsa immaginazione e di osare bizzari voli con la fantasia. Persino tra coloro che avevano apprezzato i suoi libri, ci fu chi si sentì a un certo punto ingannato per essere stato coinvolto in un’ironia blasfema.

    Ne “I fatti. Autobiografia di un romanziere”, Roth racconta di quando a un simposio presso la roccaforte ebraica della Yeshiva University di New York, dove era stato invitato a parlare de “La crisi di coscienza degli scrittori appartenenti a minoranze”, fu difeso nientemeno che da Ralph Ellison nel momento in cui stava per cadere preda di un attacco di panico in piena regola di fronte a un pubblico di contestatori:

    La sua posizione intellettuale era di fatto identica alla mia, ma lui la presentava da americano nero. [1]

    Racconta ancora Roth, illuminandoci sul sadismo che non risparmia gli ambienti intellettuali:

    … udìì il verdetto finale contro di me, una condanna talmente dura quale non mi capiterà mai, spero, di udire in questo o in qualsiasi altro mondo. [2]

    Philip Roth and his father

     1937: Philip, Sandy e Herman Roth a Bradley Beach (The Newark Public Library)

    Strana tutta questa inimicizia. O quantomeno non giustificata dalla biografia dello scrittore. Roth aveva vissuto con agio i suoi anni in famiglia, fra gli ebrei. E infatti non aveva certo l’ambizione di farsi portavoce, tramite la scrittura, di una qualche ideologia ebraica o peggio ancora antiebraica. Voleva essere semplicemente un narratore e piano piano si era reso conto che di solito le storie buone si trovano vicino casa, vicino alle proprie esperienze. In una fase iniziale non si era concentrato su cose ebraiche nei suoi racconti. Erano i primi anni ‘50, i tempi della Bucknell University, della rivista letteraria Et Cetera di cui era redattore:

    Questi racconti volevano essere “toccanti” (…) L’ebreo non si vedeva da nessuna parte; non c’erano ebrei in questi racconti, non c’era Newark, non c’era ombra di comicità (…); volevo dimostrare che ero una persona totalmente innocua, sensibile e “compassionevole”. [3]

    E il risultato anche fu innocuo, a suo dire. Anzi, probabilmente servì a dimostrare che Roth poteva essere solo uno scrittore di ebrei, o non sarebbe stato affatto uno scrittore. Dunque: le storie buone si trovano vicino casa.

    Ma c’era di più, perché ai suoi occhi, l’essere ebrei equivaleva a una condizione ideale per esplorare la promessa americana di libertà. Se il conflitto è la “provincia” della narrativa, allora non era possibile rinunciare a quello che agitava gli ebrei americani di terza generazione. Oltre a essere nati in un’epoca di grandi aspettative, oberati di miti e di falsi concetti che non li avrebbero aiutati a vivere nel mondo reale, dovevano anche fare i conti con il clan. Da un lato il fascino del sogno americano, dall’altro i vincoli familiari, i sacrifici fatti dai genitori per un avanzamento dei figli nella società e le proibizioni rispetto al cibo, alle compagnie, ai piaceri. Da un lato il desiderio, dall’altro il senso di colpa. Qui le tre ore settimanali di dottrina ebraica per il Bar Mitzvah del piccolo Philip, là fuori una partita a baseball giocata esterno sinistro o prima base al campo sportivo di Chancellor Avenue… Gli ebrei-protagonisti di Roth non sono altro che testimoni di questo complicato processo di assimilazione dell’America nel proprio sé e di se stessi in America.

    Allora strana, dicevamo, tutta questa inimicizia. Eppure c’è una ragione se lo scrivere di ebrei da parte di Roth, fu scarsamente percepito come un atto d’amore. Se i perdenti di Malamud vengono riscattati nel momento stesso della loro sconfitta in quanto scoprono dentro di sé qualcosa di nuovo, i personaggi di Roth invece non si rassegnano al loro destino. Si ingegnano, lottano e nel momento del fallimento, quando il lettore ebreo si aspetterebbe che ricevano una solidale pacca sulla spalla, è lì che Roth inocula l’ironia. L’uditorio, alla fine degli anni ’50, non è però uno qualsiasi. È la comunità ebraica del dopoguerra, ancora vacillante per le rivelazioni dell’Olocausto. Ancora, e costantemente, alle prese con la possibilità che quanto avvenuto nella Germania di Hitler si possa ripetere negli Stati Uniti. Perciò le letture accettate erano quelle di orgoglio ebraico, di propaganda; la letteratura costruita sullo stereotipo degli ebrei/vittime e su quello complementare dei critici/persecutori. “Exodus” di Leon Uris, per esempio.

    philip-roth-and-the-jews

    Il saggio fondamentale del professor Cooper su Philip Roth (Suny 1996)

    Tornando alle speculazioni dei critici, circa l’uso di episodi veri nella letteratura di Roth (e dunque anche al processo da parte dell’ebraismo istituzionale nei suoi confronti), queste durarono circa un trentennio. Fino a quando lo scrittore non pubblicò le opere autobiografiche “I fatti. Autobiografia di un romanziere” (1988) e “Patrimonio. Una storia vera” (1991), autorizzando e avvalorando proprio queste vecchie speculazioni all’interno di un’autodifesa da scrittore. Si ebbe la conferma, grazie ai “Fatti”, che molti personaggi e situazioni sparse nella narrativa di Roth erano di natura autobiografica. I personaggi principali, denudati dei loro panni narrativi, rimandarono improvvisamente agli amici, ai genitori, alle amanti, alla prima moglie dello scrittore. Persino interi episodi e alcune trame dei romanzi degli anni ’60 e ’70, dovevano essere stati ripresi dalla vita adulta di Roth. Ma affidandosi deliberatamente all’autobiografia Roth stesso disinnesca la pericolosità che gli si attribuisce. Lo spiega con acume l’ampio e dettagliatissimo saggio di Alan Cooper “Philip Roth and the Jews” che qui saccheggiamo. Il professore recupera un brano da un breve memoir dell’autore, pubblicata da Harper’s Magazine nel ’59 (molto prima, quindi dei “Fatti” e “Patrimonio”), e lo mette a confronto con uno stralcio da “Lamento di Portnoy” che riarrangia il medesimo aneddoto sul padre. Riesce così a dimostrare come l’improvviso e violento assalto dell’immaginazione agisca sui “fatti”, trasformandoli.

    Di solito si prendeva le ferie nell’ultima settimana di luglio e la prima di agosto; oppure rimaneva in città durante la settimana e ci raggiungeva con la macchina nei weekend. Qualche volta, tuttavia, la nostra vecchia Pontiac risaliva fino a LaReine Avenue proprio nel bel mezzo della settimana: la città era troppo calda. “Non si riesce nemmeno a respirare”, diceva a mia madre. “L’umidità”, diceva lei.
    In queste visite a sorpresa, di solito arrivava verso le sette e mezzo senza aver cenato. Ma la cena aspettava – malgrado le proteste di mia madre – mentre lui gettava via gli sgualciti abiti cittadini e si infilava il costume da bagno. Io gli portavo l’asciugamano mentre s’incamminava alla spiaggia per farsi un tuffo. Ero vestito, il sole e il sale lavati via con la doccia, i capelli scriminati e lisciati. C’era una  ringhiera di ferro scrostata che correva lungo tutta la spiaggia, e mi ci sedevo sopra guardando mio padre dabbasso che entrava in acqua.
    Lo faceva lentamente, indugiando a lungo mentre l’acqua gli lambiva le ginocchia. Poi faceva una coppa con le mani e nella leggera oscurità del dopocena si versava l’acqua sulla faccia e dietro al collo. Tutte le mie idee su quanto fosse difficile essere uomo, lavorare e mantenere una famiglia, mi sembrano aver avuto origine non tanto dall’essere informato delle difficoltà, quanto dall’osservare i modi di riposarsi ai quali le difficoltà stesse ti spingevano; nel caso del lavoro, ti faceva desiderare di versarti una manciata di acqua fresca sulla faccia e sul collo, ti rendeva piacevole una cosa così semplice. Lo deducevo dalla maniera in cui si strofinava l’acqua sulle braccia e se la massaggiava sulle spalle. Tutto il tempo che impiegava soltanto per prepararsi a entrare in acqua mi bastava per apprendere che molte polizze dovevano essere scadute o quasi scadute quel giorno. Non avevo un’idea chiara, tuttavia, di come ne prevenisse lo scadere, di cosa esattamente facesse. Che cosa faceva durante il giorno? E quando noi eravamo via, cosa faceva di notte? Con chi ascoltava la radio? Gli mancavamo – di questo ero sicuro – e pur non concedendosi ai capricci della solitudine doveva essere piacevole per lui quando la temperatura diurna e l’umidità divenivano talmente insopportabili da farlo sentire giustificato ad abbandonare la città per la notte. Il più delle volte, tuttavia, pagava in denaro e solitudine per il nostro benessere. Il caldo in estate era nemico di donne e bambini: noi dovevamo esserne preservati… Da ultimo lo guardavo immergersi nell’acqua e nuotare, poi rigirarsi e galleggiare sulla schiena. Dietro di noi il sole era tondo e rosso, e quando la sua luce appariva improvvisamente sull’acqua capivo di stare assistendo a qualcosa di meraviglioso. Come galleggiava fermo mio padre: lavorava sodo e poi arrivava ed era splendente, come il mare, grazie a quelle ultime, pure frecce di luce. [4]

    Sentimentale e autentico. Roth non doveva ancora dimostrare ai guardiani dell’ebraismo di essere un bravo figlio. Racconta un rito di passaggio, l’apprendimento di una lezione nel momento esatto in cui viene trasmessa di padre in figlio: la lezione dell’essere uomini.

    In “Lamento di Portnoy”, pochi accorgimenti espressivi, capovolgono toni e significati. I tocchi di ammirazione, di gratitudine devota sono ridotti sistematicamente.

    D’estate lui se ne rimane in città mentre noi tre partiamo per tre mesi e andiamo a vivere in una camera ammobiliata al mare. Ci raggiungerà per le ultime due settimane, quando ha vacanza anche lui… ci sono delle volte, però, in cui Jersey City è così densa d’umidità, così pullulante di zanzare che si tuffano in picchiata sulla città dalle paludi lì vicino, che alla fine della sua giornata di lavoro prende la macchina e guida per ottanta, novanta chilometri sulla vecchia Autostrada di Cheesequake – la Cheesequake! Mio Dio! uh, la roba che viene fuori standosene sdraiati qui! – guida per ottanta, novanta chilometri per passare la notte con noi nella nostra stanza ventilata a Bradley Beach.
    Arriva dopo che noi abbiamo già mangiato; comunque la sua cena aspetta mentre si toglie i vestiti inzuppati di città con cui ha girato tutto il giorno per coprire le varie tappe del suo pellegrinaggio d’assicuratore, e si infila il costume da bagno. Io gli porto l’asciugamano mentre lui ciabatta giú per la strada con le scarpe slacciate, diretto alla spiaggia. Io indosso dei pantaloncini corti, puliti, e una maglietta sportiva, immacolata, il salmastro mi è stato lavato via con la doccia, e i miei capelli – capelli ancora da bambino soffici e pettinabili nella fase precedente alla lana d’alluminio – sono divisi da una riga perfetta e tenuti con grazia aderenti alla nuca. C’è una ringhiera di ferro corrosa dalle intemperie che corre lungo tutta la spiaggia e il marciapiede che la costeggia, e io mi ci siedo sopra; sotto di me, ancora con le scarpe, mio padre attraversa la spiaggia vuota. Lo osservo mentre, con cura, poggia l’asciugamano vicino alla riva. Poi mette l’orologio in una scarpa, gli occhiali nell’altra, e finalmente è pronto a fare il suo ingresso in mare. Ancora oggi entro in acqua come lui mi ha consigliato: prima s’immergono i polsi, poi ci si bagnano abbondantemente le ascelle, poi una manciatina d’acqua sulle tempie e sulla nuca… ah, ma piano piano, sempre lentamente. In questo modo ti rinfreschi, e allo stesso tempo eviti di dare un colpo troppo improvviso al tuo organismo. Rinfrescato, tranquillo, si gira a guardarmi, e comicamente fa arrivederci con la mano verso il punto dove crede che io sia rimasto in piedi a osservarlo, e poi si lascia cadere all’indietro per farsi trasportare dalla corrente inesistente; fa il morto. Oh galleggia, è immobile quasi… – lavora, lavora cosí tanto, e per chi, se non per me? – e poi, infine, dopo essersi girato sullo stomaco e aver dato qualche goffa bracciata a schiaffo sull’acqua che non lo spinge da nessuna parte, si rialza in piedi e torna pian piano a riva, il torso gocciolante e solido risplendente delle ultime, pure frecce di luce che lo raggiungono, passandomi sulla spalla, dall’entroterra soffocante del New Jersey, da cui io vengo risparmiato. [5]

    Non è più l’eroe, Jack è il martire. Colui che è messo in fuga da un esercito di zanzare, colui che si porta dietro la città nei “vestiti inzuppati”, colui che alla spiaggia non ci arriva risoluto, nell’intento di trovare sollievo alla calura estiva in un bagno refrigerante. Invece, “ciabatta con le scarpe slacciate”, in netto contrasto con l’immagine ordinata di Alex (descritto qui con tanti più aggettivi quanti sono necessari a registrare l’incongruità che egli percepisce tra sé e il padre). Ancora, Jack è l’uomo eccessivamente prudente e passivo che infila nelle scarpe gli occhiali e l’orologio. È l’uomo trafitto dalle “ultime frecce di luce”. Impalato. Herman era “meraviglioso”, “splendente” al sole “tondo e rosso”, nella dissolvenza finale delle “Recollections”.

    “Da ultimo lo guardavo immergersi nell’acqua e nuotare, poi rigirarsi e galleggiare sulla schiena. Dietro di noi il sole era tondo e rosso, e quando la sua luce appariva improvvisamente sull’acqua capivo di stare assistendo a qualcosa di meraviglioso. Come galleggiava fermo mio padre: lavorava sodo e poi arrivava ed era splendente, come il mare, grazie a quelle ultime, pure frecce di luce”

    Perciò la lezione tramandata da Jack Portnoy ad Alex è quella di essere cauti, per evitare “un colpo troppo improvviso al tuo organismo”. Alex è mosso da un impasto di sentimenti che comprende disprezzo, senso di colpa ma anche amore. Fatto! È fatto il conflitto irrisolto che lo induce a rivolgersi allo psicoanalista, il dottor Spielvogel. Un conflitto costruito da Roth sì sulla base del proprio vissuto, ma tacendo alcune istanze interne e esagerandone altre. Così lavora l’immaginazione, così è il suo violento assalto. Così Philip Roth non è certo un pericolo per l’establishment ebraico.

    In conclusione, come abbiamo tentato di ricostruire, alla storia delle Lettere si consegna la figura di un “tough Jew”. Herman Roth, padre di Philip, è difatti un ebreo “tosto”, uno che lavora e lavora sodo per garantire alla sua famiglia un futuro decente in America. La sua rispettabilissima quanto comune parabola biografica viene strappata all’oblio per mezzo della letteratura. Resta nero su bianco, sotto varie forme, più o meno mascherate.

    Questa stessa esposizione – poiché tale è – consentirà al figlio di risolvere positivamente il proprio conflitto edipico (a differenza dell’“Edipo relitto” di Woody Allen) trionfando infine sul padre onorato e diletto grazie alla straordinaria potenza della sua arte.


    Note

    [1] P. Roth, “I fatti. Autobiografia di un romanziere”
    [2] P. Roth, “I fatti”
    [3] P. Roth, “I fatti”
    [4] P. Roth, “Recollections from Beyond the Last Rope”
    [5] P. Roth, “Lamento di Portnoy”

    Bibliografia
    Alan Cooper, “Philip Roth and the Jews”, Suny 1996
    P. Roth, “Recollections from Beyond the Last Rope”, Harper’s Magazine, July 1959
    P. Roth, “Lamento di Portnoy”, Bompiani 1970
    P. Roth, “La mia vita di uomo”, Bompiani 1975
    P. Roth, “I fatti. Autobiografia di un romanziere”, Leonardo 1989
    P. Roth, “Patrimonio. Una storia vera”, Einaudi 2007
    F. Pasanisi, “Patrimony. A true story” di Philip Roth”, Storie n. 45, 2002
    D. Remnick, “Philip Roth’s new novel and new life”, The New Yorker, 8 maggio 2000
    A. Gordon, “Jewish Fathers and Sons in Spiegelman’s Maus and Roth’s Patrimony (2004)


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