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Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

MUSICA

James Brown salva Boston

    (Valentina Natale) – “Boston sarebbe andata a fuoco. Perché avrebbe dovuto essere risparmiata? Chi avrebbe potuto salvare Boston? Era la prossima nella lista delle rivolte”. Invece ci ha pensato lui, James Brown, (nato in un bordello del South Carolina per poi diventare Mr. Please Please Please) a salvare la città dai violenti riots scoppiati in tutti gli Stati Uniti pochi giorni dopo l’uccisione di Martin Luther King. Appena saputa la notizia, la rabbia della comunità afroamericana era esplosa. Migliaia di persone in strada, incendi, vetrine infrante, scontri con la polizia.

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    James Brown con il sindaco di Boston, Kevin H. White, e Tom Atkins, l’unico membro nero del consiglio della città, che quella notte sostenne con convinzione la necessità di far salire Brown sul palco del Boston Garden

    Il 4 aprile del 1968 rischiava di segnare l’inizio di una nuova guerra civile. Boston non faceva eccezione, colpita dai disordini nello stesso, caotico modo di New York o Los Angeles. Roxbury, quartiere “nero” per eccellenza, una Berlino Est in miniatura, lo sembrava proprio una zona di guerra: presidiata notte e giorno da squadre di poliziotti in assetto antisommossa, pronte a tutto pur di preservare l’ordine pubblico. Quel quattro di aprile James Brown era in uno studio di registrazione della Grande Mela. Avvertito dei disordini, aveva parlato in televisione e alla radio per provare a calmare le acque. Era perfino andato ad Harlem, a vedere di persona ciò che stava accadendo. Il giorno dopo, 5 aprile, avrebbe dovuto volare a Boston per un concerto prenotato da mesi, che ha rischiato seriamente di non avere luogo. Il sindaco Kevin H. White e il consiglio comunale pensavano andasse cancellato, lo consideravano un “hot spot”, una zona calda. Tutti quei giovani afroamericani (quindici, ventimila secondo le stime) in marcia verso il centro per vedere Brown erano, vista la situazione, un pericolo ambulante. La polizia non sarebbe mai riuscita a garantire la sicurezza.

    C’era però anche il problema opposto: l’annullamento dell’esibizione rischiava di esacerbare ulteriormente gli animi, gettando benzina sul fuoco dello scontro razziale. Così, alla fine, l’hanno avuta vinta Tom Atkins (unico membro di colore del consiglio), il dj Jimmy Early Byrd e tutti quelli che al concerto volevano andarci. Brown, secondo loro, teneva in pugno gran parte della comunità con il suo sex appeal, la sua attitudine da showman. Poteva essere “usato” per calmare e guarire. A tempo di record un semplice spettacolo è stato trasformato nel Memorial in onore di Martin Luther King, non solo concesso ma incoraggiato dalla classe politica. Trasmesso perfino in televisione, dal vivo, sulla stazione locale WGBH, per spingere la gente a stare a casa, a godersi l’esibizione comodamente seduta sul divano. L’imperativo era svuotare le strade, sperando di evitare il peggio.

    Ha funzionato. Mentre l’America bruciava da costa a costa, Boston ballava. Mentre Stokely Carmichael incitava i fratelli a cercarsi una pistola per vendicare il sangue versato, James Brown si assicurava che tutti quei pochi abbastanza coraggiosi da sfidare la sorte e arrivare fino al Boston Garden, avessero una birra. Non è successo nulla in città, james-brown-boston-1968quella notte. Nessuna rivolta, niente vetrine rotte. Tutti guardavano rapiti l’estro di James scuotere il palco, far vibrare le sedie. Lui, che pacifista non era, si è trovato ad essere il più improbabile dei salvatori. Lui, che ammirava il dottor King pur non approvandone sempre le idee, ha esordito definendolo “il miglior amico dell’America”, un non violento che non doveva essere ricordato con la violenza. Durante “Please Please Please”, il cavallo di battaglia che tutti aspettavano, l’emozione e l’adrenalina si sono impossessate del pubblico. Brown sapeva come lavorarsi gli spettatori, questo è sicuro, ma all’improvviso la situazione rischiava di sfuggirgli di mano. Un numero impressionante di persone cercava di toccarlo, di salire sul palco. Un palco improvvisamente minuscolo, circondato da agenti di polizia che aspettavano solo un cenno, la più insignificante delle provocazioni, per intervenire. E i rapporti, tra la comunità afroamericana e le forze dell’ordine, non erano certo dei migliori a Boston. Ma ancora una volta Brown è salito in cattedra, invitando alla calma, intimando ai poliziotti di “stare indietro” perché era in grado di farsi rispettare dalla sua gente senza il loro aiuto. L’hanno ascoltato. Nessun incidente, nessuno scontro, dicevamo. La città non è diventata quell’ammasso di fuoco e macerie che i musicisti e la crew pensavano di doversi lasciare dietro le spalle, il giorno dopo. Per la prima volta, l’energia delle sette note veniva utilizzata per canalizzare l’impeto rivoluzionario nel ben più innocuo intrattenimento e l’idea di “mettere in scena qualcosa che distragga, nei momenti di crisi” (parole del sindaco White) cominciava a non sembrare poi così malvagia.

    Il docufilm di David Leaf “The Night James Brown Saved Boston” questa storia la racconta per intero, appoggiandosi alle immagini di repertorio, alle interviste. Retroscena compresi, senza far sconti a nessuno. Si scopre così che Brown non era poi così contento che la sua esibizione venisse ripresa e mostrata in televisione. Molti degli spettatori infatti, saputa l’eccitante novità, si erano precipitati ai botteghini del Garden per chiedere il david-leaf-the-night-james-brown-saved-bostonrimborso del biglietto. La potente macchina organizzativa del cantante rischiava quindi di finire in rosso di ben sessantamila dollari, soldi che James avrebbe voluto avere indietro in cambio del permesso di riprendere il concerto. Le ragioni di un certo ritardo nel suo salire in scena non erano dunque solo la tensione del momento, il peso di una grande responsabilità, il timore di essere aggredito o peggio (all’epoca non c’erano metal detector e chiunque poteva avere una pistola nascosta sotto la giacca).

    C’entravano anche i ferventi negoziati in corso fra il suo entourage e il sindaco White sull’eventuale compenso economico. Alla fine sembra che il primo cittadino, visibilmente spazientito, abbia ceduto e apostrofato Brown con un “Va bene, le troverò i suoi soldi però adesso salga lì sopra e si dia da fare”. Come ci tiene a sottolineare Charles Bobbit, personal manager del re del soul però, nessuno ha mai ricevuto quanto pattuito: solo diecimila dollari per coprire le spese. A James comunque non importava più di tanto (sempre secondo Bobbit): pensava allo show. Era più che contento di aver contribuito a salvare la situazione e, forse, alcune vite (una quarantina i decessi dovuti agli scontri quella notte, nel resto del paese). Salvatore ad ogni costo, l’unico in grado di esprimere le emozioni e i sentimenti di un popolo confuso. Saldo sulle sue posizioni nonostante le critiche dei giorni seguenti, le accuse di essere un venduto, un servo dei politici, di aver strumentalizzato una tragedia per ottenere lustro e visibilità, di aver dirottato la genuina rabbia di molti verso un’effimera esibizione dal vivo. Non ha fermato una rivolta, ha impedito che lo diventasse, questo è un fatto. E forse “si può discutere il modo, ma non i risultati” come ammette il Reverendo Al Sharpton, ricordando gli eventi del cinque aprile.


    Guarda il trailer di “The Night James Brown Saved Boston”


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