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Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

MUSICA

Il rock salva Wim Wenders

    (Giulia Borioni) – Non fosse stato per il bordello che regnava a Little Italy verso il 1956 il giovane Scorsese si sarebbe tranquillamente potuto concentrare sugli studi religiosi intrapresi con l’intenzione di diventare prete. Invece, a suon di cazzotti dei teddy boys il ragazzo decise di convertirsi alla settima arte con il risultato che oggi al mondo abbiamo un sacerdote di meno e un regista in più. Ma Scorsese non è l’unico sacerdote mancato prestato al cinema, alla categoria appartiene anche Wim Wenders, uno che a sedici anni ha sacrificato le ambizioni ecclesiastiche alla passione per il flipper, un po’ come il Pinball Wizard cantato dagli Who.

    wim-wenders

    Wim Wenders: “Credo che il rock’n’roll abbia dato a molti per la prima volta un senso d’identità. Questo perché più di ogni altra cosa si avvicina alla gioia […] Il rock’n’roll mi ha fatto sopravvivere alla dolorosa età della pubertà. Ha dato un punto focale ai miei vaghi ma intensi desideri. Così, grazie al rock’n’roll ho cominciato a pensare all’immaginario, alla creatività come uniti alla gioia: l’idea di avere il diritto di godere di qualcosa”

    Gli anni in cui sono avvenuti i due sacrileghi tradimenti sono più o meno gli stessi ma il contesto geografico completamente diverso. Se da una parte c’è la “Piccola Italia” di New York City popolata dalle comunità meridionali emigrate negli Stati Uniti all’inizio del ‘900, dall’altra c’è la Germania sconfitta in guerra e in preda alla rimozione di un’identità nazionale ormai contaminata e colpevolizzata dal nazismo. Nel secondo caso in particolare c’è dunque un vuoto culturale e c’è la necessità riempirlo: “Il bisogno di scordare quei vent’anni ha come formato un buco, e si è tentato di ricoprirlo. […] Lo coprimmo con il chewing-gum. E con le polaroid”, spiega lo stesso Wenders, alludendo ai simboli di quel mito americano con cui è cresciuta la sua generazione. A dire il vero, più che con qualsiasi altra cosa lui quel buco l’ha coperto con la musica. “La mia vita è stata salvata dal rock”, dirà Wenders parafrasando un verso dei Velvet Underground. “Il rock’n’roll mi ha spinto incontro a tutto, mi ha spinto a fare del cinema. Senza il rock’n’roll oggi sarei forse un avvocato. E tanti altri sarebbero qualcosa di diverso. Credo che il rock’n’roll abbia dato a molti per la prima volta un senso d’identità. Questo perché più di ogni altra cosa si avvicina alla gioia. Se non fosse stato per Chuck Berry, Gene Vincent, gli Everly Brothers o Eddie Cochran io non avrei mai conosciuto quel gran desiderio di crescere, per poter essere abbastanza grande da riempire da solo quel jukebox. Senza questi primi rock’n’rollers non avrei passato la mia gioventù nelle gelaterie o sui prati e non avrei speso le mie notti ascoltando Radio Luxembourg tenendo un vecchio apparecchio a transistor sotto il cuscino. Il rock’n’roll mi ha fatto sopravvivere alla dolorosa età della pubertà. Ha dato un punto focale ai miei vaghi ma intensi desideri. Così, grazie al rock’n’roll ho cominciato a pensare all’immaginario, alla creatività come uniti alla gioia: l’idea di avere il diritto di godere di qualcosa”.

    Ma andiamo con ordine e torniamo al chewing-gum e alle polaroid. Come capita da giovani, un modello rappresenta spesso e volentieri una norma da infrangere e il momento in cui lo si assume come riferimento prelude già alla volontà di superarlo, attraversandolo. Ecco allora che il cinema di Wenders, il più americano tra i registi tedeschi, può essere interpretato come il suo progressivo affrancamento dalla cultura a stelle e strisce e il suo lento ritorno in patria. In fondo è proprio questo che succede al Felix di “Alice nelle città”: gli USA gli si rivelano nella loro deludente impersonalità e il suo viaggio nel paese delle meraviglie si risolve in una sconfitta dalla quale riuscirà a riscattarsi solo una volta rientrato a casa. Lo stesso accade in “Lampi sull’acqua” in cui però, ancora più emblematicamente, è Wenders stesso che va a New York per partecipare alla morte di Nick Ray e quindi, in qualche modo, per assistere al tramonto di quel cinema tanto amato e idealizzato. Una parabola artistica ed esistenziale che prende le forme di un nostos, quindi. Lo suggerisce anche il ruolo che certi simboli della società statunitense hanno in tanti suoi film. L’ossessiva presenza di flipper, bottiglie di Coca-Cola, drive-in, cartelloni pubblicitari, pacchetti di Camel, Cadillac, distributori automatici e di qualsiasi mezzo di comunicazione di massa (televisione, giornali ma soprattutto il telefono) finisce infatti per rispecchiare l’alienazione di una società colonizzata dagli yankee e il conseguente, frenetico tentativo dell’uomo di instaurare un rapporto con la realtà attraverso gli oggetti che la compongono. D’altra parte, non si capisce che cos’altro potrebbero fare creature così incapaci di dialogare – non è un caso se qualcuno ha definito i personaggi wendersiani come esseri affetti da una sorta di “malessere del linguaggio”. E invece anche per loro una possibilità di salvezza c’è ed è, di nuovo, il rock’n’roll.

    Al che si potrebbe obiettare che pure il rock, come il flipper, è una passione del giovane Wenders e che pure il rock viene dall’America. E allora perché dal rock Wenders (e con lui i suoi personaggi) non si affrancherà mai? Intanto perché il rock non lo ha mai tradito, “per questo io non ho mai tradito lui”. Ma non è finita qui. “Credo che il rock abbia molto più a che fare con i gruppi  inglesi che con chiunque altro. Quando ho cominciato ad apprezzare la musica rock, non era questione di gruppi americani, ma dei Pretty Things, dei Rolling Stones, o degli Who, e di tanti altri gruppi inglesi che mi hanno dato la dimensione di qualcosa che mi riguardava da vicino: non ho mai pienamente apprezzato Elvis Presley. E c’è dell’altro. Penso che il rock sarebbe scomparso se fosse rimasto una faccenda americana, se non fosse stato ripreso dai gruppi inglesi, molti dei quali appartenenti alla classe operaia, e trasformato in qualcosa di totalmente diverso. Se si fosse fermato a Elvis Presley, non avrebbe avuto alcun effetto. I capelli lunghi, per esempio, non sono cominciati in America. Ed è stato un fatto molto importante per la musica rock poiché ha creato una sorta di sentimento d’identità, per non dire di classe”.

    Il rock è la sola forma d’arte contemporanea nella quale mi sento come a casa, è sempre stato così, anche quando non capivo le parole. Per anni ho ascoltato i Rolling Stones senza sapere di cosa parlassero. La loro forza evocativa era insuperabile

    Così, dai primi cortometraggi deliberatamente underground fino alle opere più mature, l’inserimento della musica nei film di Wenders costituisce non solo l’inequivocabile rivelazione di una componente fondamentale della formazione culturale del regista ma agisce anche, a livello diegetico, come l’unico momento vivo e liberatorio, l’unico strumento di comunicazione in un universo desolato e impenetrabile. Le radio e i juke-box che popolano le scene sono oggetti eccezionalmente salvifici, perché da lì irrompono i Creedence, Bob Dylan, Van Morrison o i Canned Heat, cioè i soli suoni e le sole voci comprensibili, e non necessariamente da un punto di vista linguistico. “Il rock è la sola forma d’arte contemporanea nella quale mi sento come a casa, è sempre stato così, anche quando non capivo le parole. Per anni ho ascoltato i Rolling Stones senza sapere di cosa parlassero. La loro forza evocativa era insuperabile”.

    L’ossessione americana passa ma il rock resta. La musica continua a guidare i movimenti della macchina da presa e allo stesso modo il rapporto dei personaggi con la realtà continua a basarsi su ritmi e associazioni emotive ricalcate sul modello improvvisato del rock. Sono uomini sopravvissuti grazie alla musica esattamente com’è capitato a chi sta dietro la macchina da presa, tanto che certe dichiarazioni di Wenders potrebbero tranquillamente essere messe in bocca a uno qualsiasi dei suoi personaggi. Il Bruno di “Nel corso del tempo”, per esempio, non esiterebbe certo a confessare che “senza i Creedence Clearwater Revival alcune fasi di depressione sarebbero durate molto più a lungo”, mentre l’Hans di “Estate in città” pare fatto apposta per articolare l’equazione secondo cui “senza rock’n’roll niente sogni. Senza sogni niente coraggio. Senza coraggio nessuna azione” e ancora il Felix di “Alice nelle città” sosterrebbe con estrema convinzione che “se non fosse stato per i Beach Boys, i Byrds, Harvey Mandel o i Jefferson Airplane la West Coast americana non sarebbe apparsa ai miei occhi come il paradiso”. Ma non c’è dubbio che solo Wenders in persona poteva affermare che “i Bad Seeds e i Crime and the City Solution di Nick Cave mi hanno fatto vedere Berlino come se fosse il centro del mondo. La musica di quegli australiani incagliati sotto il cielo della mia città divisa definisce per me quell’era meglio di chiunque altro”. E solo lui, con i suoi angeli, poteva tornare a raccontarlo, quel cielo sopra Berlino.


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