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Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

CINEMA

“Il coraggio”: Gino Cervi salva Totò

    (Gherardo Fabretti) – Dalla chiatta del circolo “Coraggio e Volontà” Aristide Paoloni (Gino Cervi), proprietario dell’omonima industria tessile e candidato deputato, si tuffa per salvare dalle acque del Tevere il povero Gennaro Vaccariello (Totò). Paoloni non è nuovo a queste gesta di eroismo: Vaccariello è addirittura il venticinquesimo fortunato ad essere in debito con l’industriale, che la sera stessa guadagnerà, oltre agli applausi del curioso cenacolo, l’ennesima medaglia al valore, una per ogni redento dal suicidio acqueo.

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    Gino Cervi e Totò in una scena de “Il coraggio” di Domenico Paolella (1955)

    Paoloni in verità farebbe bene a scambiare tutte le medaglie per un buon salvagente: se le onde che abbrancavano Vaccariello erano fredde, cento salvataggi non basterebbero a tirar fuori lui dai marosi in cui si è ficcato, con un’amante affamata di denari, un’azienda in crisi nera e un nuovo frangente pronto ad affondarlo definitivamente. Il vedovo Gennaro Vaccariello, infatti, subito dopo essere stato dimesso dall’ospedale, bussa a casa del commendatore pretendendo di essere ospitato e mantenuto con famiglia al seguito: sei figli e uno zio della moglie, bersagliere sciroccato convinto di trovarsi ai tempi della linea del Piave. La brigata dei “pezzenti” – unico epiteto esornativo reputato degno dalla moglie del commendatore – sconvolge le giornate di Paoloni, costretto a cedere per non compromettere con la comunità la reputazione di benefattore e con la moglie quella di marito fedele; Vaccariello, infatti, sa del finto colonnello con cui l’uomo intrattiene lunghe telefonate. Eppure l’orrenda invasione si rivelerà la più salvifica delle disgrazie: sarà Gennaro, infatti, a liberare l’industriale dalla vampiresca amante e a tirarlo fuori dal crac finanziario, proprio ad un secondo dal colpo di grilletto col quale Paoloni voleva farla finita. La ditta Paoloni e Vaccariello prospererà ancora per molto tempo; intanto, fiori d’arancio: la figlia del commendatore ha già sposato il giovane figlio di Vaccariello.

    Sin dall’inizio della pellicola è noto a tutti lo strano passatempo di Paoloni, membro di un circolo in trepida attesa per il venticinquesimo salvataggio dell’eroico concittadino che minimizza l’accaduto ma corregge il carabiniere sull’indirizzo a cui spedire l’onorificenza tanto sminuita. I paternali del commendatore sono infiammati come i carboni sui quali correva il virile Starace dieci anni prima; negli edulcorati resoconti di questo habitué del salvataggio scoppiettano ancora le faville retoriche di un Ventennio conclusosi da pochissimo. Terribilmente simili, in fondo, i due: Paoloni come Starace, vestito d’orbace, in pace rapace, in guerra fugace, a letto pugnace, malgré lui! Del resto a tavola l’aveva pur detto: “io sono un fico secco!” Poco importa se era un’affermazione letterale.

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    Aristide Paoloni come Achille Starace (nella foto immortalato mentre attraversa il cerchio di fuoco durante una cerimonia allo Stadio dei Marmi di Roma nel 1938). Dietro agli eroici salvataggi del commendatore sembrano infatti scoppiettare ancora le faville retoriche di un Ventennio conclusosi da pochissimo…

    Ci pensa Totò a sgonfiare il petto zeppo dell’industriale: “che genere di vita mi hai preparato?!” domanda come novello Adamo a chi voleva fare Dio senza pagarne il dazio. In un pirandelliano dramma da camera il suicida Vaccariello riconosce nel salvatore Paoloni il proprio padre, il proprio Dio; veste gli abiti del figlio redento a forza e in questi termini si rivolge al generoso genitore, improvvisamente soffocato da quei panni che fino a qualche ora prima gli sembrava calzassero a pennello. E Vaccariello non ci pensa nemmeno a fermarsi al cancello dell’Eden: alla conquista del piano terra, ben presto trasformato in suburbio, seguirà la presa della scala e del piano superiore, invano sventata dal commendatore in un primo momento. In fondo il Padreterno in flanella l’aveva tirato per il bavero; chi glielo aveva chiesto? Adesso deve prenderselo in casa, pena la pubblica denuncia di violazione di una terna di articoli del codice penale: Dio aveva cacciato l’uomo per avere violato una sola legge, adesso l’uomo può incriminare Dio per averne violate tre.

    Un Padreterno, questo Paoloni, forse più Zeus padre: entrambi ben pasciuti, entrambi sensibili alla bontà dell’altrui sesso, entrambi incapaci di ragionare davanti ad una coscia ben tornita, fosse essa d’agnello o di fanciulla. Ma da quella Grecia di dei ed eroi siamo ormai lontani: la timé che governava vita e morte degli Achille e degli Aiace è scomparsa coi lanci di dadi di Odisseo. Trucchi, nient’altro che giochetti, gli stessi coi quali Paoloni convive, gli stessi coi quali Gennaro entra in casa sua e lo cava fuori dai guai. Ad Aiace non rimane che la solenne tragedia della morte; a Paoloni, borghese degli anni ‘50, la farsa di un suicidio poco convinto. Qualcosa di quel mondo arcaico è però rimasta: quell’insegna alla fine della pellicola, quel “Paoloni – Vaccariello & figlio” che cancella senza pietà il diritto ad ereditare dell’unica figlia del commendatore a vantaggio del marito. Le donne avevano iniziato a votare nove anni prima; metterle a capo di un’industria non era concepibile, nemmeno in un film.

    Spiace che una pellicola così ben principiata finisca per intorcinarsi malamente dietro i troppi fili narrativi, tranciati malamente nel finale dal regista a scapito della verosimiglianza della vicenda. I frequenti slanci di improvvisazione di Totò, poi, non sempre incontrano il coinvolgimento spontaneo di Cervi, rigido all’inverosimile; due mondi distanti anche nella vita, purtroppo. Eppure la bella immagine del figlio che regala al padre l’oggetto più amato, una fisarmonica, e del padre (Totò) che pure gliela domanda conoscendone il valore, vale probabilmente tutto il film. In fondo è per queste cose che ci vuole veramente “Coraggio”!


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