rivista internazionale di cultura

Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

STORIA

Guerra fredda: Stanislav Petrov salva il mondo

    (Valentina Natale) – Stanislav Evgrafovich Petrov, tenente colonnello dell’esercito sovietico, sperava di passare una tranquilla serata di lavoro nel bunker Serpukhov 15, il 26 settembre del 1983. Tranquilla quanto lo poteva essere una notte in clima di guerra fredda, certo: ore e ore a controllare i dati inviati dal satellite spia sull’attività missilistica americana, elaborati da un computer. Cervellone informatico ultimo modello, nome in codice Krokus, orgoglio e delizia dell’Urss. Infallibile o quasi, secondo le alte sfere: ancora da rodare, con qualche piccolo problemino da risolvere, ma di sicura precisione e affidabilità. Gli ordini ricevuti erano chiari e non contestabili: se Krokus avesse segnalato qualunque movimento sospetto, Petrov doveva immediatamente riferire ai superiori che avrebbero preso le dovute contromisure. La chiamavano strategia della Mutual Total Destruction: se tu mi minacci, io ti minaccio; se tu mi attacchi, io rispondo per le rime. Se tu vuoi distruggermi, io cerco di farlo prima. Una partita a scacchi complessa, combattuta sul filo del rasoio tra sovietici e americani, senza possibilità di errore. Una Terza Guerra Mondiale a parole, in attesa dei fatti. Dichiarazione dopo dichiarazione, discorso dopo discorso, per poi arrivare al “missile dopo missile finché non né rimarrà più nessuno”.

    petrov2

    Stanislav Petrov oggi vive in un paesino nei pressi di Mosca in relativo anonimato con una piccola pensione. Pare che i 1000 dollari ottenuti grazie al premio di World Citizen li abbia regalati in gran parte ai nipoti, spendendo il resto per un aspirapolvere: oggetto che aveva sempre desiderato e che si è rivelato difettoso. La sua storia è raccontata nel docu-film “The Man Who Saved the World” (2014) di Peter Anthony e già in precedenza nel documentario “The Red Button and the Man Who Saved the World” di Ewa Pieta e Miroslaw Grubek (2005)

    Un compito non semplice, quello affidato al colonnello Petrov. Un compito per uomini con nervi saldi e mani ancor più salde. Soprattutto se improvvisamente il riverito cervellone informa che, da una base statunitense con sede in Montana, è partito un missile diretto in Unione Sovietica. Eccolo, il casus belli tanto cercato. Le direttive, come detto, erano di ferro: comunicare la novità e prepararsi a reagire con una massiccia rappresaglia. Petrov, però, esitava. Quell’unico, solitario missile non lo convinceva. Il KGB nelle sue periodiche informative aveva sempre sottolineato che, se gli Stati Uniti avessero deciso di attaccare, lo avrebbero fatto con ogni mezzo a loro disposizione. Perché lanciare solo un missile, quindi. Una prova? Un’esercitazione in vista di un futuro assalto? Meglio aspettare, monitorare la situazione: poteva sempre trattarsi di un falso allarme, di un malfunzionamento delle apparecchiature. Meglio aspettare. Cinque minuti. Altro segnale di Krokus, questa volta i missili rilevati erano quattro. Cinque missili in meno di mezz’ora. Che gli States avessero mutato strategia, passando a colpire obiettivi mirati? Strano, proprio strano. E poi, come mai dai radar di terra della Difesa (che operavano con un sistema informatico diverso) non arrivava nessun segnale, nessuna conferma? Eppure, avrebbero dovuto “vederli” anche loro. Invece niente, calma piatta. Una normale serata di dissimulata tensione, senza nulla da dichiarare. Possibile che Krokus si fosse sbagliato? Nel dubbio, meglio temporeggiare ancora.

    Effettivamente, come si è scoperto in seguito, l’osannatissimo supercervello dal fiuto infallibile aveva preso un abbaglio nel vero senso del termine, scambiando per missili Minuteman un particolare fenomeno di rifrazione della luce solare su nuvole ad alta quota. Pare che nessuno, nelle alte sfere sovietiche, si sia messo a ridere. L’incidente, se così vogliamo chiamarlo, è stato fatto passare sotto silenzio per anni: presto dimenticato, forse sepolto in un mare di eventi simili. Anche da parte americana se ne sono registrati alcuni, ispirando perfino un videogioco.

    Un episodio come tanti che sarebbe rimasto ignoto ai più, se uno dei diretti superiori di Petrov non ne avesse parlato nella sua autobiografia esaltando il ruolo che il tenente colonnello aveva avuto nella vicenda. Ruolo che la dirigenza dell’odierna Russia si è affrettata a minimizzare, sostenendo che il meccanismo che avrebbe portato alla decisione di rispondere all’attacco era in realtà molto più complesso. Una singola segnalazione, da parte di chiunque, non sarebbe bastata a autorizzare nulla. Occorrevano conferme, precisazioni. Probabilmente vero, però bisogna anche ricordare che quel settembre dell’83 era un momento difficilissimo in una serie di momenti non facili. Solo pochi mesi prima, Ronald Reagan aveva definito l’Unione Sovietica “Impero del Male”, quindi la tensione non poteva che essere particolarmente alta. La più piccola provocazione (vera o presunta) rischiava di far saltare definitivamente il precario equilibrio instaurato tra le due superpotenze.

    La menzione da parte del generale Yury Votintsev è uno dei pochi riconoscimenti che Stanislav Petrov abbia ottenuto. L’associazione World Citizen (che si batte per il disarmo nucleare) gli ha consegnato un premio nel 2004 a San Francisco. Un premio simbolico: mille dollari. Mille dollari, per aver contribuito a non far scoppiare una guerra. Mille dollari per non aver “schiacciato il bottone”, scatenando disastri a catena. Petrov, ormai un semplice pensionato, ha ribadito di aver fatto “solo il mio dovere”. Disobbedendo ad ordini precisi però, e per questo un prezzo, seppur piccolo, l’ha pagato. Non è stato punito ma lentamente allontanato dagli incarichi che contavano, da quella catena di bunker in cui si prendevano le decisioni importanti (chiamata OKO), da cui partivano i primi avvisi, gli allarmi. Perché, se fosse stato tutto vero, temporeggiare poteva avere effetti devastanti. Salvatore senza gloria, Petrov. Senza gloria ma con la coscienza pulita.


    Guarda il trailer di “The Red Button” (2005)

    → Guarda il trailer di “The Man Who Saved the World” (2014)


    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: