rivista internazionale di cultura

Storie magazine

2/2012 | SALVATORI E SALVATRICI

STORIA

Giovanna d’Arco salva la Francia

    “Quando i vostri nomi, le vostre istituzioni,
    non saranno che il ricordo di un passato maledetto,
    il suo nome… sarà ancora vivo nel cuore della gente”
    Bartolomeo Vanzetti


    (Sonia Savioli) – Per secoli, in Europa, la chiesa cattolica, detentrice, aralda e complice del potere politico ed economico, perseguita le donne. Naturalmente, non solo le donne. Chiunque al potere si opponeva per interessi contrastanti: interi paesi e città. Ma le donne, in primo luogo. Perché il predominio maschile era il primo fondamento di ogni predominio e, in quell’epoca così turbolenta, selvaggia, con una società così frammentata, incontrollabile, eterogenea come era stato il primo medioevo, questo predominio si era incrinato, aveva perso terreno, lasciato dei vuoti molto pericolosi. Molto pericolosi se, per colmarli, fu necessario bruciare milioni di streghe. Un immenso olocausto, cancellato dalla memoria e dai libri di storia.

    joan d'arc3

    La piccola Jeanne non doveva essere poi tanto ingenua, se disse, al principio della sua avventura: “Durerò un anno o poco più” (nella foto  Renée Falconetti in una scena de “La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer, 1928)

    Per secoli, dalla caduta dell’impero romano, la proprietà privata era stata qualcosa di labile e provvisorio… Proprietà di foreste selvagge o paludi inospitali? Di case di fango? A che scopo, in questa mancanza di possessi da lasciare in eredità e di potere per impadronirsene e conservarli, a che scopo opprimere le donne? Sono i secoli “oscuri”. Non ci sono principi, re, condottieri e battaglie a rischiararli per noi sui libri di storia. Ma sono tanti anni. Quasi mille anni della nostra civiltà, che non compaiono sui libri di scuola. Due righe: i barbari, San Benedetto, Carlo Magno. Ma ne saranno successe di cose, in dieci secoli! Era successo, certamente, che le donne avessero un ruolo preponderante nelle piccole comunità e forse anche in qualche castello. Erano loro che allevavano, loro che curavano, guarivano, procuravano una parte del cibo, lo cucinavano e conservavano. Cosa c’era di più importante per gente che non aveva proprietà, terre, denari da difendere? Erano loro che raccoglievano le erbe, le distinguevano, ne conoscevano le proprietà per guarire o per nutrire. Erano loro che accudivano le poche bestiole così importanti, provvedevano al loro benessere. Erano, forse, di nuovo le madri: rispettate, ascoltate, influenti e determinanti? Una cosa è sicura: dal 1300 al 1600 (ma anche un po’ prima e parecchio dopo) il potere economico e politico impiegò molto del suo tempo e delle sue energie a bruciare, stritolare, torturare, massacrare il popolo, un popolo di donne, in primo luogo.

    La donna era il diavolo: potenza malefica, menzogna, tradimento, stupidità, “bestialità”, infezione. Bisognava starne alla larga e, quando proprio non si poteva, prenderla con le pinze e a piccolissime dosi: come una schifezza e un veleno. Questo, naturalmente, dopo averne distrutto ogni spirito d’indipendenza, ogni forza di volontà. Non dovette essere facile. Un’impresa quasi sovrumana, se occorsero più di tre secoli e non abbassare mai la guardia e trovare sempre il tempo, tra mille guerre e massacri e persecuzioni di intere comunità e città, di avere un occhio di riguardo per le donne, riservare loro una persecuzione particolare, mirata. C’erano anche i gatti, naturalmente, a patire insieme a loro.

    Per tutto il XIV secolo, secolo di ribellioni popolari e di repressioni sanguinose in Europa, tra i contadini che si ribellavano ai feudatari o tra gli operai tessili che si ribellavano ai mercanti, tra le speranze che li muovevano, di una società paritaria e comunista, le donne avranno certo avuto un ruolo non così gregario e sottomesso. La Chiesa era il potere e opprimeva: vescovi-feudatari, preti che erano parte integrante delle classi dirigenti e possidenti. I ribelli si ribellavano ai principi, ai borghesi e alla Chiesa. Le eresie altro non erano che il rifiuto di questo dominio e, di fronte alla crudeltà sanguinaria e spietata dei potenti, si ravvivava anche l’antica religione, del resto mai morta: quella che faceva sacri gli alberi, le fonti, gli animali domestici e selvatici. Tutte le creature viventi. Se a questo aggiungiamo che la Chiesa era legittimata ad impadronirsi dei beni di coloro che bruciava vivi come eretici o streghe, abbiamo una serie di ragioni più che impellenti e tenaci per perseguitare ad oltranza milioni di persone e le donne in primis.

    Un accanimento senza freni stermina milioni di donne in Europa; mutila, dilania, squarta, brucia. Milioni di roghi ardono in un sacrificio immane al dio della ricchezza e del dominio. Con un accanimento disperato, l’uomo occidentale distrugge, brucia, disperde al vento ogni rimasuglio e traccia di libertà, fraternità, venerazione per la natura. Inventa un diavolo (che altri non è che l’antica immagine di Pan, il dio più vecchio, miscuglio innocente e gioioso di umanità e selvatichezza), mostruoso, orribile, maligno, onnipotente, perfido. Lo fa a sua immagine e mostra ciò che teme: la donna e la natura. I roghi ardevano: Spagna, Francia, Germania, Paesi Bassi. Una coltre di fumo e di terrore sul XIV secolo e, se è vero che le malattie dell’anima indeboliscono il corpo, dando via libera alle aggressioni del male fisico, allora bisognerebbe cercare il collegamento, nascosto ma certo, tra la crudeltà del potere e l’imperversare della peste.
    Le cose non cambiano di molto nel secolo seguente: guerre civili e guerre fra nazioni e signori devastano l’Europa, sollevazioni popolari vengono represse con sterminii biblici.

    La Francia è divisa, gli inglesi sono i padroni di una parte di essa, per ora, e domani, chissà. I suoi signori sono divisi tra il partito inglese e quello del Delfino e si fanno la guerra. Ma il popolo, no. Il popolo è unito nel sentirsi francese e nell’attesa del “proprio” re. Un re francese per tutta la Francia. Un re che protegga il suo paese e il suo popolo. Intanto, però, si continuano ad innalzare roghi e patiboli per chi metta in discussione la legittimità del potere e della sua oppressione.

    joan d'arc

    Jeanne è di fronte al rogo pronto per lei. È una bambina quella che uccidono. Una giovinetta inerme che chiama i santi e Gesù perché consolino, alleviino, pongano termine alle sue pene. Questo è terribile, per i suoi nemici e carnefici: è una creatura innocente, che con la sua agonia smaschera e illumina vividamente la barbarie disumana e l’ingiustizia del potere. Che tutti, in quel momento, sentono. Piangono, vedendo la propria colpa (ph.: da “La passione di Giovanna D’Arco” di C. T. Dreyer)

    Come poteva, allora, una Jeannette, donna e donna del popolo, figlia di contadini appena benestanti, vestirsi da uomo, andare a cavallo, guidare eserciti, trascinare signori, re e cortigiani, all’azione; consigliare, vincere e farla franca? Evidentemente, il giorno in cui la piccola Jeanne, forse non ancora diciottenne, si mise in viaggio ottenuta corazza, vestiti maschili, cavallo e una piccola scorta solo per merito del suo coraggio e della sua cocciutaggine, per andare a raggiungere il Delfino, l’unico possibile re di una Francia unita e indipendente, quel giorno fu per lei l’inizio della fine. E non doveva essere poi tanto ingenua, se disse, al principio della sua avventura: “Durerò un anno o poco più”.

    Aveva un grande coraggio ed entusiasmo, la ragazzetta cresciuta in un paesino di una Francia in guerra, percorsa da truppe inglesi e borgognone ma che, testardamente, in buona parte insisteva a voler essere nazione, unita sotto un re suo e, comprendete, il re, ai tempi, era lo Stato mediatore tra interessi contrastanti, unica possibile tutela per un popolo preda di tutti gli appetiti di chi poteva pagare dei soldati; unico deterrente per i contadini contro lo strapotere dei feudatari che, altrimenti, non conoscevano legge. Per il re e per la Francia, dunque. Lucidamente, sinteticamente, Jeannette vede che il re, per essere tale, ha bisogno di essere incoronato: ha bisogno di una vittoria e poi di una cerimonia simbolica e incancellabile. Quanto ci avrà pensato! O, forse, neanche tanto. Ragiona velocemente, direttamente. Capisce e intuisce; è decisa, tenace, testarda: “Dell’amore o dell’odio che Dio porta agli inglesi e di quello che Egli farà delle loro anime, io non so proprio nulla; ma so bene che essi saranno buttati fuori dalla Francia, tutti tranne quelli che moriranno in terra francese…”, “… per quello che riguarda gli inglesi, l’unica pace possibile verrà dopo che se ne saranno tornati nel loro paese, in Inghilterra!”

    Ma una cosa è sicura: tanto deve aver sognato, nella sua infanzia campagnola e abbastanza libera, forse, per la condizione privilegiata di figlia minore, con tre fratelli più grandi; di famiglia agiata, pur se di bassa condizione; in un villaggio di contadini ma non così isolato, sulle rive della Mosa, con fertili terreni. Sognato di grandi imprese, di cavalieri leali e generosi, senza macchia e senza paura; sognato che qualcuno di quei cavalieri liberasse la Francia dagli inglesi, mettendo fine alle scorrerie e alle battaglie che martirizzavano il popolo delle campagne e dei villaggi. Sognato di non essere una femmina ma uno di quei cavalieri, pronto a servire Dio “per primo” e le sue creature, fino alle estreme conseguenze. Dove Dio significava il bene comune, di tutta la buona, povera gente, di tutto il suo paese. Prima della Chiesa, prima del Re. E, appena l’adolescenza sta per cedere all’età adulta, il sogno diviene proponimento. Anche una donna può essere cavaliere e condottiero, anche una donna può liberare la Francia, portando la libertà e la giustizia sulla punta della spada. A certe condizioni, naturalmente: ci sono le “voci” e c’è l’abito maschile, l’andare a cavallo con tanta disinvoltura e l’aver fatto voto di castità per la durata della sua impresa. L’onestà e la faccia tosta, che erano tutt’uno e, forse, ancora infantili, e una fiducia in se stessa che, certo, veniva spalleggiata e sostenuta dalla fede in Dio.

    Jeannette, che diventa Jeanne solo quando inizia la sua “carriera” politica e militare, e fa scrivere (era analfabeta, all’inizio della sua impresa) ultimatum ai nemici perché se ne vadano in pace, dato che non sono nel loro diritto, altrimenti dovrà ucciderli, è certo l’incarnazione del sentimento nazionale già vivo, ma è anche la sintesi di tutte le donne che rifiutavano il ruolo marginale e passivo, servile e soffocato in cui le si stava confinando col terrore e con la persecuzione. E di una donna nuova, che si cimenta sul terreno maschile, che sfida in campo aperto, che prende le insegne del comando. Ma, da donna, non per se stessa e senza mai venir meno ai sentimenti di pietà, compassione, gentilezza. Il suo rifiuto più tenace, dal quale non la fanno recedere minacce o lusinghe, nemmeno nell’estrema desolazione di una prigionia torturante, è quello di tornare agli abiti femminili. E ne aveva ben ragione! Dimostra, ancora, un’intuizione aguzza, comprensiva, intelligente: quegli abiti maschili, come l’incoronazione per il Delfino, erano il simbolo di un potere, di una capacità, di una libertà che, ormai, erano appannaggio soltanto degli uomini.

    “… mi hanno più volte esortata a vestirmi da donna e a dedicarmi a lavori confacenti alle donne; ho rifiutato e rifiuto ancora. Quanto a lavori donneschi, mi pare che non manchino le donne che vi si dedicano”

    Una Jeanne con la gonna che strisciava per terra sarebbe divenuta zimbello, testimonianza di una sconfitta epocale, di velleità assurde e folli, per una donna. Jeanne, con le brache e la tunica corta, era l’indomabile, la coerente, la combattente, benché sconfitta; l’eroina dignitosa e dall’animo libero, nonostante le catene di ferro le piagassero le carni. Era la fanciulla d’Orléans, scolpita luminosamente nel cuore della Francia. Non certo della Francia potente: i suoi l’avevano sbalzata di sella perché gli altri potessero calpestarla.

    Povera Giovannina! Una ragazzina, in fondo (chi, se non l’estrema gioventù, può osare dove non c’è speranza? Può sperare contro l’evidenza?), che, fino all’ultimo, ha infantilmente sperato di venire liberata; che, solo alla vista del rogo già pronto e del boia in attesa, si rende davvero conto di cosa l’aspettava e rinnega. Rinnega le sue “voci e visioni”, la bontà delle loro esortazioni.

    Una vera, eroica combattente, degna del ricordo e dell’affetto che portiamo a coloro nei quali si condensano e prevalgono le umane virtù. Degna dello strazio, dell’odio, dell’invidia che riserviamo ai migliori. Si accorge che rinnegare qualcosa vuol dire rinnegare tutto: se stessa, la propria battaglia, coloro che l’hanno seguita e amata, il suo paese, la dignità di persona libera. Ritorna, testardamente, agli abiti maschili, ad affermare la giustizia e lo splendore di ciò che ha fatto.

    Ma voi, non immaginatevela ottusamente tutta d’un pezzo, con gli occhi volti al cielo e la faccia arrovesciata all’indietro. Noi abbiamo le sue parole caustiche, orgogliose, semplici, umoristiche, negli atti del processo e nelle lettere che mandava ai nemici. Dice, Jeannette: “Preferisco morire, piuttosto che continuare a vivere con questi ceppi. Se però voi mi lasciate andare a messa, mi togliete le catene e i ceppi, mi mettete in una prigione decente, mi concedete la compagnia di una donna, io farò tutto quello che la Chiesa vorrà”. È disposta a patteggiare, vorrebbe sì vivere, ma a certe condizioni. Finché c’è vita, c’è speranza e si può rimediare a tutto. Aveva già tentato due volte di fuggire da prigioni “decenti” e, almeno una volta, c’era quasi riuscita. Perché Jeannette è anche un personaggio rocambolesco. Non è mai “da meno”.

    CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v62), quality = 90

    Giovannina chiede che le prostitute non seguano l’esercito o che i soldati se le sposino, se le vogliono con sé. Chiede la luna e, a volte, la ottiene. Chiede quello che è giusto, possibile o impossibile che sia (ph.: ancora Renée Falconetti ne “La passione di Giovanna D’Arco” di Dreyer)

    Anche negli assalti è davanti a tutti e in alcune occasioni è il suo incitamento, il suo ardimento, che decide della vittoria. È animosa, impaziente, strapazza signori e comandanti quando tergiversano. E, tuttavia, non infierisce; chiede sempre, prima d’attaccare, che se ne vadano in pace: vuole dare una possibilità e comportarsi cavallerescamente. Chiede che le prostitute non seguano l’esercito o che i soldati se le sposino, se le vogliono con sé. Chiede la luna e, a volte, la ottiene. Chiede quello che è giusto, possibile o impossibile che sia. E teme il tradimento. Appunto, non è stupida. E, certo, quanto scomoda anche per i suoi alleati! È sempre la “strega”. È la donna che non si sottomette e che agisce e con logica femminile, ma è anche qualcosa di più e di diverso: è la donna che pretende di irrompere nell’ambito “maschile”, che vede, non capisce la divisione dei ruoli, che non accetta quelli che le hanno detto essere i suoi limiti, che sconfina. È una donna oltre il proprio tempo e così umana, bella, ricca da superare ogni limite con il consenso del pubblico.

    Bisogna sopportarla, poiché vince, libera Orléans, porta il Delfino a Reims, sgomenta e rende stolidamente rabbiosi gli inglesi (vinti da una donna!), è amata entusiasticamente dal popolo e dai soldati. Ma, fin dall’inizio, lavora il tradimento. Il potere si tutela contro l’irrompere della generosità, dell’altruismo, della sincerità. Fin dall’inizio si trama contro di lei, si progetta di sbarazzarsene al più presto. Il re, nei suoi proclami vittoriosi ai sudditi, la cita, di sfuggita, una sola volta. Quando verrà catturata. Per un tradimento, i suoi si affretteranno a “scaricarla”: si fregano le mani. Era lei la nemica “fondamentale”: lei e tutto ciò che rappresentava. L’eccezione che non confermava la regola, che dimostrava il valore delle donne, che dimostrava il valore e il volere del popolo, l’efficacia e la superiorità della lealtà rispetto alla falsità, alle trame, all’intrigo; della libertà rispetto alla sottomissione.

    E Giovanna, che si butta dalla torre del castello dove era rinchiusa (un volo da tali altezze che passò per un tentativo di suicidio) perché “Avevo sentito dire che gli abitanti di Compiègne, tutti, a partire dall’età di sette anni, sarebbero stati passati per le armi. E io avrei preferito morire piuttosto che vivere dopo una tale carneficina… Speravo, gettandomi giù dalla torre, di riuscire a fuggire…”, e per portare soccorso agli abitanti di Compiègne sfida così la morte, è un’eversiva. Giovanna che esorta, redarguisce, strapazza re, comandanti, cortigiani quando vede i loro errori, è un’eversiva. Giovanna, che afferma di servire Dio per primo e direttamente, prima di Chiesa e Re (cioè di seguire la propria coscienza e, quindi, di non essere sottomessa a nessuno), è un’eversiva. Giovanna, che li prende in giro: “Santa Caterina mi risponde subito, ma qualche volta non riesco a sentirla a causa dei rumori della prigione e del berciare dei guardiani…”; “Quando hai visto questa voce venire verso di te, c’era anche luce?” “Certo. Moltissima. Dappertutto. Proprio come si conviene. Non crediate che tutta la luce sia riservata a voi!” “Ma c’era luce lì intorno?” “Lo credo bene: più di trecento cavalieri e cinquanta torce, senza contare la luce spirituale…” e conquista cuori anche tra i suoi giudici, perché è così evidente la sua ragione, è un’eversiva. Giovanna che va a cavallo, che veste da uomo fino alla fine, è un’eversiva. Giovanna testarda, cocciuta, pietosa, ironica, che non si piega nonostante le catene, i ceppi, la pesante reclusione, va bruciata in fretta, molto in fretta, perché la paura del popolo, del suo amore per lei, attanaglia gli inglesi e i loro amici. E le sue ceneri disperse al vento, perché nessuno possa conservare suoi ricordi tangibili.

    Jeanne ha perso la sua spavalderia, il sarcasmo, ogni fierezza, di fronte al rogo pronto per lei. È una bambina quella che uccidono. Una giovinetta inerme che chiama i santi e Gesù perché consolino, alleviino, pongano termine alle sue pene. Questo è terribile, per i suoi nemici e carnefici: è una creatura innocente, che con la sua agonia smaschera e illumina vividamente la barbarie disumana e l’ingiustizia del potere. Che tutti, in quel momento, sentono. Piangono, vedendo la propria colpa. È di fronte alle loro angosce, lacrime, paure, che muore. Il rito sacrificale non è riuscito, questa volta: li subissa di colpa, la incide nella storia. “… Ma non tenterei di scappare senza il permesso divino, a meno che quello fosse un modo per cercare di sapere se Dio è d’accordo oppure no: aiutati che il Cielo ti aiuta! Dico tutto questo perché così, se riesco a scappare, non si dica che me ne sono andata senza il permesso divino”.

    “Ella non aveva compiuto i suoi umili diciannove anni che da cinque o sei mesi e la sua cenere carnale fu dispersa al vento”.


    L’articolo è tratto da Storie 30/1998 – La schiava ufficiale

    storie30


    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: