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LA FASE CRITICA | EVELYN LIVINGSTON

E Carver disse: “Chiamatemi Ray, per favore”

Raymond Carver ricordato nelle vesti di insegnante
da un’allieva dei suoi workshop. Era il 1980
ma nonostante gli appunti ingialliti, le fotocopie stinte,
i capelli grigi,
EVELYN LIVINGSTON non ha dimenticato
la lezione impartita dal grande scrittore. Mani grosse
e cuore gentile, per chi lo ha conosciuto “Ray”
ha ancora la forza di un’apparizione. 


Eravamo in una scuola in legno sui terreni alberati di un forte militare del XIX secolo, appena fuori Port Townsend, nello stato di Washington. Dall’altra parte dello Stretto di Juan de Fuca c’è il Canada. E due cittadine più in là Port Angeles, città operaia, come Port Townsend, abitata da lavoratori, boscaioli e pescatori, il tipo di umanità di cui scriveva Raymond Carver nei suoi racconti.

raymond-carverSpalle spioventi, entrò ciondolando e alzando lo sguardo tra le folte sopracciglie verso di noi, un gruppo di quindici scrittori di ogni età provenienti da tutto il paese. Era un omone, nulla di piccolo in lui; mani grandi e grosse, spalle larghe, una testa scarmigliata di capelli castani e basette ispide a segnare le mascelle volitive. L’alto soffitto in lamiera zincata nulla poteva contro l’imponente statura.

In quei pochi, primi momenti calò un silenzio imbarazzato, finché una mano si alzò di scatto e una voce disse “Signor Carver?” prima di essere prontamente interrotta. “Oh no, così non mi sento a mio agio. Ray”, disse, “per favore”. Parlava piano e borbottava, così spostammo le sedie più vicino alla sua. Tossì e rimescolò dei fogli, ma appena si scaldò non ci fu verso di fermarlo. Era nel suo quando parlava del mestiere di scrittore, prendendo a modello gli autori che aveva ammirato. Hemingway e John Gardner, i suoi mentori, che ci avrebbe assegnato come lettura serale, insieme a Updike, Cechov, Barry Hannah, Isaac Babel e Joseph Conrad. “Un’opera che aspiri, per quanto umilmente, al rango di arte, dovrebbe recare in ogni riga la propria giustificazione”, disse, citando Conrad. Più che alle teorie sulla scrittura era interessato ai metodi pratici in grado di migliorare una storia. E noi prendevamo appunti.

Tutto ciò avvenne trent’anni fa, nel 1980; i miei appunti sono ingialliti, i capelli incanutiti e l’inchiostro delle fotocopie non è più color porpora. Ma una cosa sono in grado di dirla anche senza guardare gli appunti: gli insegnamenti di quei dieci giorni durano da trent’anni. A tutt’oggi mi capita di sedermi al computer e di ricordarmi qualcosa che Raymond Carver ha detto. Oppure sbrigando le faccende in casa mi salta in testa una frase e memore del racconto di Ray penso “Che cosa potrei farci?”

“Provi a mettersi nei miei panni” nacque così, ci aveva detto Carver durante il workshop. “Stava passando l’aspirapolvere quando il telefono squillò”. La frase c’era, mancava la storia da attaccarci. Così si mise seduto e scrisse quella frase, che fu seguita da altre. Ci vollero due giorni per la prima stesura.

A proposito di “Vicini”, Carver raccontò che quando era in Israele i vicini della porta accanto gli avevano chiesto di badare all’appartamento in loro assenza. Accennò che quando era andato a controllare la casa aveva aperto l’armadietto dei medicinali, per capire che tipo di gente fosse. Si raccomandò che facessimo altrettanto, ammiccando con una precisazione: era un dovere per noi scrittori. “Vicini” era dieci volte più lungo, ci disse. Carver credeva non si dovesse dire troppo (purché non si dicesse troppo poco). Quando amputò la stesura finale rivelando solo in parte ciò che aveva fatto la coppia nell’appartamento dei vicini, il racconto prese tutta un’altra piega. Impiegò sedici ore per la prima stesura di “Vicini”. Ci disse di averlo scritto rapidamente, a mano. Per Carver il minimo erano dieci stesure.

Quanto poi a “Grasso”, il fascino che questo racconto esercitava su di lui era evidente dal modo in cui lo leggeva. Tratteneva una risatina stupefatta tutte le volte che si imbatteva nella parola “noi” con cui nella storia il personaggio dalle dita a salsiccia si riferiva a se stesso, usando appunto la prima persona plurale. Carver aveva appreso la storia dalla prima moglie, che era una cameriera. Gli aveva raccontato di un uomo grasso che parlando di sé usava il “noi”. Non esisteva altro modo di narrare questa storia se non attraverso il punto di vista della cameriera. La cameriera, diceva Carver, raccontandola all’amica si rende perfettamente conto che l’altra non capisce, ma la racconta ugualmente. La scrisse tre anni più tardi.

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Evelyn Livingston: “Ray ci diceva: – Nei racconti non tutto ha egual peso; dovrebbero alternarsi montagne, colli e dossi”

Passavamo i giorni ad analizzare i rispettivi manoscritti, assistendo alle letture e mangiando assieme; nel poco tempo libero che rimaneva ci leggevamo a vicenda i nostri ultimi lavori sul sottofondo ticchettante di una macchina da scrivere dietro una porta chiusa: qualche ambizioso studente infervorato dalle lezioni di Carver. Alloggiavamo in un casermone con minuscole stanze spartane munite di letti metallici (“biancheria esclusa”), scrittoi e semplici lampadine sul soffitto. Il casermone era dotato di un bagno in stile militare e quando veniva tirato lo sciacquone l’eco si propagava dentro i tubi per tutto l’edificio. A quel punto il lettore o la lettrice si fermava, guardava gli alberi sulla piazza d’armi fuori dai vetri zigrinati della finestra, il cane che rincorreva il frisbee – nel Pacifico nord-occidentale fa buio tardi a luglio – e poi riprendeva a leggere dal punto in cui aveva interrotto. Tranne i pochi che erano sgattaiolati via per vedere il tramonto sulla spiaggia, ritornavamo tutti in camera a leggere quanto ci era stato assegnato, le stampate color porpora che Ray aveva distribuito in classe quella mattina.

Poi sarebbe venuto il nostro turno. Alla graticola. Toccava sempre allo studente di cui si era letto il lavoro la sera prima. Non rammento nessun commento sgarbato da parte di Ray riguardo ad alcun racconto di chicchessia, Ray era fatto così. Gentile ma fermo, quando era convinto che qualcosa non funzionasse. Si trattava solo e soltanto di scrittura, non di noi. Ecco alcuni commenti di Carver sui nostri racconti:

– Prova con la terza persona, maggiore distanza.
– Occasione mancata di farci entrare nel racconto.
– Narratore inaffidabile, per prima cosa stabilirne l’età.
– Forse parla troppo, dialogo morto.
– Finale ambiguo, la conclusione deve essere sostenuta dalla storia.
– Condensa, sbrigati a portarli dentro il bar.
Punto di svolta: la scomparsa dei cavalli. I cambiamenti devono avvenire da lì in poi.
– Sembra un editoriale. Taglia gli ultimi due paragrafi.
– La concisione funziona, lavoro potente, non devono rimanere parole di scarsa importanza.
– Il tempo presente qui funziona bene, maggiore immediatezza.
– Necessità di precisi punti di riferimento. Il linguaggio è d’intralcio. Evita l’ambiguità.
– Cambia il titolo, i titoli hanno un gran peso (Carver suggerì di sostituire il titolo “Fattorino” con “Dove siamo ora?” Oppure un altro, “Sperava che James Wright non fosse morto”, con “Fammi finire per favore”. Un distillato di titoli carveriani).

Altri commenti di Carver:

– Il punto esclamativo. Non per niente i tipografi lo chiamano “screamer”, perciò se lo usi assicurati che l’intento sia di urlare.
– Uno scrittore deve amare tutti i personaggi, anche quelli cattivi.
– Fai attenzione alla prosa. Dovrebbero essere gli avverbi a sostenere il peso, mentre i sostantivi vanno al punto.
– Nei racconti non tutto ha egual peso; dovrebbero alternarsi montagne, colli e dossi.
– Nella prima stesura metti tutto. Prova a finire prima di alzarti dalla scrivania. Taglia successivamente.
– Scrivere significa svelare segreti; i nostri segreti sono sempre gli stessi.

Al termine del workshop si tenne la consueta festa di fine corso, con vassoi imbanditi di cracker, formaggio e vino scadente. Ray era lì con Tess Gallagher, la sua compagna. Alcuni di noi gli si erano fatti attorno per parlare e mentre mi versavo un bicchiere di vino bianco da una delle taniche che stavano sul tavolo, notai che Ray mi stava osservando da sotto le folte sopracciglia con un’espressione divertita. Bevvi un sorso. Sembrava proprio che stessi bevendo dalla bottiglia che aveva portato Ray, la quale in realtà conteneva succo di mela. Era l’epoca in cui Ray stava smettendo di bere e così aveva portato per sé una bottiglia di vino riempita con del succo di mela, dalla quale attinse per tutta la serata usando un bicchiere da vino in plastica assieme a tutti noi, con Tess al suo fianco a sostenerlo. “Negli ultimi quindici, diciotto anni”, ci aveva raccontato Carver in precedenza, “ho perso completamente il controllo della mia vita, una vita che non era più mia. Adesso ho più controllo”.

Il workshop giunse al termine. Ci congedammo fra saluti e abbracci, promettendo di tenerci in contatto. Con le valigie zeppe di dispense, asciugamani e la biancheria “esclusa”, levammo le tende, verso casa, California, Oregon e ogni altra destinazione. Tranne me. La mia casa è Port Townsend. Avrei avuto la fortuna di vedere ancora Ray.
Vivendo qui nella Penisola Olimpica mi pareva quasi che fossimo diventati vicini di casa. Se venivo a sapere che Ray o Tess tenevano un reading nel college locale o nella libreria di Port Angeles, prendevo la macchina e ci andavo. Qui nel Nord Ovest, terra di grandi distanze, alla maniera che piace a noi, un’ora di macchina per assistere a un reading non è nulla.

Ero fra il pubblico del Peninsula College quando Ray lesse una poesia che aveva scritto per Tess. Tess era seduta in prima fila, al centro. Qualcuno, uno studente universitario che partecipava per ottenere un credito formativo, stava parlando dietro a Tess e così lei si voltò, con la mosca al naso. Poi scrutò la fila in cui mi trovavo, come per dire: è la mia poesia e intendo ascoltarla. “Colibrì”, credo fosse. La poesia d’amore di Carver per Tess.
Spesso dopo i reading vedevo Ray alla mensa del college. Alice Derry, che presiedeva al ciclo dei reading del Peninsula College, aveva portato con sé la figlia piccola in quell’occasione e dall’altra parte del tavolo di formica sul quale erano allineate le tazze da caffè notai Ray che teneva la bimba in grembo. La vista delle manone di Ray che cingevano quella minuscola bambinetta mentre la faceva saltare sulle ginocchia fu davvero qualcosa di notevole.

E successivamente, essendomi giunta voce che si era ammalato di cancro, partecipai al reading che Ray diede alla Elliot Bay Book Company di Seattle. Erano rimasti solo posti in piedi, ero arrivata un po’ in ritardo per via del traghetto, e così, accompagnata da un’amica – anche lei del corso di Ray –, entrai e lo vidi appoggiato a una parete che parlava con qualcuno, con il volto visibilmente gonfio anche da quella distanza, e lui ci salutò con la mano. Poi, facendosi strada tra la ressa, ci venne incontro e ci abbracciò forte ringraziandoci di essere venute. Quella fu l’ultima volta che lo vidi vivo. Le voci erano fondate. Aveva un cancro ai polmoni.

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“Mentre osservavo quel magnifico animale allontanarsi pesantemente lungo la linea che divide la superstrada, riuscivo a pensare a una cosa sola: non ha idea di quale sia la sua statura”

Nel 1990, il 24 maggio, a Port Angeles si svolse una commemorazione di tre giorni per Raymond Carver. Ero presente con la mia amica. Giunsero scrittori e docenti da tutto il paese per onorare Ray. L’ultimo giorno con diversi compagni di corso andai al cimitero dov’era seppellito Ray, in un punto alto della collina che domina lo Stretto di Juan de Fuca. Furono recitate brevi orazioni, scandite dal tintinnio delle campane a vento e poi fu scoperta la lapide. Prospiciente la tomba, vicina come un sussurro all’orecchio, si trovava la panchina in granito nero che Tess aveva fatto costruire per sedersi a parlare con Ray.
Pochi anni più tardi mentre mi dirigevo con la stessa amica alle sorgenti calde del parco di Olympic, andammo nuovamente in visita al cimitero. Era un giorno ventoso e furono le campane a guidarci sul luogo dove riposa Ray. C’erano dei fiori accanto alla tomba, freschi. La panchina di Tess era ancora calda. Ci sedemmo sulla panchina e, dopo un momento di silenzio rotto soltanto dalle campane a vento, cominciammo a parlare di Ray. Della sua generosità, della sua gentilezza e del grande vuoto da lui lasciato.

Di recente, ero andata dal concessionario Volkswagen di Port Angeles per fare il tagliando all’automobile. Un piacevole giro in macchina, con il sole alto sopra i picchi innevati delle montagne Olympic e poco altro intorno, se non abeti e cedri, qualche occasionale coltivazione di lavanda, e sulla superstrada cartelli con l’effigie d’alce muniti di antenne e luci di segnalazione per indicare la presenza di alci nei dintorni e, infine, una bella sorpresa. Un grosso alce se ne stava lì impalato nel bel mezzo della Highway 101, appena dietro una curva, mentre io ero tallonata da un furgoncino che, come vidi dal retrovisore, inchiodò con gran stridor di gomme per non tamponarmi. Frenai di colpo fermandomi a pochi passi dall’alce, col cuore che batteva forte. Lo guardai attraverso il parabrezza, stupefatta. Alla fine si mosse. Mentre osservavo quel magnifico animale allontanarsi pesantemente lungo la linea che divide la superstrada, riuscivo a pensare a una cosa sola: non ha idea di quale sia la sua statura. L’attimo dopo non c’era più.


Evelyn Livingston
vive a Port Townsend, nello Stato di Washington. Scrive e collabora con Storie e Leconte.


Tratto da Storie 67-68/2012
Traduzione di Carlo Mello
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