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LA FASE CRITICA | OUYANG YU

Perché i cinesi non dicono “grazie”

Poeta, scrittore e traduttore, OUYANG YU vive a Melbourne.
È fra gli autori più influenti della diaspora cinese.
Pensa in cinese, parla in inglese e vive da australiano.
Da qui nascono le sue riflessioni e le sue storie
sulla lingua, la cultura, le parole.


Quando alcuni anni fa tenevo un corso sulla cultura cinese presso un’azienda australiana, rivelai ai presenti qualcosa che non avevano mai sentito prima. Di regola, i cinesi non dicono “grazie”. Un impiegato sino-malese non riusciva a capacitarsi di questo semplice fatto: proprio non capisco come faccia la gente a non dire “grazie” alle persone che l’aiutano. Beh, non hai che da credere a ciò che ti dico, io che sono un nativo cinese, ora australiano soltanto di nazionalità. L’anno scorso, andai in visita dal mio anziano cognato durante il Capodanno Cinese e gli portai un mucchio di regali. Quando li vide, ebbe la tipica reazione: dai zhe xie zuo me shi ne (Perché mi hai portato tutte queste cose)? Dire “grazie” è qualcosa di alieno, a dir poco, per coloro che nascono in una cultura cinese. Non vuol dire che i cinesi siano un popolo incline all’ingratitudine, tutt’altro; significa soltanto che non attribuiscono molta importanza a queste formalità. Adesso che l’inglese è divenuto la lingua principale, imponendosi sulla lingua cinese, alle giovani generazioni sono state inculcate tutte le necessarie formule come “grazie” o “scusami”, altra espressione sgradita alla maggioranza dei cinesi. Ricordo un compagno di corso all’università più di due decenni fa che era un noto “ringraziatore”. Il suo bisogno costante di dire “grazie” metteva a disagio non solo me ma anche gli altri miei compagni. Uno di loro arrivò al punto di neutralizzarlo dicendo: grazie a te se non mi ringrazierai più!

Maos Last Dancer movie image

Una scena del film “Mao’s Last Dancer” (2010) di Bruce Beresford, basato sull’autobiografia omonima di Li Cunxin. Ouyang Yu sostiene che il libro non è autentico nel restituire la vita e i modi linguistici del villaggio cinese tradizionale

Ciò che trovo fasullo ne “L’ultimo ballerino di Mao” di Li Cunxin è la falsa rappresentazione della vita da lui vissuta nel villaggio cinese e delle espressioni usate dagli innamorati o dai membri di una famiglia per rivolgersi l’uno all’altro. Ad esempio, “ti amo” è una specie d’olio di sesamo o salsa di soia, un ingrediente che Li dissemina ovunque come una spezia per dar sapore alla sua favola. Io, nei miei anni verdi da innamorato, raramente dicevo cose del genere alla ragazza che ora è mia moglie, tanto meno in pubblico, per esempio a un matrimonio. E la gente di campagna, quando si incontra, non si abbraccia né si chiede come stai. Questo è inglese, un inglese totalmente alieno, che non è parte integrante della lingua o della cultura cinesi. Dico questo non perché abbia qualcosa contro l’inglese. Per carità. Lo dico perché voglio portare alla vostra attenzione il fatto che le culture a volte si differenziano molto nei piccoli dettagli e se non si interpretano a dovere questi dettagli si finisce per consegnare alle persone non più la realtà ma una falsa rappresentazione. Se poi ci si vuole accattivare i lettori australiani australianizzando o rendendo più accettabile a un australiano la propria vita cinese, rendendola quindi commerciabile, non ho problemi ma finirà che non toccherò quel libro. Vi darò subito un altro esempio.

Proprio ora, ho finito di guardare alla tivù un documentario su Li Yugang, un tale che canta sia con la voce da uomo sia con la voce da donna. Quando lo si vede tornare in visita alla casa poverissima del suo villaggio, sulla porta gli si fanno incontro a una certa distanza prima la madre, poi il padre. Quando la madre gli si avvicina, osservo che soltanto le mani si toccano, la sua sinistra con quella destra della madre, e poi camminano fianco a fianco, mentre lui con un braccio le cinge le spalle. Quando si avvicina il padre, si toccano solo le mani, la destra del padre e la sua sinistra. Ecco fin dove si spinge il loro affetto. In questo, gli inglesi in particolare, e gli occidentali in generale, sono molto più esagerati. Ti prendono fra le braccia e ti danno un bacio sulle guance, uno su ognuna. I cinesi non ne hanno bisogno. Per dargli il bentornato, i compaesani lo issano sul cavallo più alto del villaggio e lo conducono per le strade e lui, per ringraziarli, canta una canzone. Semplice ed estremo.
(Ouyang Yu)


Da “Direct Translations: Words and Stories” di Ouyang Yu.
Traduzione di Barbara Pezzopane

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