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LA FASE CRITICA | MARSHALL MCLUHAN

Quel pezzo di refuso

(Valentina Natale) – Una banale disattenzione, un refuso come tanti può diventare una manna dal cielo. È capitato, come noto, a Marshall McLuhan col suo libro feticcio battezzato sul “pay-off” che è il suo marchio di fabbrica (“the medium is the message”).

il medium è il massaggio

“Il medium è il massaggio”. La copertina della prima edizione italiana (Feltrinelli) di uno dei testi fondamentali del ‘900 sulla teoria della comunicazione – “Un Inventario di Effetti” che i vari media producono sull’apparato sensoriale dell’uomo, “massaggiandone” la mente ed esercitando così il loro condizionamento

Un fatale errore nella stampa della prima edizione americana (1967) ne ha storpiato il titolo trasformandolo in un più languido “The Medium is the Massage” (“Il mezzo è il massaggio”), nonsense che avrebbe fatto saltare più di uno studioso sulla sedia, mandando altri a nascondersi in bagno per la vergogna.

McLuhan, serafico e autoironico come pochi, ha lasciato correre. Anche perché il lapsus causato dalla macchina compositrice rasentava la perfezione accidentale, al punto da fargli esclamare: “Lasciamolo così! È grandioso e va dritto al punto!”

Questa la tesi della McLuhan Estate in una questione che rimane ad oggi controversa (altri sostengono che il gioco di parole fu intenzionale). Il figlio di McLuhan, Eric, ha puntualizzato che “Ora ci sono quattro possibili letture dell’ultima parola del titolo e tutte accurate: Message, Mess Age, Massage e Mass Age”.

Resta il fatto che il volume, nato dalla collaborazione fra l’ingegno presciente dello studioso e il genio immaginifico di Quentin Fiore, è stato un’esperienza visiva e di lettura senza precedenti, una delle grandi influenze grafiche dell’era moderna, oltre che un successo editoriale prima di culto e poi mainstream. D’altronde, un’opera rivoluzionaria può anche permettersi di non essere perfetta e far buon viso a cattivo gioco aiuta, quando si disserta di galassie Gutenberg e media caldi (quelli più in) o freddi (morti e sepolti).

Ma l’intraprendente professore – chi non ricorda la scena di “Io e Annie” dove più che un cameo Woody Allen gli offre il crisma dell’apparizione? – non si è certo fermato qui. Lui, più che elaborarle, le teorie voleva viverle in prima persona e, da buon speleologo della comunicazione, aveva capito di doversi esporre al contagio il più possibile. Le foto distorte, tagliuzzate, artisticamente rielaborate che urlavano vendetta dalle pagine ancora fresche d’inchiostro non erano abbastanza. Così si spiega la scelta controcorrente di registrare un album di spoken word. No, non semplicemente “il prof. McLuhan legge se stesso”. Qualcosa di diverso, qualcosa di più audace: un’ambiziosa reificazione delle idee esposte su carta in pieno stile “Turn On, Tune In, Drop Out”.

The-Medium-is-The-Massage-disco

Marshall McLuhan in versione spoken word. Fuori catalogo per quarant’anni, l’album “The Medium is the Massage” è stato ristampato in cd nel 2011 (Traffic records) in occasione del centenario dalla nascita dello studioso canadese. “Quaranta minuti e passa di lucida follia, spiazzanti fin dal principio. Pronti, via e qualcuno si avvicina al microfono per dire ‘Ti è piaciuto, finora?'”

Il risultato (che porta lo stesso nome del libro) è un pot pourri di annunci pubblicitari, suoni, rumori inquietanti, distorsioni, svenimenti blues e ritorni di fiamma armonici che i Sonic Youth (se fossero esistiti nel 1967) avrebbero divorato avidamente. Quaranta minuti e passa di lucida follia, spiazzanti fin dal principio. Pronti, via e qualcuno si avvicina al microfono per dire “Ti è piaciuto, finora?”. Difficile trovare un senso logico a questo marasma allucinante e allucinato, problematico anche intuire dove vada a parare. Sempre che voglia andare a parare da qualche parte, ovvio.

È McLuhan stesso ad ammetterlo, pochi minuti dopo, vestendo i panni del saggio Yoda: “il più grande scopo è non averne alcuno”, massima che fa allegramente il paio con “la confusione è deliberatamente confusa” e l’immancabile “non cercate di capirmi, tanto non ci riuscirete”, rivolta a studenti e colleghi. Solo uno scherzo, quindi? Una goliardata da buontemponi, per farsi quattro risate? No, l’esatto opposto: la perfetta rappresentazione di una società fluida e ciclopica, impazzita ma non ancora da ricovero come quella attuale (gli anni non sono passati invano).

Chissà come si divertirebbe oggi il buon Marshall con social network e simili. Forse, deciderebbe di aggiungere una piccola postilla alla sua classificazione inserendo senza vergogna le categorie dei media scotti, surgelati, da riscaldare, subito pronti o take away. Magari, posterebbe le sue acute riflessioni su Facebook, prima di concedere un’intervista via Skype. E, stanco dello spoken word, si darebbe al rap ma sempre e comunque da protagonista.

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