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Storie magazine

2/2013 | L’ESTATE ASSASSINA

POLITICA

Potere all’italiana: il vizio dei governi balneari

    (Gherardo Fabretti) – “Un’estate al mare” trillava Giuni Russo nel 1982 ma nel Parlamento italiano lo “stile balneare” era di moda già dagli anni sessanta: il 21 giugno 1963 il guaglione Giovanni Leone, all’epoca alla prima esperienza da presidente del Consiglio, inaugurava il primo governo balneare della storia della Prima Repubblica. Un governo balneare, nato in estate al solo scopo di gestire l’ordinaria amministrazione, in attesa di migliori auspici invernali.

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    Aldo Moro in spiaggia con la famiglia

    Frutto della decisa frenata democristiana ai riformismi di Amintore Fanfani, al timone della nave italiana dall’anno precedente, i 166 giorni di Leone avevano il dichiarato scopo di mantenere lo status quo in attesa di tempi più fruttuosi; l’estate, si sa, è fatta per i bagni, non per le discussioni in aula.

    L’Italia, in realtà, a mollo c’era già da tempo, costretta a soffrire la consumata deficienza dei partiti politici: nel 1962, mentre la pressione di Aldo Moro spingeva al Quirinale il golpista reazionario Antonio Segni, il nano (un altro, ma di ben altra statura) Amintore Fanfani formava il primo governo di centrosinistra della storia italiana. Un calderone di democristiani, repubblicani e socialisti fedeli a Saragat (PSDI), alimentato con l’appoggio esterno dei socialisti di Nenni (PSI), sotto l’egida di un latifondista sardo esagitato si apprestava ad affrontare tre importanti riforme: la nazionalizzazione dell’industria elettrica, la scuola media unica e la creazione delle regioni.

    Se la riforma della scuola, fra malumori e proteste, fu comunque attuata, portando l’obbligo scolastico dagli undici ai quattordici anni, la nazionalizzazione dell’industria elettrica vide un iter lungo e difficile. I motivi per la nazionalizzazione c’erano tutti: la possibilità per il governo di controllare i prezzi, di programmare gli interventi e gli investimenti su scala nazionale e di indebolire lo strapotere oppositivo di Confindustria. La pietra dello scandalo, naturalmente, fu l’entità dell’indennizzo da corrispondere ai monopoli coinvolti: SADE, EDISON, SIP, CENTRALE e SME. Fu la visione continuativa di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, a prevalere su quella abolizionistica di Riccardo Lombardi: meglio pagare direttamente le vecchie aziende, da lasciar sopravvivere come società finanziarie, piuttosto che eliminarle e versare gli indennizzi, a scaglioni, a tutti gli azionisti. Frutto dello scellerato patto fu la neonata ENEL, incapace di ridurre il costo dell’elettricità per i consumatori. Il timido passo in avanti verso la sorveglianza sulle attività di borsa, intanto, incrementò il fenomeno della fuga dei capitali all’estero.

    Tentativi di nazionalizzazione, aperture a sinistra, riforme: per i democristiani duri e puri ce n’era abbastanza per staccare la spina. Il governo Fanfani si spegneva il 21 giugno del 1963, assieme a due importanti riforme: l’istituzione delle regioni, avversata e bloccata perché il decentramento avrebbe concesso enormi poteri alle regioni rosse dell’Italia centrale, e la pianificazione urbanistica, uno dei capitoli più ignominiosi della politica italiana. La lungimirante riforma del ministro dei Lavori Pubblici, il democristiano riformista Fiorentino Sullo, era (e sarà) l’unico serio tentativo di fare i conti con la speculazione fondiaria e col caotico sviluppo urbano: l’eco della secca smentita televisiva di Aldo Moro trascinerà con sé anche le case allegramente costruite ad Agrigento, destinate a franare nel 1966.

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    Dopo l’alternarsi di vari governi “balneari”, specchio dell’instabilità politica del primo mezzo secolo della Repubblica, fu Giovanni Spadolini (nella foto) a inaugurare la stagione delle legislature complete. Spadolini ne fece due consecutive, anche se la seconda, iniziata il 24 aprile 1992, terminò dopo due anni, il 22 aprile 1994, segnata dalla crisi seguita a Mani Pulite

    Governo balneare, governo da spiaggia e ombrellone, da paletta e secchiello, perché per le riforme ci vuole tempo e il caldo non aiuta. Non sarà certo l’autunno, però, a portare folate di novità; quella dei primi tre governi Moro è un’estate che non vuol finire più: dal dicembre del 1963 al luglio del 1968 l’Italia muore sotto i raggi soffocanti di un programma di governo che il presidente del Senato Cesare Merzagora chiamò ironicamente “Brevi cenni sull’universo”.

    L’attendismo di Aldo Moro, infatti, era pari solo all’irrealizzabilità delle sue proposte: riforma delle regioni, riforma della scuola, riforma agraria, dell’edilizia, del fisco, delle pensioni, dell’antimonopolio. Dalla “politica in due tempi” del primo mandato allo sventato colpo di stato del Piano Solo durante il secondo, l’eterna estate italiana miete vittime senza pietà: dal declino dell’impresa pubblica alle ruberie di Eugenio Cefis, dalla paralisi della pubblica amministrazione al clientelismo in Meridione fino al sacco di Palermo, la sete di riforme non trova fonti a cui abbeverarsi.

    La bella estate, per scomodare Pavese, continuerà con l’ex guaglione Leone, ormai bagnino di professione, pronto a traghettare il paese nel giugno del 1968, verso l’autunno caldo delle lotte operaie. Sarà la terna di mandati di un altro democristiano, Mariano Rumor, ad addensare sull’Italia qualche nube rinfrescante: legge su divorzio, Statuto dei lavoratori, istituzione delle regioni e del referendum (previste sin dal 1948), riforma della casa e del fisco.

    Provvederanno i nembi della strage di piazza Fontana, del golpe Borghese, dei moti di Reggio e della lotta armata a rendere tutto meno gradevole, assieme alla pioggia di fango della relazione parlamentare di maggioranza sul golpe del Sifar: secondo la commissione, il Piano Solo non è mai esistito.

    Negli anni settanta l’Italia somiglia sempre più al casotto di Sergio Citti, chiusa tra vischiose ragnatele e ansiosa di liberarsene. Altri governi balneari, di compromesso, saranno però destinati ad arrivare, fino allo tsunami di Tangentopoli, nel 1994, destinato ben presto a trasformarsi in un rivolo di risacca. È il destino del Belpaese forse, in fondo ricordato dagli stranieri come la terra del sole e del mare: i “saggi”, la rielezione di Napolitano al Quirinale, il governo di Enrico Letta, non sono forse nuovi esempi di un Parlamento felice di stare sempre sotto l’ombrellone?


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