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Storie magazine

2/2013 | L’ESTATE ASSASSINA

CINEMA

L’estate assassina, dal romanzo di Japrisot al film di Becker. Anzi di Isabelle Adjani.

    (Marcello Biondi) – “Incendiarie” fu l’aggettivo ricorrente quando nel 1983 uscì “L’estate assassina” di Jean Becker. Non era riferito al film – che semmai tradiva le promesse melodrammatiche con una messa in scena appena grammaticale – riguardava invece Isabelle Adjani, superstar del cinema transalpino, fino a quel momento vestita di tutto punto in opere significative di grandi cineasti come Truffaut, Herzog e Polanski.

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    “L’estate assassina” di Jean Becker (adattamento dell’omonimo romanzo di Japrisot), fu innanzitutto un’operazione commerciale, pensata a tavolino per sfruttare la popolarità della Adjani e dare in pasto ai Portnoy francesi una diva d’un tratto scabrosa”

    Fino a quel momento, la Adjani era la giovane icona del cinema d’essai. Anche la Comédie Francaise non era indifferente al suo talento. Il grande pubblico la ricordava nelle vesti dimesse e struggenti di Adele H, la figlia di Victor Hugo folle d’amore per un ufficiale inglese che non l’amava, o in quelle spettrali della moglie di Nosferatu. Insomma, quanto di meno glamour potesse offrire il cinema degli anni settanta.

    Eppure quei tratti minuti, gli occhi felini e il suo promettente apprendistato da sophisticated lady nascondevano un corpo segretamente evocato dalla Francia intera. Una cosa persino banale per un qualsiasi psicologo: fammi vedere quant’è bona la sora Isabella.

    Per cui “L’estate assassina” fu innanzitutto un’operazione commerciale, pensata a tavolino per sfruttare la popolarità della Adjani e dare in pasto ai Portnoy francesi una diva d’un tratto scabrosa. In Italia è accaduto più o meno lo stesso con Stefania Sandrelli, anche se poi ci siamo fatti prendere la mano esponendo al balenio vagamente hard stelle in panne come Minnie Minoprio, Marisa Mell e addirittura una Patty Pravo sciupata dalla droga. Al dilagare di piccoli e grandi schermi evidentemente non bastava più il proverbiale “vedo non vedo” che in passato aveva fatto la fortuna del varietà o di rotocalchi scollacciati tipo Playboy che aveva avuto il coraggio di mostrare il décolleté di Iva Zanicchi.

    La Adjani accettò la parte rassicurata dall’origine letteraria del progetto. Del resto, l’alibi intellettuale la proteggeva da un sospetto di opportunismo. Perché “L’estate assassina” è innanzitutto un romanzo. Piuttosto bruttino, risaputissimo, degno di uno scrittore resistibile come Sébastien Japrisot, ma pur sempre un romanzo. Un dettaglio non marginale agli occhi di un popolo di lettori come quello francese.

    Rimaneggiando uno dei topos narrativi più inflazionati, ovvero quello che vuole l’improvvisa comparsa di uno straniero in un paese sperduto, il libro racconta di Eliane, una bella ragazza che si trasferisce in un villaggio della Provenza con la madre e il patrigno. In paese naturalmente tutti la vogliono ma lei sembra rassegnarsi alle attenzioni di Florimont, detto Pin Pon, meccanico imbranato almeno quanto innamorato. I due si sposano ed Eliane, nonostante la diffidenza della suocera, va ad abitare a casa di Pin Pon. In realtà la provocante ragazzona nasconde propositi di vendetta giacché sa di essere il frutto di uno stupro consumato vent’anni prima da tre camionisti compagni di merende tra cui il defunto padre di Florimont. E la vendetta sarà contagiosa gettando una luce sinistra su giornate provenzali altrimenti uggiose.

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    “Rimaneggiando uno dei topos narrativi più inflazionati, ovvero quello che vuole l’improvvisa comparsa di uno straniero in un paese sperduto, il libro (e il film) raccontano di Eliane, una bella ragazza che si trasferisce in un villaggio della Provenza con la madre e il patrigno. In paese naturalmente tutti la vogliono ma lei sembra rassegnarsi alle attenzioni di Florimont, detto Pin Pon, meccanico imbranato almeno quanto innamorato…”

    “L’estate assassina” in fin dei conti è un polpettone velleitario, afflitto da troppi colpi di scena più degni di una soap che di una tragedia agreste. La prospettiva del thriller lo costringe a snodi forzati e a una ricerca insistita della rivelazione a effetto. Le digressioni antropologiche sono un po’ approssimative e la statura drammaturgica di personaggi e ambientazione è modesta anche per un autore come Japrisot che, essendo marsigliese, avrebbe dovuto additare facilmente i caratteristici temperamenti provinciali se non proprio lo sgomento per l’abbandono o la distanza inesorabile dal Potere urbano. Invece no, Japrisot non è acuminato come il suo concittadino Izzo e non ha certo il respiro epico e rurale di un Pagnol, il cui “Jean De Florette”, un dramma sul possesso dell’acqua, si staglia come l’inarrivabile campione della letteratura d’antan. Qui invece l’intreccio ha un che di dimostrativo, Eliane sembra concepita per diventare solo un piccolo moulin rouge della polluzione. Non ha le sfumature di una Lolita, è condannata a diventare l’eroina appariscente di una sceneggiatura piuttosto confusa per la quale la frustrazione paesana si riduce a maschere sopra le righe e a un’esplosione nemmeno così pruriginosa di luoghi comuni.

    Il romanzo, che pure ha vinto il Prix des Deux Magots nel 1978, è una di quelle storie che invecchiano male perché troppo annunciata, prevedibile anche nel suo sfruttamento popolare che pone la procace Eliane su un piedistallo quasi esclusivamente masturbatorio e il fesso di turno, Pin Pon, nel vastissimo archivio dei tonti accorati e stucchevoli. Ma Pin Pon, si badi bene, non è l’Ugolin di Pagnol, non riesce mai a rendere poetico il suo scimunimento amoroso.

    Il film di Becker ricalca piuttosto fedelmente il libro di Japrisot (che infatti lo ha sceneggiato) salvo che per alcuni dettagli del finale. All’epoca si aggiudicò quattro premi César e fu un colossale successo al botteghino grazie esclusivamente al fascino provocante di una Adjani comunque assai persuasiva nel rendere credibile la pazzia montante di Eliane, la sua ricerca mancata di un amore davvero congeniale.

    Rimangono scolpiti nella memoria il suo corpo nudo ebbro di caldo, il sole della Provenza capace di scardinare le reticenze di un paese e il suono snervante della pianola che spiegherà il ventennale mistero. Ispirato da fatti realmente accaduti, “L’estate assassina” è appunto più cronaca che storia, la vendetta femminile è lontana anni luce dalla crudeltà della Jeanne Moreau de “La sposa in nero” e l’eccitazione degli astanti non è paragonabile alla divertita messinscena del recente “Tamara Drewe” di Stephen Frears.

    Memorabile la chiosa di un critico radiofonico parigino: “Quanta fatica per una sega!”


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