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Storie magazine

2/2013 | L’ESTATE ASSASSINA

LETTERATURA

Il Festival dei poeti di Castelporziano: culmine e agonia della poesia contemporanea

    (Giulia Borioni) – “Si può solo parlare di prendere la poesia sul serio – come una specie di Sadhana, di sentiero sacro, o una forma di yoga, – di incoraggiare l’atmosfera per rendere questo possibile, invece di lavorare, come in passato, a un’arte beneducata o a un campo accademico-domestico. Kerouac dice che la mia poesia è un sacramento; Duncan parla della sua ‘devozione’ alla poesia. Con questo in mente e l’idea di scrivere versi in forma spontanea e aperta, è risultata un’amicizia tra poeti basata su una comune santità-serietà”. Questo spiegava Ginsberg, rifiutando l’idea che i beat formassero un movimento o un gruppo. No, quello fra lui, Gregory Corso, Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassady e gli altri era un legame intriso di una sorta di misticismo immanente, capace di infondere nella voce e nelle parole una potenza liturgica che forse era più compiaciuta che ecumenica. La stessa che, fatalmente, ha finito per trasformare quella generazione (e quella poesia) in rivolta in una comunità sostanzialmente in esilio dalla società. Sempre più marginale e, col passare degli anni, sempre più superflua.

    castelporziano-evtuschenko

    EVGENIJ EVTUSHENKO: EV CONTRO EV. Poeta di notevole duttilità espressiva, capace di indignazioni autentiche, romanziere mediocre incapace di intrecci emblematici (“Il posto delle bacche” è un romanzo d’avventura piuttosto convenzionale), Evtushenko ha regalato all’asfittica cultura sovietica di fine novecento una biografia travagliata degna di un carattere controverso. E lo fece in tempi in cui la poesia poteva ancora influenzare popoli e imbrogliapopoli in forma di “uomini d’acciaio”. Eppure non è mai completamente riuscito a conciliare il suo intimo dissidio fra un’anima pop molto occidentale, sensibile alle ribalte e alla giocosità della parola e un’anima engagé severa col regime e i suoi magheggi. È vero, ha scritto precise liriche civili (il suo j’accuse alla restaurazione brezneviana con “I carri armati percorrono Praga” e poi “Gli eredi di Stalin” e soprattutto il poema “Babij Jar” fomentato dallo sterminio degli ebrei di Kiev) ma spesso il suo spirito invettivo s’è avvilito in boomerang di attacchi e smentite (si pensi alla polemica col “parassita” Josif Brodskij e al contrastato rapporto col PCUS e con gli Stati Uniti dove è morto il primo aprile 2017 a 84 anni). Il giovane Evtushenko aveva assistito con gaudio al declino del culto della personalità ma in campo artistico la sua ambizione – il suo culto personale – fu spesso viziata da un narcisismo talmente promozionale da scadere volentieri nel puro esibizionismo; anche per questo Brodskij lo definiva “un’enorme fabbrica per la produzione di se stesso”. Ci rimane il sigillo di un poeta d’altri tempi, affascinato dal calcio e dalla libertà senza dazi, un osservatore formidabile al quale via via sono venuti meno i bersagli che ne hanno mosso l’indignazione. In fin dei conti, un mancato Majakovskij che ha sempre tenuto in tasca il suo epitaffio ideale: “Scrittore russo, schiacciato dai carri russi a Praga”. (Carlo Federighi)

    La condanna di inutilità l’ha inflitta certamente la storia, in un’epoca che ha terminato di sottrarre ai poeti quell’aureola che comunque non gli apparteneva più già da tempo, ma non sarà pure che i poeti santoni se la sono un po’ voluta? Non gli si mette in bocca nulla di forzato se si parafrasa così una dichiarazione di Franco Cordelli il quale, in occasione di un’intervista rilasciata a Rai Educational, ha sollevato certe sue perplessità riguardo la figura dei poeti, appunto. Li ha definiti creature intrappolate nelle proprie idiosincrasie e stranezze, “monadi chiuse in se stesse”, al contempo affascinanti e sfuggenti e pertanto istigatori di un sentimento ambivalente, di attrazione e repulsione insieme. Sentimento che, almeno da parte sua, è stato forse il principale movente nell’organizzazione del Festival Internazionale dei Poeti a Castelporziano (Cordelli è stato uno dei pensatori di quell’evento).
    Ebbene, la sua intenzione era quella di stanare quelle creature così defilate e controverse e calarle in mezzo alla gente. Non che desiderasse gettarli in pasto al pubblico dileggio, come in effetti in parte è accaduto. Lui voleva solo esporli, una volta tanto.

    Era l’estate del ’79 ed era il calar di giugno. I giorni scelti erano infatti gli ultimi tre del mese, il 28, il 29 e il 30. Altrettanto terminale la location, Castelporziano, quel tratto del lido di Ostia dove cinque anni prima era stato assassinato Pasolini. Un tratto di lido che, peraltro, corrisponde esattamente alla descrizione che a un certo punto fa il Jack Lemmon di “Salvate la tigre”: “c’è una spiaggia con la sabbia che è tutta ammucchiata: forma come una duna, sarà lunga duecento metri”. Solo che lui si riferiva ad Anzio e subito dopo aggiungeva che “nel 1944 quella sabbia era tutta zuppa di sangue, invece l’anno scorso era coperta di bikini: bikini… tante belle chiappette stese sulla sabbia che aveva succhiato tutto quel sangue”.

    Beh, anche in quell’estate del ’79 ad appena qualche centinaio di metri di distanza dalla tribù di Castelporziano tante chiappette poggiavano sulla sabbia di Ostia, erano quelle delle famiglie che trascorrevano le loro consuete vacanze, all’insaputa di quel che accadeva poco più in là.

    castelporziano-ginsberg

    “Il terzo giorno accade il miracolo di Castelporziano, quando la contestazione della folla si spegne nei versi di Evtushenko, nel rap del fu LeRoi Jones e nel canto di Allen Ginsberg (nella foto) che, seduto tranquillamente sul palco a gambe incrociate, ha intonato un mantra insieme al suo grande amico e compagno Peter Orlovsky”

    Dove succedeva che un’orda di gente occupava la spiaggia e il mare, di notte e di giorno. Sul palco montato saliva chiunque, tra cui una ragazza di neanche sedici anni che a intervalli più o meno regolari prendeva in ostaggio il microfono per dire che “ccioè” aveva “anche lei, ccioè, delle cose da esprimere” o per commentare, con un interrogativo di una semplicità disarmante (“Ccioè, cos’è questa cosa?”), i versi che i poeti leggevano. Accadeva che il beat italico Piromalli dedicava la sua poesia ai filosofi: “Affanculo” e Dario Bellezza, sempre affiancato dalla sedicenne titubante, interrompeva offeso la sua performance per invitare il pubblico ad applaudirlo (“fate qualche applauso, se non mi applaudite non leggo più”) perché, spiegava, “i poeti vanno incoraggiati e vanno soprattutto applauditi anche se le loro poesie non vi piacciono”. “Dovete applaudire”, insisteva, prima di rassegnarsi a reclamare dei fischi, almeno. Che arrivano subito copiosi, insieme a un tizio nudo sul palco e a Bellezza non restava che redarguire un pubblico di “fascisti, di persone volgarissime e immonde” che non avevano rispetto per la poesia. Accadeva che poco dopo gli faceva eco la Maraini la quale, ammutolita dopo non più di quattro secondi, usciva di scena ammettendo che “sì, la poesia è inutile”.

    E, ancora, accadeva che uno con un mantello rosso urlava “Siberiaaa!” a un poeta russo. Poi l’annuncio del minestrone che è pronto e, con l’occasione, un sonoro insulto agli organizzatori perché chissenefrega della poesia, io m’aspettavo Patti Smith. Ressa, gavettoni, palco invaso e pericolante. La protesta di un manipolo di persone che avrebbero voluto ascoltare le letture soffocata al grido di “anche il minestrone è poesia”.

    Intanto la delegazione internazionale valutava addirittura la possibilità di rinunciare a esibirsi e decideva infine di affrontare quel pubblico che, già temibile e straripante le sere precedenti, per la giornata conclusiva era ulteriormente cresciuto, attratto dai nomi esotici degli ospiti, ed era diventato una forza ormai incontenibile e incontrollabile.

    Ed è allora che accade il miracolo di Castelporziano, quando la contestazione della folla si spegne nei versi di Evtushenko, nel rap del fu LeRoi Jones e nel canto di Allen Ginsberg che, seduto tranquillamente sul palco a gambe incrociate, ha intonato un mantra insieme al suo grande amico e compagno Peter Orlovsky. Sulla spiaggia regnava un innaturale silenzio. La gente era accucciata, stordita e muta, salvo liberarsi alla fine in un’ovazione adorante.

    castelporziano-palco-crollato

    “In quell’estate di Ostia, per l’ultima volta era stata praticata – e insieme sovvertita – la santità del rito poetico, era esplosa l’avversione e anche l’attrazione, insomma la contraddizione, esattamente come sono esplose le due navi cisterna che in quei giorni si sono scontrate a largo del litorale laziale per poi affondare, proprio come ha fatto il palco di Castelporziano, crollato alla fine della manifestazione sotto il peso di un tempo ormai scaduto”

    Eccolo qua il rovescio di quel sentimento di repulsione che diceva Cordelli. Ed ecco la potenza liturgica della poesia beat che diceva Ginsberg.

    A pensarci, a Castelporziano, c’è stata l’essenza stessa della poesia beat, ci sono stati il minestrone, la libertà, le canne, la promiscuità, i versi spontanei e migliaia di giovani e intellettuali di ogni razza e credo che rivendicavano per sé il luogo della poesia e, prima ancora, il luogo della possibilità di parola.

    Dopo quell’evento, il festival che era stato una sorta di Woodstock letteraria ha traslocato a Roma, nella cornice ordinata e pulita di Piazza di Siena (all’interno di Villa Borghese) e, come ha osservato Tondelli, “a quella spettacolarità quotidiana che si alzava il mattino presto, anzi, nemmeno andava a dormire, si è sostituito un dopocena letterario o, per essere precisi, un dessert culturale a sorpresa”.

    In quell’estate di Ostia, dunque, per l’ultima volta era stata praticata – e insieme sovvertita – la santità del rito poetico, era esplosa l’avversione e anche l’attrazione, insomma la contraddizione, esattamente come sono esplose le due navi cisterna che in quei giorni si sono scontrate a largo del litorale laziale per poi affondare, proprio come ha fatto il palco di Castelporziano, crollato alla fine della manifestazione sotto il peso di un tempo ormai scaduto.

    L’estate del 1979 ha consegnato così l’“ostia dei poeti”, come recita il titolo del documentario con cui Andrea Andermann ha voluto raccontare quei tre giorni di passione (“Castelporziano. Ostia dei poeti”, 1980).


    Guarda “Castelporziano. Ostia dei poeti”:


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