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Storie magazine

2/2013 | L’ESTATE ASSASSINA

CINEMA

“Canicola”: l’Austria raggelante di Ulrich Seidl

    (Barbara Pezzopane) – Il solleone che Ulrich Seidl filma in “Canicola” – Gran Premio della giuria a Venezia nel 2001 – ha una temperatura sotto lo zero. Addirittura più vicina al congelamento che al brivido. Fotografia dissanguata di corpi unti sotto a un sole incapace di arrostire o anche solo di abbellire gli sterili pigmenti di carni e pelli flaccide, essiccate o gonfie come palloncini vuoti.

    Gli austriaci della periferia viennese escono dalle loro tane su terrazzini, lastrici, lembi di prati disadorni. Su tutto una luce abbacinante. Ville a schiera e condomini lontani dalle gotiche cime dello Stephansdom, dalle pietre miliari dell’architettura secessionista, dalle visioni permanenti lasciate dai Wagner, i Loos, gli Hoffmann. Altrettanto remoti agli archi color terracotta del Karl Marx-Hof, alla Ringstrasse del proletariato. In questi abitati la classe media si raggruppa in cocanicolampartimenti più o meno spaziosi in cui il vicino non si sente. E se si vede è a deformanti distanze da ascensore o in congressi improvvisati per strada a discutere di un nemico invisibile che ha il vizio di sfregiare automobili.

    Ma no, aspetta, qualcosa si sente. Riecco la solita coppia che litiga. Dietro i tre metri d’altezza del divisorio esterno – non bastasse il muro di siepe – il solito diverbio divampa e smargina disturbando le colorate aiuole in odore di sepolcro del vedovo sbracato sul lettino a prendere il sole. È l’ingegner Walter. Meglio aizzare la falciatrice a vuoto, srotolare la serranda a lutto e rinchiudersi dentro casa. Per ora.

    Seguiamo Anna che ciabatta nel parcheggio del supermercato. Le spalline nere come i pois della canottiera rosa non si scompongono sulle scapole salde. Non sembra spaesata, cerca chiacchiere e un passaggio, poi un altro e un altro ancora. Per dove? Per farsi semplicemente trasportare entro un reticolo di strade larghe a percorrenza residenziale che suddividono un territorio disseminato di capannoni commerciali, pompe di benzina, parcheggi solitari, scritte industriali e ciuffi di vegetazione. La sua voce stridula dà del tu a tutti, un’impertinenza non molesta, troppo poco – ancora – per rifiutarle l’innocua scarrozzata fra buste della spesa e borse adagiate sui sedili posteriori.

    La notte porta requie dalla calura e va bene per Claudia, biondi capelli, un corpo da sirena, ombretto luccicante. Si dimena a suon di musica attirando sguardi inebetiti. Nulla di male eccetto che per Mario. Gli va il sangue alla testa, beato lui, almeno sente qualcosa. Vede il tradimento dietro ogni angolo, tradimento e rabbia.

    Il mattino è un’orgia. Tanti corpi si mescolano in amplessi che non vedono l’ora di finire. La moglie del Greco si riveste come niente fosse, indossa la borsetta e le porte antipanico le si schiudono in soggettiva su un centro commerciale in piena attività. Un’orgia e poi depositare un mazzo di fiori sul ciglio della strada dove la sua bambina ha finito di vivere. Intanto, sull’altra sponda, l’auto del marito si allontana. Il loro lutto si consuma a rituali separati.

    Dal canto suo, il signor Hruby si sbatte per vendere antifurti e impianti di protezione a questa gente, tempestato di chiamate da una moglie sempre in cerca di inutili aggiornamenti. Suda letteralmente sette camicie, in effetti è l’unico che sta lavorando e va di porta in porta offrendo i suoi servigi. Quando entra nelle case, dispensa un’affabilità incurante dei luoghi privati che sta visitando.

    Ha un cane, telecamere a circuito chiuso e una specie di bunker seminterrato dove stipa provviste e prodotti in quantità ed è per questo che l’ingegner Walter non ha bisogno di sistemi d’allarme. Hruby osserva che è egoista da parte sua: chi protegge il cane, nel caso?

    Dagli e ridagli, Greco. È sua la palla da tennis che risuona con insistenza fra le mura, i lunghi corridoi di un vuoto edificato su due piani con piscina, vuota anch’essa. La donna delle pulizie pulisce senza grande convinzione e la donna di casa reduce dall’orgia si fa una doccia con grande disgusto per il lavandino intasato di capelli. Dopodiché si aggira per la casa con un amante occasionale, Greco presente.

    E la donna che è appena uscita dall’ascensore? È una maestra tornata al suo appartamento. Ha ascoltato il messaggio in segreteria che le ha lasciato la madre, si è alleggerita di abiti perbene. Le resta un trucco pesante come i capelli tinti, un maquillage che non restituisce vita ai morti. La bellezza sfiorita di ultracinquantenne le fa compagnia per le lunghe ore di preparazione davanti allo specchio o dispiegate impietosamente a favore di macchina, nell’attesa di farsi trovare nuda e di schiena da quel fisico alcolico che chiama fidanzato e che si presenta non senza amici né privo di cattive intenzioni…

    Corpi umani sfatti messi a fuoco sotto la luce inesorabile di un agosto austriaco senza vacanze. Come se la mancanza dell’irregimentazione nel sistema produttivo consentisse di osservare gli automi a riposo. C’è ovunque il richiamo al commercio, che sia di corpi o di prodotti. C’è nei jingle ossessivamente ripetuti da Anna, nei suoi elenchi mandati a memoria figli della tv di largo consumo. Siedl intontisce lo spettatore coi suoi piani sequenza, le sue inquadrature fotografiche lattiginose, perfettamente simmetriche. Apprezzato da Werner Herzog e sovente accostato al connazionale Michael Haneke, è un irriducibile del documentario, discusso nel suo paese ma in fondo incline “alla constatazione piuttosto che alla denuncia”, come ha sapientemente scritto Tullio Kezich.

    In “Canicola” ha rubato il grosso del cast alla vita normale e l’ha ripreso per tre anni, lui che continua a preferire la drammaturgia del reale. La sceneggiatura l’ha fatta a pezzi montando l’esorbitante girato a nuovo piacimento, aggravando il caldo col silenzio e spedendo Anna fra gli automobilisti di questi sobborghi a darci prova di come sia difficile incrinarlo. Non basta la sua petulanza e non bastano le sue domande impudenti ad anziani e signore a modo. Ti viene ancora duro la mattina? Le mestruazioni ce le hai ancora? Sai di avere dei denti proprio strani? Può chiedere queste cose un bambino, un pazzo o uno che capisce più di tutti gli altri e sta solo chiedendo: c’è ancora vita da queste parti? Forse no, e forse è per questo che è ammattita.

    Qualcosa di violento e sgradevole sta per succedere ma succederà senza clamore. Prima ma anche dopo la pioggia. Hruby farà pagare amaramente la futilità del proprio stesso affaccendarsi all’incolpevole Anna e l’ingegner Walter troverà il cane avvelenato proprio in un giorno da cani come questo. La maestra andrà incontro a una brutalizzazione all’altezza della sua atrofia sentimentale, mentre Claudia ascolterà lo sfogo imbestialito e però spiegato punto per punto da Mario fuggendo via impaurita.

    Solo il Greco e sua moglie si ritroveranno alla fine uno accanto all’altra ondeggiando piano piano su due altalene. Segno che un sole così può inavvertitamente scaldare.


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