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2/2013 | L’ESTATE ASSASSINA

SPORT

Andrés Escobar, il calciatore ucciso da un autogol

    (Marcello Biondi) – La Colombia aveva cominciato male la Coppa del Mondo di Calcio negli Stati Uniti. In quel 1994 che consacrerà il culo di Sacchi, fu sconfitta dalla Romania nella partita d’esordio. A condannarla furono una prodezza di Hagi e due gol di un soprendente Raducioiu che in Italia era noto indifferentemente come “una pippa pazzesca” o come un bomber incompiuto. Comunque sia, la sua Romania aveva messo in ginocchio una nazionale molto attesa ai Mondiali. A quel punto la Colombia doveva vincere a tutti i costi la partita successiva e la situazione non era facile dato che si sarebbero trovati di fronte i padroni di casa.

    Naturalmente, la partita è nervosa. Intorno alla mezzora del primo tempo, il mediano statunitense Harkes si libera sulla fascia sinistra e improvvisa un cross basso nel cuore dell’area colombiana. La difesa è leggermente sbilanciata e il terzino Andrés Escobar interviene in spaccata più o meno all’altezza del dischetto. Voleva solo spezzare il contropiede ma andres-escobar1la sua deviazione finisce alle spalle del portiere Cordoba. Lo stadio esplode di gioia, la Colombia intera ammutolisce. Escobar rimane a lungo steso a terra, impietrito. La partita finisce 2-1, a tempo praticamente scaduto Valencia segna il gol della bandiera. Inutile.

    Inferiorità tecnica, una forma fisica da mettere ancora a punto? Com’è possibile che una squadra di buone tradizioni calcistiche si faccia impallinare da studentelli americani tarantolati dal tifo? Il fatto è che la Colombia del ct Francisco Maturana giocò quel Mondiale in un autentico clima di terrore.

    Appena cinque ore prima della sfida decisiva con gli Stati Uniti, all’hotel di Fullerton, dove alloggiava la squadra colombiana, era arrivato un fax anonimo: “Se gioca Gomez, faremo saltare in aria la sua casa e quella di Maturana”. Fu così che Gabriel Gomez venne escluso e rimpatriato.

    Il povero Gabriel Jaime Gómez Jaramillo, centrocampista trentacinquenne, aveva ormai tutta la stampa colombiana contro. Era considerato responsabile della sconfitta con la Romania. Malgrado fosse fratello di Hernán Darío Gómez, il vice di Maturana, la sua sorte era segnata. Già ma da chi? Dai giornalisti colombiani? No, dal cartello di Medellin che colpendo lui voleva colpire il commissario tecnico. Ma quale calcio, il destino della Colombia era legato a milioni di sniffate. La situazione era più o meno questa. E i giocatori lo sapevano.

    Nel 1993 René Higuita, l’estroso portiere celebre per la sua “mossa dello scorpione”, aveva passato sette mesi in carcere per aver preso parte come intermediario al rapimento della figlia di un magnate locale. Pare che il riscatto dovesse finanziare la latitanza di Pablo Escobar, il boss del narcotraffico ucciso dalla polizia in circostanze mai del tutto chiarite nel dicembre 1993. Fra le troppe cose che faceva e controllava, il Pablo nazionale era anche il andres-escobar2principale finanziatore dell’Atletico Nacional, la squadra di Medellin in cui giocava il suo sfortunato omonimo Andrés. D’altra parte, le connivenze fra calcio e narcotraffico erano sulla bocca di tutti, non erano chiacchiere da servizi segreti. Nel 1992 un movimento chiamato LiFuCol (Li sta per limpieza e l’acronimo significa “Pulizia del calcio colombiano”) di trasparenza si occupò ben poco. Legato al cartello di Cali, arrivò a minacciare di morte Maturana se si fosse azzardato a convocare in Nazionale giocatori del club rivale dell’Atletico Nacional, l’Antioquia. Maturana se ne fregò convocando tre giocatori dell’Antioquia e volle come assistente l’allenatore di quella squadra, proprio il Gomez fratello del calciatore costretto a lasciare il Mondiale. Ma non finisce qui. Tre mesi prima di USA ’94 era stato rapito il figlio di Luis Fernando Herrera, nazionale colombiano anche lui in forza all’Atletico di Medellin. Fu chiesto un riscatto spropositato e il difensore fu costretto a un appello televisivo per riavere il bambino. Nel 1990, gli arbitri colombiani scioperarono dopo l’uccisione di uno di loro che si era ribellato alle pressanti richieste di combine per una partita.

    Non basta. Nel novembre del 1995, Alveiro Pico Hernandez, ventitreenne difensore dell’Envigado, un piccolo club del gruppo B della prima divisione colombiana, venne assassinato all’alba nel quartiere Prado, situato nella zona est di Medellin. Due uomini gli spararono a pochi metri dalla sua casa. Era questo il calcio in Colombia. E Andrés Escobar lo sapeva.

    Di estrazione borghese, Andrés Escobar era una certezza per la difesa del Nacional e della nazionale. Gentile, riservato, aveva un fisico più slanciato del caratteristico giocatore colombiano che solitamente è compatto e muscoloso. Sembrava fatto apposta per il calcio fluidificante all’europea. Uno stile di gioco essenziale, veloce, forte negli stacchi aerei, il tutto coronato dall’ammaliante controllo di palla sudamericano. Lo aspettava un grande avvenire, magari in qualche società del vecchio mondo.

    Invece quel mercoledì del 1994, nel caldo umido dello stadio di Los Angeles, sembrò compiersi il suo destino. E pensare che la Colombia era favorita: il suo gioco sornione ispirato dalla criniera bionda di Carlos Valderrama non poteva preoccuparsi del calcio un po’ scolastico degli statunitensi. Ma non fu così. Al 35imo accadde l’irreparabile. Quel cross di John Harkes ed Escobar che nel tentativo di anticipare Stewart si lascia morire in un tragico autogol convalidato dal nostro Fabio Baldas, arbitro della partita. Palla al centro e una vita distrutta.

    Andrés lo sapeva come sarebbe andata a finire quella storia. Lo sapeva più di quanto lo temeva. Era pur sempre di Medellin, lui, e conosceva gli intrecci fra trafficanti e scommettitori. Da quel momento la sua andatura diventò quella di un morto. Quando il 29 giugnò rientrò in Colombia, all’aeroporto di Medellin lo aspettavano quattro gatti e la fidanzata. Non volarono insulti, anzi qualche tifoso cercò di rincuorarlo.

    Una volta atterrato al José María Córdova, non lo consolò nemmeno il bacio di Pamela Cascal, la sua fidanzata. Anche lei era della Medellin bene, faceva la dentista e per sdrammatizzare propose un drink a La Fruteria, una pasticceria di via Las Palmas frequentata da professionisti e figli di papà. Andrés era come assente, riconosceva con pigrizia facce familiari. Parlava poco, Pamela era preoccupata. Preferì tornare a casa, era stanca avendo lavorato molto negli ultimi giorni, per non dire dell’angoscia che provava da quel 22 giugno.

    Andrés continuò a vagare per la città, lo fece per quasi quattro giorni. Un momento rideva, un momento s’incupiva. Irrequieto, abulico, passò da un locale all’altro cercando il conforto di vecchi amici per raccogliere invece, e in più di un’occasione, gli sguardi fissi e astiosi di emeriti sconosciuti. Lo ha raccontato il 10 luglio 1994 il quotidiano locale Il Tiempo in una dettagliata ricostruzione delle ultime ore di vita di Escobar (http://www.eltiempo.com/archivo/documento/MAM-169660).

    Sabato 2 luglio, Escobar finì al Padova, una discoteca del centro. Quel baccano, qualche alcolico, un pugno di amici e amiche, riuscirono a distrarlo ma alle 3.45 ne ebbe abbastanza. Qui le versioni abbondano ma la maggior parte delle testimonianze vuole che il calciatore sia andato al parcheggio del Salmagundi, un altro locale notturno, dove aveva lasciato la macchina. Pare ci sia stato un alterco con tre uomini a bordo di una Toyota Land Cruiser nera. Parole grosse scatenate da quel maledetto autogol. Chi dice sia stato insultato pesantemente: “impedito, venduto, frocio!”, chi dice che la lite sia degenerata per futili motivi di parcheggio. Escobar ha reagito ma non ha potuto nulla quando uno dei tre uomini, l’ex guardia giurata Humberto Muñoz Castro, gli spara 6 colpi di mitraglietta (e non 12 come sostenuto da alcuni). Escobar arriverà alla Clinica Medellin già morto. La gente che lo ha sempre venerato come un idolo ha quasi paura di piangerlo, intorno è viva la minaccia dei narcotrafficanti.

    Castro, reo confesso, sarà condannato a 43 anni e 5 mesi ma verrà scarcerato nel 2005, tra i sospetti della stampa e le proteste dei tifosi. Il movente? Mai chiarito ufficialmente, il che significa che la gente sa com’è andata. In fondo, stiamo parlando di una città letteralmente governata dalla criminalità. Il cartello di Medellín è stata una potentissima organizzazione di narcotrafficanti. Negli anni settanta e ottanta Pablo Escobar e i fratelli Ochoa hanno dettato “legge” in Colombia ma anche in Bolivia, Perù, America Centrale, Stati Uniti, Canada ed Europa. Con l’altro potentissimo Cartello, quello di Cali, ingaggiarono una sanguinaria rivalità a tinte persino ideologiche (a Cali erano andres-escobar3filo-governativi e destrorsi, a Medellin erano filo-rivoluzionari). Milioni di dollari arrivarono in Colombia. Droga, scommesse, prostituzione.

    Colpisce pensare che Andrés Escobar fu ucciso nel ’94, quando ormai il Cartello di Medellin era al tramonto. Morto il suo leggendario omonimo, Pablo, l’organizzazione si dedicò a sporadici colpi di coda, per quanto spietati, e ogni sparo, ogni vendetta, ogni ritorsione saranno parsi ad Andrès come quei falli di frustrazione che sui campi di calcio sono tipici delle squadre in difficoltà.

    La morte di Andres Escobar sarebbe stata ordinata da un clan di scommettitori che avevano investito grosse somme sulla qualificazione della Colombia agli ottavi del Mondiale statunitense. Il dissidio fra allibratori e scommettitori sostanzialmente rifletteva quello in atto fra i due cartelli rivali, quello di Cali e quello di Medellin con quest’ultimo impegnato a non perdere la propria supremazia territoriale. Lo sventurato autogol avrebbe giovato agli allibratori quantomeno per evitare un disastro economico, mentre il clan degli scommettitori di Medellin, sul lastrico dopo l’eliminazione della Colombia, l’avrebbe fatta pagare al calciatore. La mitraglietta di Munoz fu armata dal narcotraffico. Poco importa se al momento di sparare abbia urlato “Gooool!” o, come altri sostengono, “Grazie per l’autogol!”

    Francisco Maturana disse: “Ormai la Colombia è un manicomio permanente”. Ai funerali di Andrés parteciparono 120mila persone, c’era anche César Gaviria Trujillo, presidente di una Repubblica violenta.


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