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1/2014 | L’ECCEZIONE

ARTE

Simon Rodia: l’unico italiano sulla copertina di Sgt. Pepper è un muratore

    (Ivan Tedeschi) – C’è un unico italiano sulla copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, la più famosa della storia del rock. Quell’italiano di nome Sabato Rodia nacque nel mio paese, Serino (in provincia di Avellino), nel lontano 1879. Partì da Napoli da solo con una valigia di cartone a quindici anni perché la famiglia stava per traslocare tutta, a poco a poco, negli States. Il piccolo Sabato cambiò identità a Ellis Island e sgt-peppers-lonely-hearts-club-bandraggiunse il fratello col quale iniziò a lavorare e guadagnare. Dopo qualche anno, i due si spostarono nelle miniere in Pennsylvania e fu lì che il fratello maggiore morì in un incidente. Da allora Sabato (detto Simon) girovagò senza più sogni o speranze, il suo modo di fare divenne scorbutico e nessuno riusciva a ricavare un’impressione positiva dal suo essere e dai suoi modi. Fu conosciuto e divenne noto in America per un’opera architettonica maestosa e infantile che porta il suo nome, “Simon Rodia Watts Towers” e che lui aveva battezzato “Nuestro Pueblo”. Lui che di mestiere faceva il minatore e il piastrellista realizzò uno strano complesso di opere nel giro di un trentennio (dal 1921 al 1954) nel quartiere afroamericano di Watts a Los Angeles in preda all’ispirazione e alla disperazione di una vita vissuta da nomade.

    Simon Rodia fu scambiato per messicano perché i lotti della proprietà dove costruì le torri e la struttura completa appartenevano a un messicano, che prima di lui lì ci gestiva un bar. Nel volto anziano di Simon Rodia, che dell’Italia conosceva ben poco e del boom economico del suo paese d’origine ancora meno, c’è un sorriso ingenuo e ancora incosciente. Carl Gustav Jung, Fred Astaire e Bob Dylan gli fanno compagnia sulla copertina di Sgt. Pepper, ma Rodia che veniva dalla miseria lottò per difendere quel suo unico sogno: le sue Torri verso il cielo, torri più alte, altre basse e sculture realizzate con scarti industriali e ferro rubato alle ferrovie dove lavorava in turni massacranti. Mosaici di bottiglie, lattine di alluminio, conchiglie. La sua opera è stata osservata nel documentario della BBC “The Ascent of Man” e descritta dal matematico e umanista Jacob Bronowski come la più grande opera realizzata da un uomo con le stesse conoscenze teoriche dell’Uomo di Neanderthal.

    Negli anni del boom economico quelle torri così colorate attiravano i ragazzi innamorati dell’eccesso e della potenza giovanile; i Beatles, che erano lettori del New Yorker, conobbero a distanza watts-towersqualcosa di sconvolgente. Un italiano che rinnega tutte le little Italy per vivere tra i neri e gli immigrati ispanici fa notizia. Simon Rodia è uno con una storia difficile, matrimoni falliti, terra d’origine abbandonata, un groviglio di eccessi e sconfitte che si erge in torri fatte col ferro e col duro lavoro delle mani. Sono strutture talmente resistenti che hanno sopportato uno stress test che simulava la potenza di un terremoto. Le torri (la più alta di quasi trenta metri) non hanno ceduto.

    Alcuni universitari si appassionarono alla storia di questo uomo, altri giornalisti e curiosi ne parlarono e ne scrissero: tutto questo portò Sabato Rodia sulla vetta di quel disco unico e irripetibile. Qualcosa di nuovo per la musica e per l’umanità, un disco voluto dai Beatles oltre il mito stesso della Beatlemania che si era manifestato con troppa foga negli anni precedenti. Così giunsero loro quattro con la loro magnifica musica a mettere ordine nel caos facendo ripiombare la cultura vera nella pastoia kitsch di un collage. L’insegnamento del più stolto dei teatranti inglesi è di mescolare il rozzo e l’aulico, il kitsch e l’aristocratico; questo è quel che fecero i “pazzi” di Liverpool quando cambiarono momentaneamente nome in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, indossando uniformi colorate e sgargianti, capovolgendo per un attimo il mondo intero in un vero viaggio psichedelico.

    Immagini, musica e riferimenti ai maestri dell’oggi (Bob Dylan) e del domani. E in mezzo un volto di profilo quasi coperto ma riconoscibile: Sabato Rodia nato a Serino (Avellino), l’unico italiano che i Beatles ritennero pazzo a sufficienza per stare insieme lì con loro sulla simon-rodia-watts-towerscopertina più famosa della storia del rock. Quello che stupisce è vedere quanto siano importanti i colori di Simon Rodia per le comunità di poveri e diseredati che abitano quella zona dimenticata d’America.

    Non c’è spazio per le luccicanti star. In questo disco del 1967 il movimento hippie c’è ma in un certo senso è proprio lì che muore (con quelle facce e con quei colori). Il citazionismo esasperato dei ragazzi di Liverpool fa riflettere sul vuoto che le droghe e lo smarrimento post-Vietnam avevano portato tramite lo stesso movimento hippie e l’eccesso tramutato in stile di vita quotidiano. E di ritorno ecco le fanfare ridicole che i Beatles ripescano per la traccia d’apertura, quei suoni che fanno ritrovare un senso fisico e terreno alla dispersione sognante della psichedelia. Questo, però, è un altro discorso, più difficile da fare. Simon Rodia, di sicuro, non l’avrebbe capito. L’odio in questa distanza che possiamo sentire tra quel volto (dietro cui si nasconde un’anima) e l’Italia fiera e indifferente nei confronti dell’arte si fa più aspro, anche se addolcito dal sole e dalla musica. Di lui gli americani pensarono che fosse una spia sovietica o addirittura un soldato al servizio dei giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale; invece quelle torri non trasmettevano messaggi in codice, erano soltanto e semplicemente un’opera d’arte di una persona libera che voleva per tutti un “Pueblo” diverso.

     Il documentario The Towers, Rembrandt Films (1957)
     Trailer del film I Build the Tower di Edward Landler e Brad Byer (2006)

     


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