rivista internazionale di cultura

Storie magazine

1/2014 | L’ECCEZIONE

LETTERATURA

Raymond Queneau: storia segreta degli “Esercizi di stile”

    (Un banale incontro sull’autobus corredato di notazioni
    e dettagli altrettanto banali. Per Queneau, tuttavia,
    diventa l’emblematico spunto per un omaggio cerebrale,
    intellettuale e spesso trasgressivo al linguaggio
    inteso come connessione fra forma e sostanza.
    I suoi esercizi di stile sono 99 maniere diverse
    di raccontare, e dunque interpretare, un episodio)


    (Stefano Milioni)
    – “Sulla S in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint Lazare. È con un amico che gli dice: ‘Dovresti far mettere un raymond-queneaubottone in più al soprabito’. Gli fa vedere dove (alla scriancratura) e perché”.

    Da questo banalissimo episodio di vita quotidiana e tentativo, apparentemente superficiale, di osservazione della realtà, prendono avvio gli “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, narratore francese, autore, fra gli altri, dell’intenso e originalissimo “Zazie nel metro” (1959).

    Pubblicato da Gallimard nel 1947 e dalla Einaudi nel 1983 con la decisiva traduzione di Umberto Eco, “Esercizi di stile” è un libro unico nel suo genere. Queneau, infatti, partendo dalla notazione iniziale, è come se, giocosamente e senza mai apparire accademico, la ponesse su un’ipotetica tavola operatoria e si accingesse a compiere su quel corpo fremente che è il linguaggio, le acrobazie e gli esperimenti più sfrenati. Ma, bisogna subito precisare, è un’operazione senza il rischio della morte; non almeno se il chirurgo, come in questo caso, è saldo di mano, lucido nell’osservazione e rapido di fantasia. E di più: non solo la morte non è contemplata, ma da quel corpo usciranno cellule ancor più sane e vivificate.

    Queneau stesso pare sdoppiarsi. Da una parte, il chirurgo freddo e calcolatore, dall’altra una sorta di avventuriero, un esploratore lessicale in cerca di paradossi, di un linguaggio musicale, quasi dionisiaco, ed, in fondo di una realtà linguistica e sociale ancora tutta da scoprire. Ed ecco, allora, che, come detto, dalle “Notazioni” si passa alle 98 variazioni, operazione che, pare, Queneau abbia concepito ascoltando delle variazioni sinfoniche.

    Una di queste è l’esilarante “Sincopi”, esercizio al quale lo scrittore giunge dopo le apocopi (caduta della vocale finale di una parola ed eventualmente anche della consonante che la precede), le aferesi (soppressione di una vocale o sillaba iniziale), e i poliptoti (figura retorica classica, consistente nel riprendere in frasi successive di un periodo una parola, di solito la prima della frase iniziale): “Ungrno vrso mzogiorno sopra lpaiattformapstriore duntobus delalina S vdin gíovn dalcoltrplngo cheportva uncpelloircndtda unacrdcella intrcc. Eglsto appstro’ fiV isuvicno prtndendochcotui fcvappsta a pstrglipdi agni frmt. Porpdmente eglbndono’ ladscsione pergttrsi sdin pstlbro. Lrivdqulche orpitrdi dvantilastzione Sntlzre igrn conversazne cncmpgno chísuggrva dfrisalre upco ibottne desusprbto”.

    Comicità acquisita per accumulo, dunque, assoluta follia verbale, ma non più di tanto, se si guarda con attenzione; per avere lo stesso effetto basterebbe parlare, in fondo, con un arabo giunto da poco tempo in Italia (il quale, probabilmente, alla fine dell’incontro vi saluterebbe con un impicciatissimo “Arvdc” che sta per “arrivederci”).

    Eccoci dunque al momento cruciale dell’operazione: l’esploratore è ora nel cuore del linguaggio e così nel cuore del mondo. Non è interessato ad un vuoto gioco formale sulle parole, ma attraverso le sue scomposizioni e i suoi parossismi pare giungere al nucleo delle cose.

    Il breve raccontino, la notazione sull’autobus della linea S, l’osservazione di un uomo dal collo troppo lungo, diventano a mano a mano altri 98 racconti, tutti significativi ed uno diverso dall’altro.

    Il corpo lessicale che Queneau ha steso sulla tavola operatoria, e sul quale sta operando e trapiantando, moltiplicato com’è, diventa allora le mille voci e i mille specchi di quel labirinto che è la realtà.

    Gli esperimenti aumentano vertiginosamente, come in un’entusiasmante composizione di free jazz: l’autobus della linea S viene percepito e curiosamente raccontato dall’olfatto, dal gusto e dall’udito. Leggiamo onomatopee (“A boarrrdo di un auto (bit bit, pot pot!) bus, bussante…”, comunicati telegrafici (“BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGOCOLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP…”), siamo invitati a vedere l’azione da diversi punti di vista: quello del reazionario (“Naturalmeexercices-de-stylente l’autobus era pieno e il bigliettaio sgradevole…”), quello scientifico e privo di emozioni dell’insiemista (“Nell’autobus S si consideri l’insieme A dei passeggeri seduti e l’insieme D dei passeggeri in piedi…”, quello incerto del protagonista di “Dunque, cioè” (“Dunque, più tardi, cioè alla Gare Saint-Lazare, l’ho rivisto, dunque. Cioè, era con un tale che, dunque, gli diceva, cioè quel tale: ‘dunque, dovresti far mettere un altro bottone, dunque, al soprabito. Cioè”), quello maldestro e forse un po’ datato del compagno (“Perché cazzo, scusate compagni, io non sono abituato a intervenire in situazioni politiche di un certo tipo. Cioè, cazzo, a me non mi hanno fatto studiare perché cazzo la scuola, cioè, è solo dei ricchi. Io vorrei dare una testimonianza di classe di quel che ho visto ieri sull’autobus (non sulle mercedes dei signori) ma mi si intrecciano le dita…”) fino a quello colorito e pasoliniano del coatto (“Aho! Annavo a magna’ e te monto su quer bidone de la Esse-e ‘anvedi? – nun me vado a incoccia’ con ‘no stronzo con un collo cche pareva un cacciavite, e ‘na trippa sur cappello? E quello un se mette a baccaglia’ con st’artro burino perché – dice – je acciacca er ditone? Te possino! Ma cche voi, ma cchi spinge? e certo che spinge! chi, io? ma va a magna’ er sapone!”).

    E il gioco continua, e potrebbe continuare a lungo, come se Queneau fosse preda di allucinazioni e formidabili intuizioni indotte dall’uso di LSD verbale.

    Al linguaggio quotidiano si aggiunge così la gustosa ed intelligente parodia dei generi letterari. E il caso dell’esercizio “Ampolloso”, così comune a tanta letteratura italiana passata e contemporanea: “Quando l’aurora dalle dita di rosa imparte i suoi colori al giorno che nasce, sul rapidissimo dardo che per le sinuose correnti dell’Esse falcatamente incede, grande d’aspetto e dagli occhi tondi come toro di Bisanto…”; o di quello fieramente disperato dei “Versi liberi”: “L’autobus/pieno/il cuore/ vuoto/il collo/lungo/il nastro/a treccia/i piedi/piatti/piatti e appiattiti/il posto/vuoto/e l’inatteso incontro alla stazione dai mille fuochi/spenti/di quel cuore, di quel collo, di quel nastro, di quei piedi/di quel posto vuoto/e di quel/ bottone”; o di quello, ancora, molto vicino al Céline di “Viaggio al termine della notte”: “Ma, guarda, ‘ste cose non le capisco: un tipo che s’intigna a marciarti sul ditone ti fa girare i cosiddetti. Ma se dopo aver protestato va poi a sedersi come un cottolengo, me guarda questo non mi va giù. Me guarda, ho visto ‘sta roba l’altro giorno sulla piattaforma di dietro della S…”. E potevano mancare in questo contesto le sempre più importanti ed attualissime contaminazioni linguistiche? Ecco allora una versione del giavanese: “Ufun giofornofo vefersofo mefezzofogiofornofo sufun afautofobufus vefedofo ufun giofovafanofottofo cofon ufun cafappefellofo cofon ufunafa trefecciafa efe ufun cofollofo htfungofo…”; e l’esilarante anglicismo, probabilmente, vista l’americanizzazione del pianeta, l’esperanto del futuro: “Un dei, verso middei, ho takato il bus and ho seen un yungo manno con un greit necco e un hatto con una ropa texturata. Molto quicko questo yungo manno becoma crazo e acchiusa un molto respettabile sir di smashargli i fitti. Den quello runna tovardo un anocchiupato sitto. Leíter lo vedo againo che ualcava alla steiscione Seintlasar con uno friendo che gli ghiva suggestioni sopro un batton del cot”. Moltissime possibilità vengono dunque sperimentate.

    Fondamentale, in un caso come questo, è il ruolo della traduzione di Umberto Eco. Essendo impossibile una traduzione letterale, Eco, così come spiega nell’introduzione, ha tentato (nei casi, almeno, in cui più evidente era l’intraducibilità) di inserire i tagli e le aggiunte operati da Queneau in un contesto diversificato. Ed è proprio dal rapporto con il mondo di cui fanno parte che gli esercizi dello scrittore francese (solo apparentemente formali, è il caso di ripeterlo) assumono un senso. Come sostiene Eco: “In breve nessun esercizio di questo libro è puramente linguistico, e nessuno è del tutto estraneo a una lingua. In quanto non è solo linguistico, ciascuno è legato all’intertestualità e alla storia. In quanto legato a una lingua è tributario del genio della lingua francese. In entrambi i casi bisogna, più che tradurre, ricreare in un’altra lingua ed in riferimento ad altri testi, a un’altra società, e un altro tempo storico”. Forte è in Eco, formidabile ricreatore del linguaggio di Queneau, la tentazione di andare più in là ed abbattere il mistico muro dei 99 esercizi. Provare e riprovare, parodiando il linguaggio avvocatesco, quello degli architetti, dei creatori di moda o lo stile di Hemingway, Robbe-Grillet o Moravia. Il gioco, in fondo, si presta ad interpretazioni e le possibilità sono infinite.


    Da Storie 5/1993 – Le idee fisse
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