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1/2014 | L’ECCEZIONE

MUSICA

Ray Charles: a Sanremo ‘90 canta “Good Love Gone Bad” da Toto Cutugno. Mai pubblicata

    (Valentina Natale) – Era il Festival di Sanremo del 1990, il numero quaranta. Pochi mesi prima dei Mondiali di calcio italiani. C’era la lira e l’Uomo Ragno era vivo e vegeto, ma non lo sarebbe rimasto ancora a lungo (solo altri due anni). Un Festival particolare, quello del 1990. Niente Ariston, per cominciare: a causa di lavori di ristrutturazione non ultimati in tempo, il carrozzone sanremese si era spostato in una struttura destinata al mercato dei fiori e prontamente ribattezzata Palafiori. Altre novità molto discusse e apprezzate riguardavano il ritorno dell’orchestra, assente da più di dieci anni, la decisione di far esibire i cantanti dal vivo e non più in playback, come era invece successo per tutti gli anni ottanta, e il voto affidato a una giuria di qualità e non più alle preferenze del pubblico. A fare gli onori di casa Johnny toto-cutugno-ray-charles-sanremoDorelli e Milly Carlucci.

    Quattro le serate in programma, due le categorie in gara: Campioni e Nuove Proposte. La formula scelta dal patron e direttore artistico Aragozzini prevedeva che, durante la serata inaugurale e in quella finale, ciascun brano dei “big” venisse affidato a un artista internazionale che avrebbe avuto il compito di riproporlo adattandolo alle proprie corde. Erano i cosiddetti “abbinamenti”, croce e delizia degli appassionati festivalieri: uno stratagemma studiato ad arte per dare visibilità alla kermesse e alle canzoni, ma destinato (almeno nelle intenzioni) a non avere effetto alcuno sulla competizione: le esibizioni delle grandi star erano infatti fuori gara. Aragozzini si era dato un gran da fare per portare sul palco del Festival il meglio del meglio, sfruttando i contatti con i pezzi grossi delle case discografiche intessuti abilmente nei tanti anni di lavoro come organizzatore di concerti. È capitato così che, tra le tante accoppiate di dubbio gusto (prima tra tutte quella tra Peppino Di Capri e Kid Creole & The Coconuts), ce ne fosse una che fin da subito aveva attirato gli sguardi di tutti: quella formata da Toto Cutugno e Ray Charles, il cui arrivo era atteso con trepidazione anche da chi solitamente di Sanremo non voleva sentir neppure parlare.

    Cutugno era a un crocevia importante della carriera. Reduce da quattro secondi posti al Festival, cercava disperatamente di liberarsi dalla fama del perdente di lusso. Quello che è tanto amato dalla gente ma, per un motivo o per l’altro, non vince mai. Ray Charles era semplicemente Ray Charles: un musicista che non aveva bisogno di presentazioni, dalla toto-cutugno-ray-charlesclasse cristallina e dallo stile inconfondibile. La canzone portata in gara da Toto Cutugno si chiamava “Gli amori”: un pezzo dal mood molto sanremese scritto con la collaborazione di Fabrizio Berlincioni e di Salvatore De Pasquale, in arte Depsa. Ben costruito, dalla melodia riconoscibile, abbastanza prevedibile da risultare familiare all’orecchio dell’ascoltatore medio e sufficientemente originale da accontentare critici e giornalisti sempre in cerca del minimo difetto (Aragozzini era famoso per convocare e bacchettare i reporter più zelanti e severi, se solo si azzardavano a scrivere articoli non di suo gradimento). Sembrava proprio che questa volta Cutugno potesse finalmente farcela, che “Gli amori” fosse destinata a mettere d’accordo tutti, giuria e pubblico.

    Fin dalla serata inaugurale Toto ce l’ha messa tutta per presentare al meglio un brano a cui teneva molto. Lasciatemi cantare, sembrava implorare, sapendo di avere l’asso nella manica che molti gli avrebbero invidiato: Ray Charles che, backstage, aspettava il suo turno. Non era un artista che andava per il sottile, Ray Charles, cantava solo canzoni che gli piacevano e a quanto pare dopo aver ascoltato per la prima volta “Gli amori” ne era rimasto colpito e conquistato. Quando l’hanno visto sedersi al pianoforte, molti spettatori hanno trattenuto il fiato e fatto partire il videoregistratore (non necessariamente in quest’ordine) per immortalare quello che aveva tutta l’aria di essere un momento storico. E quell’esibizione non ha tradito le attese.

    In mano al creatore di “Georgia on My Mind”, “Gli amori” ha cambiato pelle e anima diventando qualcosa di totalmente diverso. Il titolo scelto da Ray Charles per la sua versione: “Good Love Gone Bad”. L’incedere addomesticato e riflessivo del pezzo di Cutugno si è trasformato in un rhythm & blues pieno d’energia, con una melodia che sembrava solo lontana parente dell’originale. In realtà però gli accordi erano gli stessi e l’impressione era dovuta alle ovvie differenze metriche e linguistiche tra italiano e inglese. Una performance stellare quella di Ray Charles, che ha strappato minuti e minuti di applausi sinceri. Unica e irripetibile visto che, dopo averla suonata sul palco sanremese, Charles non ha mai  registrato su disco la sua “Good Love Gone Bad”.

    Pochi, dopo la prima serata, avevano dubbi sul fatto che Cutugno avesse la vittoria in tasca. Ma anche questa volta le cose non sono andate come sperato e pronosticato. A trionfare, in quel 1990 sul palco del Palafiori, infatti sono stati i Pooh con “Uomini soli” sorprendendo gli addetti ai lavori e se stessi: poco prima della serata conclusiva gli era stato garantito che la loro canzone non ce l’aveva fatta. A comunicare che erano arrivati primi è stata (ironia della sorte e vergogna di Mamma Rai) Striscia la Notizia. La strana coppia Toto Cutugno-Ray Charles si è dovuta accontentare della seconda piazza, l’ennesima per Toto, davanti a “Vattene amore” dei trottolini amorosi Amedeo Minghi e Mietta. Un secondo posto di cui Cutugno non ha esitato ad attribuire il merito al grande musicista americano, ringraziandolo pubblicamente in più di un’occasione.

     Una rara esibizione di Ray Charles che esegue la mai incisa “Good Love Gone Bad” nella serata dedicata ai 50 anni del Festival di Sanremo (novembre 1999):


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