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Storie magazine

1/2014 | L’ECCEZIONE

MONDO

Australia: gli aborigeni nell’enclave di Arnhem Land, un reportage

    (“Attenzione, questa è terra aborigena. Nessuno è ammesso
    in questo comprensorio senza un permesso scritto rilasciato
    dalle autorità tribali. 1000 dollari di multa ai trasgressori”.
    Solo allora mi rendo conto di aver varcato una porta invisibile
    tra il mondo dei bianchi e quello degli abitanti originari dell’Australia…)


    (Marco Lucchi) –  Sydney è a oltre tremila chilometri a sud-est, in terra aborigena la realtà e totalmente diversa: i Territori del Nord – immenso stato senza amministrazione diretta – contano solo 150.0000 abitanti, di cui circa la metà aborigeni; una densità trascurabile, una frontiera ancora in parte inesplorata dove ci si muove solo in aereo (non ci sono strade), uno status politico unico al mondo. Arnhem Land è infatti un’enclave grande quanto la Svizzera dove gli aborigeni dell’etnia yolngu vivono godendo di una sovranità quasi totale: possono decidere chi ammettere nella loro terra e negare l’accesso senza dover fornire spiegazioni.

    Possono permettersi di ignorare la lingua inglese (ma non lo fanno perché sanno bene che sarebbe una sciocchezza), possono continuare a vivere la loro vita senza dover rendere conto ai discendenti dei sudditi di Sua Maestà. Niente a che vedere con l’abbandono e la australia-aborigenidesolazione delle riserve indiane negli Stati Uniti, niente sudditanza culturale nei confronti dei bianchi, niente perdita della dignità e del rispetto per se stessi.

    I bambini di Arnhem Land sono la cartina di tornasole dì questo fortunato compromesso: sono bambini dagli occhi pieni di gioia di vivere, bambini che non hanno mai sofferto come i loro coetanei africani e sudamericani, bambini che sanno di avere in mano il futuro della loro razza e di poterlo stringere senza vederlo scivolare come l’impalpabile sabbia dell’Oceano Pacifico.

    Un clima favorevole e la mancanza di catastrofi naturali (o indotte dall’uomo) hanno consegnato loro una terra prodiga di cibo e acqua, dove il pesce si arena sugli scogli durante le maree e i canguri e i goanna (lucertole) sembrano riprodursi ad un ritmo conveniente per il cacciatore (che oggi riporta a casa la preda a piedi o in jeep, con ferite da frecce o da piombo). I billabong (pozze d’acqua dolce che sì riempiono durante la lunga stagione delle piogge) sono ovunque, e se proprio manca qualcosa i market gestiti dai bianchi dispensano Coca-Cola o smarties. Niente birra, però. L’alcol ha infatti creato irreparabili danni agli abitanti originari di questa terra e oggi le comunità che hanno la saggezza di farlo lo bandiscono. Mille dollari di multa e sei mesi di galera per i trasgressori.

    Gli aborigeni di Arnhem Land non sono particolarmente curiosi nei confronti dei visitatori, non li vedrete mai inseguire una jeep di stranieri o scambiare manufatti locali con gadget della civiltà postindustriale. Quando però mi siedo su un grosso masso a Milinginbi, un’isola a poche miglia dalla costa, un anziano mi rivolge la parola in inglese. Non vuole sapere chi sono o come mi chiamo, inizia invece a raccontarmi di quando i giapponesi bombardarono questa piccola e splendida isola. I giapponesi? La mia scarsa familiarità con la guerra nel Pacifico mi ha fatto dimenticare che l’Australia, roccaforte di Churchill in questo scenario, aveva qui parcheggiato le sue navi da guerra in attesa di una campagna di mare contro l’impero del Sol levante. Proprio come a Pearl Harbor i giapponesi arrivarono prima, ma non trovando l’esattaustralia-aborigeni2a locazione delle navi cominciarono a bombardare indiscriminatamente ogni tipo di aggregazione urbana. Anche un indifeso villaggio di yolngu.

    Il vecchio, con un inglese scarno ma perfettamente comprensibile, ricorda ancora quel giorno e, quasi con orgoglio nazionalistico, precisa che i giapponesi non uccisero nessuno, visto che sparavano a casaccio, e che i crateri che non sono stati riassorbiti durante la stagione delle piogge sono ancora visibili vicino al cimitero. Non ho un registratore con me, vorrei che l’uomo mi raccontasse di più ma si alza, sorride e se ne va senza salutare. Forse mi ha preso in giro.

    Gli stessi aborigeni delle città del sud, i Koori, non sanno come affrontare il notorio senso dell’umorismo degli yolngu. Archie Roach, il più noto cantautore aborigeno, mi racconta del suo incontro con i burloni locali: “Io sono cresciuto a Melbourne, questa è la prima volta che vengo ad Arnhem Land: qualche giorno fa due fratelli yolngy mi hanno detto ‘ti accompagnamo a fare un giro nella macchia’, e durante tutto il percorso non hanno fatto altro che terrorizzarmi parlandomi dei coccodrilli, dei serpenti, delle formiche verdi, dei ragni redback che si annidano tra gli alberi. Mi sono distratto un attimo e i due sono spariti. Letteralmente. Stavo già cominciando ad avere visioni di coccodrilli che pranzavano col mio corpo, mi sono messo a correre come un pazzo, quando ho sentito delle risate. Erano quei due farabutti che, senza fare una piega, mi hanno detto che si erano divertiti molto a vedermi spaventato. Sono quasi svenuto quando mi hanno poi detto che tutti quegli animali ci sono veramente, ma che loro li ‘sentono’ in anticipo”.

    Gli aborigeni abitano questo angolo di mondo da quarantamila anni, le pitture rupestri di Kakadu lo confermano: scene di caccia, uomini con lance e contenitori per la preda, le prede stesse in fuga. Non è cambiato molto. L’Australia non ha avuto una Babilonia, una pitture-rupestriCreta, una Roma; guerre, glaciazioni, invasioni, malattie, fame, avidità non hanno mai spinto sull’acceleratore dell’evoluzione di questo popolo. La ruota e la scrittura sono arrivate a queste latitudini solo insieme agli inglesi e agli olandesi. Questo ha favorito un incessante uso della cultura orale: come ha sperimentato personalmente lo scrittore inglese Bruce Chatwin, gli aborigeni cantano la loro terra e la loro storia. E le linee del canto sono come una serie di primitive ma efficienti fibre ottiche che si estendono per tutta l’Australia: i prescelti si tramandano delle inquadrature a campo lungo e dei primi piani della terra: “…alla fine del deserto troverai una valle con due biforcazioni: la prima porta al serpente arcobaleno (il fiume), la seconda all’altopiano del dhum (canguro). Prima del tramonto incontrerai il billabong dove potrai dissetarti, ma fai attenzione, dissetarti, perché le formiche verdi non hanno la pazienza del coccodrillo…”

    Un vero e proprio atlante cantato che da centinaia di generazioni unisce i popoli che abitano il continente. Esiste una vera e propria lingua parallela, una sorta di lingua ufficiale, che i prescelti conoscono e con la quale possono comunicare con tribù lontane migliaia di chilometri. Ad Ayers Rock, proprio al centro dell’Australia, si riunivano ad intervalli prestabiliti i prescelti, e lì si scambiavano le informazioni sui cambiamenti avvenuti, e così i canti si arricchivano di nuove, affascinanti strofe. Lo scetticismo e la successiva accettazione dei bianchi nei confronti della cultura orale degli aborigeni possono essere riassunti in questo aneddoto: gli inglesi videro immagini rupestri di canguri giganteschi e ne chiesero conto agli indigeni; questi risposero che i canguri giganti esistevano fino a poche centinaia di anni fa, ma che poi erano spariti (sterminio, estinzione spontanea?). I bianchi scossero la testa pensando che si trattasse di una leggenda e vollero sapere su quali basi si poggiasse questa credenza; gli aborigeni dissero che era nel canto. Lo scetticismo dei colonizzatori si infranse contro la realtà: una spedizione di zoologi trovò scheletri di canguri alti più di due metri, facilmente databili con il carbonio 14. Era la legittimazione dei canti.

    Mandawuy Yunupingu è seduto di fronte a me in una casa di legno con moquette, radio, TV, bagno. Sorseggia un the, indossa una camicia rossa, scarpe da tennis e un paio di jeans una misura più grandi del necessario. È iI capo di Yirrkala, una comunità aborigena di poco più di duemila anime affacciata sul Golfo di Carpentaria. Non solo. È anche il preside della scuola locale, il primo laureato fra la sua gente e il leader del gruppo musicale che ha da un anno un album in testa alle classifiche australiane: gli Yothy Yindi. Il suo inglese è estremamente forbito, anche se condito da un accento che ormai individuo come tipico di queste parti.

    Avrebbe tutte le ragioni di questo mondo per essere presuntuoso, ha raggiunto obiettivi che sembravano preclusi per sempre al suo popolo. Oggi lo si vede ospite ai talk show televisivi di Sydney e Melbourne, può permettersi di avere il numero di telefono privato di uomini politici e rock star come il suo amico Peter Garret del complesso Midnight Oil. Rappresenta più di chiunque altro il futuro migliore del suo paese; è amato dai neri e adorato dai ragazzi bianchi. Forse anche grazie a lui all’Australia sarà risparmiato il destino di peter-garretttante nazioni che all’alba del duemila avranno nel problema razziale il nemico numero uno.

    La canzone che ne ha decretato il successo, “Treaty”, vuole un trattato di pace che i politici di Canberra non hanno mai firmato con i legittimi proprietari di questo continente. Mandawuy è stanco delle promesse del governo laburista e preoccupato delle risposte che potrà avere quando andrà al potere – come dicono i sondaggi – la destra conservatrice. E se i reazionari dicono in TV che “sarà triste, ma gli aborigeni hanno perso, e ora questo paese appartiene a noi”, sa bene che i giovani e l’intellighenzia sono con lui. Mi dice che la sua musica è la prima che si possa definire veramente australiana: melodie tribali unite a ritmi bianchi. D’altronde la radio nazionale, che si riceve anche da queste parti, trasmette musica da classifica e Mandawuy è cresciuto ascoltando con un orecchio il rock e con l’altro le espressioni artistiche della sua gente. Di cui va molto fiero.

    Alla sera, nel cortile della scuola di Yirrkala, gli Yothu Yindi dividono il palco (il prato, in realtà) con Archie Roach. Roach racconta le sue esperienze di aborigeno di città strappato ai genitori in tenera età per la criminale politica di assimilazione culturale che i governi australiani hanno perseguito negli anni cinquanta e sessanta. “Arrivavano i camion del ministero della sicurezza sociale e ci dicevano: ‘venite, bambini, vi portiamo in un posto migliore di questo’; era un trucco: io e altre centinaia di minorenni siamo finiti in collegi dove ci hanno imposto una lingua, una cultura, una mentalità che non ci appartenevano. Non ho più rivisto i miei genitori: mio padre è morto in carcere, mia madre non ha retto al dolore e alle malattie. Ma io tutto questo l’ho saputo dopo, all’epoca non sapevo neanche che il mio vero cognome fosse Roach. Ho reagito male: sono scappato dalla famiglia che mi aveva nel frattempo adottato, ho vissuto come un vagabondo fra Melbourne e Adelaide, sono diventato un alcolizzato, sono stato dentro. Poi, grazie all’incontro con mia moglie, anche lei aborigena e conosciuta in uno sporco vicolo di Adelaide, ho ritrovato la fiducia in me stesso e l’orgoglio di essere quello che sono. Ora ho quattro figli, due sono miei e due li ho adottati, una casa, e cerco di far conoscere alla gente che cosa può essere la vita, quando nasci sconfitto”. Paul Simon, il celebre musicista, ha visitato Archie Roach a casa sua a Melbourne, confidandogli di essere un suo estimatore e offrendosi di lavorare con lui.

    Mandawuy Yunupingu ha avuto la fortuna di crescere nell’incanto di Yirrkala, senza che gli emissari del governo cercassero di strapparlo alla sua terra. Il cupo e inquietante suono del didjeridoo (strumento a fiato ricavato da un ramo concavo) funge da base armonica per quasi tutte le canzoni degli Yothu Yindi, mentre i bastoncini bilma (non esiste niente di simile al tamburo nella musica aborigena) ne scandiscono le cadenze. Il villaggio sa che stasera ci sono degli ospiti che vengono da lontano e i bambini (presenti a dozzine) vogliono che questa occasione venga ricordata dagli stranieri: quando Mandawuy intona la melodia dei wallaby, sempre sostenuta da didjeridoo e bilma, i giovani yolngu, come stregati da un incantesimo, si trasfigurano in altrettanti piccoli canguri, danzando intorno ai presenti ed imitando alla perfezione gli scatti e i movimenti tipici dei piccoli marsupiali. Una stupenda magia. Per loro forse un gioco vecchio quanto le memorie dei prescelti. Per me, straniero in terra straniera, un regalo prezioso che in un attimo annulla le differenze e le barriere. All’improvviso un agnostico intravede come potrebbe essere il paradiso. E ciò che vede gli piace.


    Da Storie 2-3/1992 – I piani di fuga
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