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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

ARTE

Van Gogh, Wilde, Chopin: artisti e midlife crisis

    (Gabriella Montanari) – I francesi ne danno una definizione cronologica: “crise de la quarantaine”. I tedeschi, con quel tocco di Romanticismo con cui già un paio di secoli fa hanno saputo stupirci, la chiamano “zweiter Frühling”, la seconda primavera. Noi italiani abbiamo tagliato la testa al toro biologico e abbiamo optato per “crisi di mezz’età”. Tuttavia, la paternità psicoanalitica della “midlife crisis” spetta a Elliott Jaques, canadese, scomparso alcuni anni fa.

    Chiamiamola pure come vogliamo, ma non facciamone un tabù. Neppure Dante lo fece.

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    L’Alighieri trentasettenne (che, all’epoca, stimava la durata media della vita di settant’anni) inizia a narrare la sua tragi-commedia sotto forma di viaggio iniziatico verso la piena maturità. Al passaggio dai gironi, alle cornici e ai cieli, le passioni lasciano il posto alla saggezza, l’azione alla contemplazione, l’idealismo alla serenità, l’illusione dell’immortalità all’accettazione della propria finitezza. In quello scendere e risalire gli scalini dell’aldilà, Dante non fa che descrivere il suo primo, vero e consapevole incontro con la morte

    Se lasciassimo riposare in pace i vari Sapegno e Auerbach e le loro estenuanti esegesi filosofico-teologico-esoterico-echipiùnehapiùnemetta, vedremmo forse in quella selva oscura un’allegoria della crisi di mezz’età. L’Alighieri trentasettenne (che, all’epoca, stimava la durata media della vita di settant’anni) inizia a narrare la sua tragi-commedia sotto forma di viaggio iniziatico verso la piena maturità. Al passaggio dai gironi, alle cornici e ai cieli, le passioni lasciano il posto alla saggezza, l’azione alla contemplazione, l’idealismo alla serenità, l’illusione dell’immortalità all’accettazione della propria finitezza. In quello scendere e risalire gli scalini dell’aldilà, Dante non fa che descrivere il suo primo, vero e consapevole incontro con la morte. E, sassolino dopo sassolino, alla fine la ritrova quella benedetta diritta via!

    Lo dice bene il dott. Jaques: ciò che rende veramente critica l’entrata nella seconda fase della nostra vita è la presa di coscienza della realtà e dell’inevitabilità della nostra morte. Non più solo quella degli altri, ma anche la nostra, autentica e personale. In carne ed ossa.

    Negarlo non serve. Passati i quaranta l’individuo smette di crescere e inizia a invecchiare. Già, i figli crescono e le mamme imbiancano, cantava Battiato. E noi ad annuire.

    Abbiamo davanti agli occhi lo spettacolo quotidiano di genitori che ingrigiscono, declinano e poi se ne vanno, lasciandoci quello scomodo posto in prima fila. Con orgoglio misto a impotenza, osserviamo i figli mettere su centimetri e pretese d’autonomia. Diventiamo raggi di quella ruota che gira, infaticabile, dacché mondo è mondo.

    Il funerale dell’infanzia e della giovinezza s’ha da fare! Per vincere la partita dell’esistenza dobbiamo cambiare le carte in tavola, la strategia e sostituire alla rassicurante iperattività e alla fede nel superuomo la riflessione pacata e la resa davanti ai limiti.

    Quel che è in fondo così crudelmente paradossale è il fatto che l’entrata nel fiore della vita, nella piena realizzazione, segni l’inizio della fine. La morte non ne è che il termine ultimo. Allora la cosa più costruttiva da fare pare sia quella di accettare che non ci sarà possibile soddisfare tutti i nostri desideri. Molti progetti resteranno incompiuti, forse solo abbozzati. Rassegnazione? Sì, ma non sconfitta. È piuttosto un mettersi il cuore in pace, rinunciando al miraggio dell’eterna giovinezza per godere appieno di una rigogliosa maturità. Un guardare in faccia le inevitabili frustrazioni per quello che non riusciremo – per mancanza di tempo, capacità o fortuna – a realizzare, ad avere o a essere.

    Jaques afferma di aver colto a fondo l’importanza della “midlife crisis”, e la sua centralità nello sviluppo psichico dell’individuo, grazie all’analisi della sua influenza sul processo creativo dei grandi artisti. Giunti ad un’età compresa tra i trentacinque e i quarantacinque anni, la fatidica crisi tende a manifestarsi sotto tre diverse forme:

    la carriera creatriva s’interrompe, perché la vena si è estinta o perché l’artista è deceduto;
    la capacità di creare si manifesta per la prima volta o s’intensifica;
    si verifica un’evoluzione importante nella qualità e nei contenuti della creazione.

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    Oscar Wilde, Fryderyk Chopin e Vincent Van Gogh morirono tutti in un’età compresa tra i trentacinque e i quarantacinque anni, ovvero in piena crisi di mezz’età

    Lo psicanalista si avvale di un campione di circa trecento celebrità e geni delle varie discipline artistiche per constatarne l’aumento del tasso di mortalità – in rapporto alla media delle varie epoche – nella fascia d’età in questione. Da fedele seguace di San Tommaso, verifico prima di credere. Mozart prese congedo a 36 anni, lo sanno in molti. Rimbaud: 37. Baudelaire: 46. Raffaello: 37. Poe: 41. Modigliani: 36. Van Gogh: 37. Wilde: 46. Chopin: 40. E tanti altri, in effetti. Tutti profondamente depressi? Con tendenze autodistruttive e suicide? O semplicemente sfigati? Il rischio è quello di cedere alle lusinghe del mito “Genio e Sregolatezza” e dell’equazione, fuorviante, “sofferenza= stimolo creativo”. I cosiddetti “maledetti” hanno sfidato la morte con la loro stessa vita. E hanno perso. L’eterna giovinezza, l’immortalità, non è quella di Dorian Gray, ma quella di Wilde.

    Più interessanti mi sembrano i numerosi esempi di artisti che, alla soglia dei quaranta, hanno visto la loro creatività scemare o concedersi una lunga pausa (Rossini, Racine, Ben Jonson, Michelangelo) o, al contrario, decollare o intensificarsi (Bach, Constable, Goya, Gauguin, Goethe).

    Come la tavolozza di un artista, la crisi ha dunque le sue sfumature. Profonda e drammatica. Oppure leggera e quasi impercettibile. Quando si traduce in un cambiamento, più o meno conscio, anche il modus operandi e i contenuti dell’opera dell’artista mutano. A venti e a trent’anni la creatività è bruciante, impaziente, istintiva. Attorno ai quaranta è come “scolpita”, plasmata e l’opera prende forma gradualmente in quanto esteriorizzazione del sé dell’artista. I contenuti tragici e filosofici della creatività matura rimpiazzano quelli lirici e descrittivi delle opere di gioventù. L’idealismo e l’ottimismo cedono il passo all’accettazione delle pulsioni distruttrici insite nell’animo umano. Dickens non scriverà più nello stesso modo dopo “David Copperfield” e Shakespeare, da lirico (“Romeo e Giulietta”), si farà tragistorico (“Amleto”, “Otello”, “Re Lear”, “Macbeth”).

    I grandi artisti hanno vinto sul tempo accettando le mancanze dell’uomo e i limiti della loro opera. Hanno abbandonato la ricerca ossessiva di perfezione, hanno fatto del difetto virtù.

    Naturalmente tutto questo è teoria, tesi. Confutabile, criticabile, come del resto lo è stata.

    La creazione artistica non va volentieri di braccetto con i casi clinici, le categorie. Forse gli artisti la crisi di mezz’età la vivono in maniera più acuta perché si sentono investiti da una missione che li sovrasta e temono di non avere il tempo e le facoltà intatte per portarla a termine. La creazione ha sempre una certa urgenza. Ma quel che mi sento di supportare è l’ipotesi conclusiva e democratica di Jaques: la “midlife crisis” non colpisce solo gli artisti ma, sotto forme diverse, anche i/le comuni quarantenni.

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    “Lei, che è al culmine della libido, non si sente più desiderata dal compagno e allora cerca le attenzioni, rassicuranti, degli uomini più giovani (i toy boys per lecougars). Lui, per esorcizzare il fantasma dell’impotenza e trovare conferme alla sua mascolinità, va a caccia di Lolite. Entrambi delirano in preda alla febbre da acquisti”

    Davanti agli scaffali dei supermercati, traboccanti di creme antirughe per Lui e per Lei, tinture per capelli e pelurie varie, elisir di lunga vita, viagra e manuali infallibili contro meno e andropausa, solo un idiota cronico negherebbe l’evidenza: gli over forty hanno da tempo dichiarato guerra all’orologio biologico. Va bene, il corpo e lo specchio non mentono ma neppure la psiche, in fondo. Le rughe più preoccupanti non sono quelle del contorno occhi. Penso a tutti quei tentativi, a volte compulsivi, di restare giovani. Lei, che è al culmine della libido, non si sente più desiderata dal compagno e allora cerca le attenzioni, rassicuranti, degli uomini più giovani (i toy boys per lecougars). Lui, per esorcizzare il fantasma dell’impotenza e trovare conferme alla sua mascolinità, va a caccia di Lolite. Entrambi delirano in preda alla febbre da acquisti. Lei usura le carte di credito a forza di rimpinzarsi di scarpe, borse e abitini da cocktail, anche se vive in aperta campagna. Lui, anche a costo d’indebitarsi fino all’osso, si fa la barchetta a vela e la decappottabile sportiva (i toys for boys). A Lui scappa un bicchiere di troppo coi colleghi, così, tanto per fare la festa, come ai vecchi tempi. Lei, che non si è nemmeno mai accesa una sigaretta, prova l’ebbrezza della prima canna, così, tanto per animare il tè con le amiche. Lei rimpiange il grande amore. Lui la carriera a cui ambiva. Entrambi, almeno una volta, sono stati posseduti dal “demone di mezzogiorno”. E che diavolo sarà mai anche questo? Una metafora presa in prestito al Vecchio Testamento per indicare la perdizione e, in senso più stretto, il desiderio di cambiare partner, l’infedeltà coniugale.

    Tutti questi clichés sono diventati il pane, quasi quotidiano, di molto cinema e molta letteratura. Mi affaccio alla videoteca in salotto e scorgo “Baciami ancora”, “American Beauty”, “Le coeur des hommes”, “Wild Hogs”. Sul tavolo Fabio Volo, in attesa da mesi. Ma sorvolo. Può bastare. Lo confesso, anch’io ci sono dentro fino al collo.

    Per Jung a quarant’anni siamo maturi a sufficienza per incontrare, finalmente, la nostra “ombra”. Anche a seguirla, mi chiedo?
    Per i cinesi i caratteri che compongono la parola crisi rappresentano i concetti di “pericolo” e di “opportunità”. In realtà si tratta di un falso etimologico usato a sproposito, ma con efficacia, nei discorsi di svariati candidati e presidenti americani. Ma chi se ne frega? Vien voglia di crederci e farne il proprio motto.

    Dalla crisi, se affrontata come challenge, può scaturire la rinascita. Dalla superficie può affiorare la profondità. Questione di riconsiderare le priorità.
    Balzac la dice giusta: “Dans les grandes crises il faut que le cœur se brise ou se bronze” (nelle situazioni di grande crisi il cuore o si spezza o si forgia). In altre parole, o la va, o la spacca!


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