rivista internazionale di cultura

Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

PSICOANALISI

Un caso clinico: la domestica di Freud

    C’è una vecchia riversa sul pavimento al numero 20
    di Maresfield Gardens. Londra, zona nord. Ha la faccia
    a terra e non chiama nessuno, tanto si tratta di uno
    dei soliti attacchi di vertigini e prima o poi si rialzerà.
    La sua voce, d’altro canto, vagherebbe attraverso le
    numerose stanze della casa, trovando unico ascolto

    nell’impotente “Fräulein Anna”. La vecchia Anna Freud
    che è bloccata a letto da quando, tempo fa,
    è stata
    presa da un colpo apoplettico…


    (Barbara Pezzopane) – Faccia a terra c’è Paula Fichtl, che da cinquantatré anni è la domestica di famiglia, quella che ha seguito il clan del grande scienziato fino in Inghilterra. È lontano, ora, quel 1938 che ricorda la fuga dai nazisti e l’abbandono di Vienna. Ora è il 1982, è passata una vita e in casa sono rimaste Paula e Anna, unite dall’età e dalla malfermità. La prima ancora pronuncia ostinatamente la sua efficienza col silenzio. Niente di nuovo. Non chiede nulla neppure adesso che giace inerme e pesante sulle ossa gracili.

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    Anna Freud (a sinistra) con Paula Fichtl

    Fuori c’è vento, si fa quasi sera nella rigida fine estate londinese. I viali di Hampstead Heat sono tranquilli, ricordano Grinzing a Vienna. C’è questa casa in stile neo-Queen Anne con tante finestre bianche a riquadri che spiccano sul rosso cupo dei muri in mattone. Intorno un vasto giardino: pioppi, platani che svettano in mezzo ai roseti, fra rododendri e forsizie. Paula Fichtl è qui dentro, ancora a terra, ancora in silenzio. Forse ricorda…

    Vienna, 1929. Nel quartiere piccolo-borghese della Bergasse trovano posto gli studi di molti medici ma l’ampia e acciottolata strada culmina nel mercato delle pulci, dove ambulanti ebrei vendono ogni tipo di merci, dalla stufa all’abito smesso. Per strada si incontrano donne truccate che tentano inequivocabili approcci ai signori che passano. I Freud abitano al numero 19, lontano dal quartiere-giardino che è il preferito dall’élite ebraica, e lontano dall’atmosfera intellettuale della zona universitaria. A confronto questo mondo rappresenta il benessere, l’opportunità, per una ragazza che viene dalla campagna.

    Paula Fichtl ha un viso largo che si esprime attraverso lineamenti piccoli e aggraziati, una fisionomia servizievole che sembra ritagliata apposta per il suo mestiere. È nata in una fattoria del Salisburghese nel 1902 ed è la sesta figlia di Felix, ferroviere, e Maria. Arriva attrezzata di una storia familiare triste come tante: il padre è sempre stato un violento, incapace di rinunciare ai diritti coniugali persino di fronte alla moglie afflitta dalla tisi. Otto volte incinta, morì poco dopo l’ultimo parto. Paula al tempo aveva sei anni, troppo pochi per elaborare da sola questa perdita, né c’era qualcuno che potesse aiutarla. Se lo ricorda che non riusciva neppure a piangere e che invece sentiva di “doverlo” fare. Da allora nella sua testa il pianto si è configurato come una richiesta proveniente dagli altri a cui si deve in qualche modo rispondere. Quando la mamma era morta si era fatta venire l’idea di sputare sul fazzoletto per bagnarlo. Le lacrime intanto non sono che liquido, uguale allo sputo allora. Fu quando suo fratello la pigliò a schiaffi e le diede dell’ipocrita, ma niente “acqua dagli occhi” neanche lì, raccontò anni più tardi. Il padre ad ogni modo si prese subito un’altra compagna che – ripensa lei – “non era come quell’altra mamma ma era meglio che essere soli”. Un ragionamento superfluo, perché Paula cominciò già da questo momento a migrare ospite per le case, prima dai genitori della matrigna, a diciassette anni sguattera presso una certa contessa Blome e a ventiquattro bambinaia in casa di Dorothy Burlingham-Tiffany. Infine, eccola alla residenza del professor Freud e famiglia.

    Già, famiglia. Mica una qualsiasi, una però sulle cui vicissitudini private e sui rispettivi rapporti tra i componenti è sempre stato osservato un inappuntabile riserbo. Il menage familiare ha una formazione piuttosto singolare: c’è Martha Freud ovvero “Frau Professor”, sua sorella Minna Bernays e Anna, la principessa ereditaria legittima della scienza paterna. In casa tutto è orchestrato in funzione del lavoro del Professore che ha lì anche il suo studio. È il patriarca, il perno dell’esistenza di queste donne che mantengono ognuna la propria sfera d’influenza, comunque in rapporto a lui. Paula capisce subito quale meccanismo regola i rapporti di potere vigenti. Per entrare nella cerchia di Freud occorre vivacità intellettuale o capacità di assistenza. Per esempio Martha è presa in considerazione come casalinga e madre ma non è in grado di dire la sua in fatto di psicoanalisi né è passata attraverso la consacrazione del lettino (a differenza di Anna). Per questo motivo la signora Bernays è la privilegiata nelle conversazioni, ha letto molti libri e possiede un intelletto vivo. Anna riassume in un certo senso i ruoli della madre e della zia. Assiste il padre con esperienza nel lavoro ma si cura anche della sua protesi mascellare. A Freud, infatti, è stato diagnosticato un focolaio di carcinoma da anni e tramite un intervento chirurgico gli è stata asportata una parte dell’osso mascellare superiore e del palato.

    Questa divisione dei ruoli risulta a Paula prima di tutto molto chiara ma anche molto congeniale. In vita sua non ha ricevuto l’affetto necessario a trasformarla in una persona sicura e capace di riconoscersi da sé il proprio diritto ad esistere, però una cosa l’ha imparata presto: che lo zelo è ripagato dalla gratitudine. Più ci si rende utili, più si ottengono dei gesti, magari anche solo una parola di riconoscenza, di elogio. Così, dall’iniziale svogliatezza con cui compie il suo lavoro passa presto a occuparsene con meticolosità, che viene continuamente rinforzata dall’atteggiamento di cordiale benevolenza che le riservano i padroni. Si tratta solo di questo perché i Freud, in realtà, conservano una netta distanza dai domestici. Rimane in loro la preoccupazione borghese di doversene distinguere e, al massimo, dimostrano di essere “affezionati” alla servitù. Fatalmente Paula è catapultata nella sfera di attrazione del “superpadre” e la Bergasse diventa il suo mondo intero, la sua ragione di vita. Tra le sue mansioni rientra quella (molto gradita) di riordinare lo studio dell’Herr Professor. È un fumatore accanito di Avana, un collezionista di statuette antiche, uno che scrive. Insomma, passa gran parte della giornata al lavoro e Paula ha un mucchio da fare per lui. Le sue pulizie godono di una precisione quasi geometrica, la donna è fierissima che sulla scrivania del padrone di casa – quando la mattina ci si siede – non ci sia un granello di polvere, pur rimanendo ogni oggetto nella medesima posizione in cui lui lo ha lasciato. Tutte le matite, i fogli, le statuette non sono state spostate di un centimetro. La volontà di perfezione della domestica coinvolge anche la pulizia delle scarpe di Freud e il rammendo delle sue calze. Tutto è compiuto come un servigio d’importanza assoluta, perché si tratta dell’“esimio professore”.

    Questo è il paradosso, che nella culla di una scienza e di un sistema di pensiero concepiti per il recupero di tendenze vitali costrette in schemi rigidi, in investimenti inadeguati, trovi nutrimento una personalità nevrotica come quella di Paula Fichtl

    Ecco come il lavoro subordinato assume le sembianze di un’occupazione cruciale, improrogabile, continua e sempre più nevrotica. La Fichtl, pur nella completa ignoranza della psicoanalisi, intuisce il peso che questa e il suo fondatore rappresentano per il mondo della scienza, se ne può facilmente rendere conto grazie alle frequentazioni autorevoli che popolano la casa della Bergasse. Per tanti anni ha vissuto alla giornata, senza un obiettivo preciso, senza una vita privata. La casa di Freud, anziché rappresentare un momento di passaggio nella prospettiva di costruirsi una famiglia, diventa un pericoloso punto di arrivo per la giovane domestica austriaca che, negli anni, manifesterà tutti i disagi – anche fisici – della sudditanza completa a un ideale. Paula, in sostanza, ha bisogno di continue conferme e riconoscimenti da parte di altre persone, in tal caso i membri della famiglia di Freud. Vive per il minimo cenno di approvazione ed elogio al suo lavoro e se questo non arriva la frustrazione diventa insopportabile.

    Col passare degli anni e soprattutto dopo il trasferimento in Inghilterra, l’organizzazione domestica è interamente sovrintesa da lei e gli escamotage per attirare l’attenzione si moltiplicano. La situazione che si è creata – morto Freud, già invecchiate e bisognose di assistenza Martha e Minna, Anna assorbita dalla sua professione e dai suoi studi – permette alla donna una parvenza di controllo su tutto e tutti. Paula sa come risparmiare sulla spesa (persino digiunando), sa preparare un’infinità di manicaretti, sa come accogliere i pazienti. Da un lato si convince sempre più della sua indispensabilità tramite questo frenetico industriarsi su ogni minimo dettaglio, dall’altro in qualche occasione in cui è costretta ad assentarsi dal posto di lavoro, si accorge che le cose proseguono anche senza di lei, che le sue mansioni in fondo possono essere svolte altrettanto bene da chiunque. Cova perciò sentimenti contrastanti verso i suoi padroni, ammirazione e rancore che però non riesce a contenere dentro di sé come termini di un conflitto assimilabile. I moti di affetto e quelli di avversione (quando ci si “dimentica” di lei) diretti verso le stesse persone, quelle che dispensano l’attenzione che per lei è fonte di vita, sono inconciliabili. Paula non è in grado di esprimere la sua rabbia, come non lo era stata dopo la morte della madre. È vittima di un’immaturità affettiva irrimediabile che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, compromette la sua vita senza che mai un barlume di consapevolezza ne rischiari il destino. Proprio questo è il paradosso, che nella culla di una scienza e di un sistema di pensiero concepiti per il recupero di tendenze vitali costrette in schemi rigidi, in investimenti inadeguati, trovi nutrimento una personalità nevrotica come quella di Paula Fichtl.

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    La villa al numero 20 di Maresfield Gardens, nel quartiere londinese di Hampstead. Qui Freud morirà nel 1939 e sua figlia Anna nel 1982

    Troppo poco, verrebbe da dire, troppo poco riassumere una vita attraverso due sole coordinate: la storia infantile, la permanenza in casa Freud. Davvero questa donna è il risultato di queste due uniche esperienze? Possibile che la sua esistenza si esaurisca in questo? Per esempio: che ruolo hanno avuto gli uomini – escluso il padre e Sigmund Freud – nella sua vita? Ebbene, a vent’anni Paula è una ragazza piacente. Appaiono i primi corteggiatori. Con loro non si sente a proprio agio, frequenta alcuni giovanotti ma più per vincere la noia che per un reale desiderio. Non aspetta mai con piacere l’incontro e ben presto – maturando un senso di ripugnanza anche rispetto a innocenti carezze – constata di “non essere fatta per queste cose”. Quanto a rapporti di confidenza di altro genere, l’unico che riuscirà mai a stabilire è quello con Maria, la sorella maggiore di quattro anni alla quale comunicherà, per tutta la vita ed entro certi limiti, pensieri ed emozioni. D’altronde la sua convinzione più radicata, cresciuta insieme all’abitudine di essere solo una bocca in più da sfamare, è che conviene “non dire mai tutto a nessuno”. Neppure a se stessa.

    Nei mesi dell’autunno-inverno ‘39-40 la conduzione di casa Freud è completamente nelle mani di Paula che rifiuta ogni aiuto. Sembra quasi che la sua strategia di dominio assoluto possa realizzarsi e invece accade un imprevisto: per il governo inglese rientra nella categoria degli “stranieri ostili di dubbia lealtà”; a differenza dei Freud, non è ebrea e non può dunque essere classificata tra i “rifugiati autentici, inoffensivi”. L’internamento si protrae all’incirca per un anno, durante il quale Anna e “altri amici altolocati” non stanno con le mani in mano, si prodigano per ottenere un suo ritorno a casa. Le scrivono continuamente e lei, a sua volta, non fa che mandare pacchetti regalo. Al suo rientro, terrorizzata che ci si sia abituati alla sua assenza, non vuol sentir parlare di riposo, mangia il minimo necessario, è presa dall’angoscia che non ci sia più bisogno di lei. Invece di affrontare razionalmente il problema, accresce la sua ossessione per il lavoro né si concede una vacanza se non dietro costrizione. Nel ’47, per esempio, dopo numerose pressioni torna in Austria a trovare i suoi parenti ma fra loro si sente a disagio, un’estranea, e non sa nemmeno spiegare loro chi era il professore e quanto lei sia importante ora per la sua famiglia.

    Ancora nel ‘52 si concede un’altra vacanza. A Maresfield Gardens si approfitta della sua assenza per un consiglio di guerra, perché tutti hanno notato che le giornate sono molto più distese da quando Paula non c’è. La domestica continua peraltro ad abusare delle proprie forze e soffre di stati di prostrazione, di dolori artritici ed emicranie. È magra e nonostante tutto rifiuta di cedere ad altri qualche sua mansione. Così Anna Freud le invia una lettera nella quale si mostra ferma nel pretendere la rinuncia a sforzi eccessivi, una nuova impostazione del lavoro. A Gnigl, la donna – lette queste righe – è in preda all’angoscia. Dopo alcuni giorni le compare un herpes sul viso e si sfoga con la sorella Maria, giustificando il proprio malessere in maniera totalmente incongruente con la realtà: “Mai un giorno libero, sempre in casa, a occuparmi sempre io di tutto”. Di ritorno a Londra cambia le carte in tavola, riassumendo il suo soggiorno austriaco con queste parole: “Quella è gente così rozza e maleducata, e tutto l’ambiente è così misero”.

    Col passare degli anni, morte Minna e Martha, Anna trascorre sempre più il suo tempo fuori casa, sottraendosi all’istinto assistenziale di Paula che lo riversa su altre persone: il lattaio, il postino, il ragazzo dei giornali. Chiunque varchi il cancello del giardino è subito pilotato in cucina e rifocillato. La donna è sempre più vittima di una nevrotica coazione al lavoro che si manifesta soprattutto in un grave stato di denutrizione.

    Faccia a terra c’è Paula Fichtl. Aprile, 1982. La domestica è vittima dell’ennesimo dei suoi crolli fisici. Da ore è sul pavimento. Finalmente arriva George, uno degli studenti di Anna Freud. Abita nei dintorni e la psicoanalista è riuscita in qualche modo a fargli arrivare la sua richiesta di soccorso. Paula si rialza.

    Tutto continua come al solito, per sei mesi. Finché l’8 ottobre Anna Freud muore. Tre giorni dopo Paula Fichtl sale su un aereo diretto a Salisburgo, contro la sua volontà. “Freudstead” l’ha respinta, estromessa. La attende il cronicario di lusso di Kahlsperg, dove compilerà in sole undici pagine la storia della sua vita.

    (Nel periodo fra le due guerre, ai tempi della monarchia danubiana, erano moltissime le bambine che venivano dalla campagna nelle città a prestare servizio. Nelle loro famiglie d’origine, che spesso versavano in condizioni d’indigenza se non di miseria, non avevano l’opportunità di acquisire una solida coscienza di sé. Oltre a un lavoro, le nuove famiglie procuravano loro anche un senso di appartenenza. In migliaia rispondevano a nomi quali Mizzi, Resi, Leni, Kathie, ma venivano anche chiamavate “anime buone” perché dovevano essere sempre disponibili, prive di propri desideri, bisogni, paure).


    “Un caso clinico: la domestica di Freud” è tratto da Storie 35/1999 – Chi pensa alla casa
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