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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

SOCIETÀ

Pigs, hedge funds, downgrading: vocabolario congiunturale

    (Gherardo Fabretti) – Sullo scaffale della libreria di ogni italiano campeggia da tempo un micro-vocabolario; ogni famiglia ne possiede uno uguale. Il volume è così piccolo da potersi considerare più che altro una semplice raccolta di sinonimi: crisi, peggioramento, smarrimento, mutamento, stallo, congiuntura, recessione.
    “Le parole sono pietre” titolava Carlo Levi nel 1955; oggi, parafrasandolo, le parole sono cappi: questo odioso catastrofismo verbale, infatti, anima da tempo ogni discussione e ogni scambio di opinione.

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    “Sullo scaffale della libreria di ogni italiano campeggia da tempo un micro-vocabolario; ogni famiglia ne possiede uno uguale. Il volume è così piccolo da potersi considerare più che altro una semplice raccolta di sinonimi: crisi, peggioramento, smarrimento, mutamento, stallo, congiuntura, recessione. ‘Le parole sono pietre’ titolava Carlo Levi nel 1955; oggi, parafrasandolo, le parole sono cappi: questo odioso catastrofismo verbale, infatti, anima da tempo ogni discussione e ogni scambio di opinione”

    In realtà un dizionario esiste, ed è bene conoscerlo: oltre al frasario sufficiente a esorcizzare l’isteria da fine del mondo, infatti, include i nomi e le sigle di coloro i quali la tensione l’hanno innescata e pilotata: crollo del muro, industria del credito, mutui subprime, debito, hedge funds e l’immancabile spread sono solo alcuni dei termini e delle locuzioni su cui è necessario interrogarsi; Lehman Brothers, Morgan Stanley, Richard Fuld Jr., Bernard Madoff, Moody’s, Standard & Poor’s alcune delle creature responsabili del tracollo.

    Un primo segnale della catastrofe era già arrivato nel 1989, col crollo del muro di Berlino, l’evento simbolico che segnò la fine del regime comunista sovietico. Ci sarebbe malignamente da chiedersi se i garibaldini da poltrona del libero Occidente avrebbero ugualmente applaudito, col senno di poi, alla storica notizia: la scomparsa dell’economia chiusa dell’U.R.S.S., infatti, riversò sui mercati occidentali una fiumana di manodopera a prezzi irrisori, innescando le prime riduzioni dei salari europei. Al crollo del muro rispose il crollo dei tassi d’interesse: l’offerta di credito a prezzi sempre più bassi scatenò in breve un enorme festival dello sperpero, organizzato da una industria del credito (società finanziarie, banche, broker privati) furba e rapace, tanto generosa nel concedere mutui e carte di credito senza alcuna garanzia quanto prodiga di consigli di investimento sicuro; sembrava quasi che le immagini di Santa Claus fossero destinate a essere sostituite da quelle di John D. Rockfeller mentre il mercato immobiliare assomigliava sempre più al monopoly della Parker Brothers.

    In realtà, come Rockfeller rimaneva il santo patrono degli squali della finanza, e il più famoso gioco da tavola del mondo era frutto di una frode bella e buona, così il sottile telo di munificenza nascondeva appena il crepaccio spalancato sotto le suole degli investitori: la crisi dei mutui subprime e lo scandalo Madoff cureranno brutalmente l’attacco di temporanea cecità di milioni di americani, trascinando, in un devastante effetto domino, centinaia di migliaia di europei. Di colpo la globalizzazione smetteva di essere la semplice scusa di un nugolo di giovani protestatari anti fast food e rivelava a tutti i propri effetti devastanti. Tutta colpa del debito, secolare strumento di finanziamento dell’economia, che aveva perduto progressivamente le proprie caratteristiche di tangibilità e di eticità condivisa. Da finanziamento di denaro ricevuto da un soggetto ben definito (un’impresa, un privato) da parte di un altro (una banca, una società finanziaria) sulla base di un certo numero di garanzie, il debito diventa, negli ultimi trent’anni, una creatura astratta, cartolarizzata, cedibile e ri-cedibile migliaia e migliaia di volte su una bancarella grande quanto il mondo, sotto forma di obbligazione, senza certezze né garanzie di estinzione.

    Nato dall’insaziabile appetito degli specuatori americani il CDO (Collateralized Debt Obbligation) è l’obbligazione simbolo della deriva a-morale della finanza contemporanea: un titolo di debito garantito collateralmente da… un altro debito; solitamente un mutuo sottoscritto per l’acquisto di una casa. In una escalation senza fine il CDO è a sua volta composto da decine di ABS (Asset Back Security), obbligazioni anch’esse, garantite da… un imprecisato numero di altri debiti! Largamente incuranti dei rischi di insolvenza e di liquidità alla base del meccanismo, le grandi banche e società finanziarie americane continueranno a lucrarvi, fino alla cosiddetta crisi dei mutui subprime.

    Chiusa infatti, per naturale saturazione, la prima fase del mercato dei CDO, l’inestinguibile sete di denaro portò le grandi banche (Goldman Sachs, Morgan Stanley, Lehman Brothers) a concedere mutui con più leggerezza: milioni di americani, incapaci di fornire solide assicurazioni di solvibilità del debito, ottennero ugualmente l’agognata somma per l’acquisto della propria casa; i mutui a rischio saranno poi rivenduti dalle banche sotto forma di CDO. Non ci volle poi molto perché i nodi venissero al pettine: i mutuatari a rischio, puntualmente insolventi, complici gli altissimi tassi d’interesse applicati, spinsero i non più generosi istituti di credito a pignorare le abitazioni acquistate tramite mutuo, per coprire i debiti dei vari CDO piazzati. La naturale svalutazione di un mercato immobiliare dove ormai chiunque poteva comprare e vendere case fu la condanna per cotanta cupidigia: ritrovatesi tra le mani una enorme massa di obbligazioni esplosive, invendibili, tossiche, le banche si ritrovarono alla canna del gas.

    Pompato dalle grandi banche americane come Morgan Stanley e da loschi figuri come Richard Fuld Jr., patron della Lehman Brothers (che pagherà con la bancarotta), il mercato dei titoli tossici, in un mondo ormai completamente globalizzato, aveva invaso i mercati europei, trascinando le banche che li avevano incautamente acquistati e gettando nel panico milioni di ignari acquirenti. Nel frattempo, le tanto cerimoniosamente incensate agenzie di valutazione, Moody’s e Standard & Poor’s, balbettavano, incapaci di spiegare la propria inadeguatezza nel prevedere il terremoto, guadagnandosi le amorevoli attenzioni del Dipartimento di Giustizia americano.

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    La grande recessione, come è stata ribattezzata dagli analisti la crisi finanziaria globale degli anni 2007-2013, è stata molto raccontata anche al cinema e non solo da pellicole che ne hanno messo in scena le conseguenze sociali (fallimento delle imprese, disoccupazione, suicidi, etc.), ma anche da film che ne hanno spiegato – con alterna efficacia divulgativa – le dinamiche intrinseche come “Margin Call” di J. C. Chandor, “Too big to fail” di Curtis Hanson o il più recente “La grande scommessa” di Adam McKay

    Nello stesso periodo in cui le banche portavano avanti i loro propositi di rapina, un solo uomo riusciva a mettere nel sacco decine di istituti di credito e migliaia di cittadini: Bernard “Jewish Bond” Madoff. A dimostrazione del fatto che un italiano, in quanto a truffe, non ha nulla da farsi insegnare, questo imprenditore newyorkese divenne il massimo virtuoso del vecchio gioco di Charles Ponzi. Ispirato al nome di un italiano immigrato che lo aveva messo in pratica agli inizi del ‘900, Madoff promise per anni alle ingnare vittime alti guadagni tramite hedge funds (fondi di investimento) rilasciati dalla propria società – la Bernard Madoff Investment Securities – o da fondazioni a lui collegate. Gli interessi (un modesto ma costante 10%) venivano effettivamente pagati, anche se coi soldi dei nuovi investitori! Un gioco terminato, anche stavolta, per troppa brama: ad un certo punto, infatti, le richieste di rimborso, superiori ai fondi disponibili, rivelarono il trucco, condannando Madoff a 150 anni di galera e banche e risparmiatori ad un tracollo giunto nel peggiore momento possibile.

    Se Atene piange, Sparta comunque non ride. Ci volle poco perché l’Europa, legata a doppio filo agli Stati Uniti, risentisse in pieno degli effetti del cataclisma. Alla fine del 2008 la crisi è generale: l’aumento vertiginoso della disoccupazione e la conseguente contrazione delle spese delle famiglie, rallentarono fortemente il mercato e rivelarono storie di corruzione, di malgoverno, e di allegre spese; gli assistenzialismi strumentali e l’irresponsabilità dei governanti usciranno in parte allo scoperto.

    In Grecia il nuovo premier socialista George Papandreou dichiara candidamente nell’ottobre del 2008 che il deficit di bilancio dell’anno successivo avrebbe raggiunto il 12,7% del Pil; il triplo di quanto dichiarato dal precedente governo. L’ex premier Kostas Karamanlis aveva taciuto alle autorità europee un buco di bilancio enorme.

    Intanto l’Irlanda, la storica Tigre celtica, paga caro il crollo dell’impalcatura speculativa immobiliare, che scatena un ribasso dei prezzi delle abitazioni tale da mettere in ginocchio l’intero sistema bancario nazionale. Gli aumenti salariali e gli investimenti strutturali, del resto, erano stati pagati col frutto di quella speculazione.

    Il Portogallo rivela al mondo la propria politica scellerata, fatta di salari esageratamene alti rispetto al tasso di produttività, di una spesa pubblica ciclopica e di infrastrutture carenti, oltre che di un sistema fiscale troppo debole.

    L’Italia, manco a dirlo, reduce da quarant’anni di immobilismo democristiano prima e dall’imbarazzante decennio degli anni novanta dopo, già trascinata a fondo da un debito pubblico da capogiro e da una crescita economica pari allo zero, paga quindici lunghi anni di berlusconismo, che affonderanno la già scarsa credibilità della nazione.

    La strana creatura Europa, mai veramente unita, divisa tra cicale e formiche, solleticava vecchi appetiti oltreoceano, mentre il vecchio continente si svegliava immobilizzato dalla stessa ragnatela di scambi globali che per decenni aveva auspicato.

    Solo allora fu chiaro a tutti come la Terza guerra mondiale fosse già da tempo in atto; l’esito pericolosamente già stabilito. Impossibile da condurre a suon di bombe, il conflitto va avanti da tempo a colpi di downgrading, il cosiddetto declassamento dell’affidabilità di un emittente di obbligazioni, privato, pubblico o sovrano, da parte di una società di valutazione. Se la Repubblica popolare cinese era stata tanto furba da creare una propria società di rating, la Dagong, l’UE non era stata altrettanto intelligente, permettendo sconsideratamente alle autorità finanziarie internazionali di consegnare alle tre più grandi società americane di valutazione (Standard and Poor’s, Moody’s e Fitch) la facoltà di valutare liberamente l’affidabilità economico-politica di stati sovrani ed enti pubblici, influenzando a piacimento il mercato, con guadagni fantasmagorici a beneficio proprio e delle centinaia di migliaia di accoliti: l’altalena dello spread sta lì proprio per questo.

    Spacciati per istituti neutri di valutazione, le società di rating sono quotate in Borsa e coordinate da speculatori messi nella posizione di poter liberamente pilotare le finanze dei vari Stati. Non è un segreto, ad esempio, che Moody’s sia in mano alla Berkshire Hathaway, una delle maggiori società di investimento del mondo, di proprietà di Warren Buffet; e non sono certamente segrete le positive valutazioni che la società di rating esprime puntualmente nei confronti della… Berkshire Hathaway! Se questa è trasparenza…

    Intanto la UE assicura di avere già messo in cantiere una Agenzia di rating europea. Verrebbe da gridare, come Sandro Pertini nel 1980, Fate presto! ma si sa come vanno queste cose. Sarebbe forse meglio cantare, come San Paolo, l’Inno alla Carità.


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