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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

MUSICA

Le discese ardite e le risalite di Lucio Battisti a Poggio Bustone, il suo paese

    (Giulia Borioni) – Doveva essere domenica, perché Emily s’è presentata con la busta di Porta Portese piena di magliette pescate in bancarella.
    Lei è americana. Per un periodo aveva vissuto a Los Angeles e ogni tanto ci tornava a trovare la sorella ma era nata in uno di quei paesi incastonati tra le montagne verdi del Vermont. Una cittadina tipo quelle che si vedono ne “La congiura degli innocenti” o in “Hollywood, Vermont”, dove si produce sciroppo d’acero e ci sono ancora i mulini a vento.

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    Battisti nel suo paese natale, Poggio Bustone. Lui sapeva bene che per realizzare qualcosa di importante ci vuole dedizione, oltre che talento. Nel suo caso, poi, ci sono volute le suggestioni di un mondo antico fatto di pietra e campagna, c’è voluta la vertigine di stare in cima a una montagna che digrada di fronte a te, un po’ in picchiata e un po’ dolce, verso la pianura e il lago che luccica

    A Roma viveva in un appartamento ai Parioli e si spostava in autobus pieni di gente che, diceva lei, non le suscitava alcun interesse, niente che potesse invogliarla a far la loro conoscenza. D’altra parte, la popolazione dei mezzi pubblici è ormai composta quasi esclusivamente da anziani e immigrati e perché mai una graziosa ragazza con un padre d’origine egiziana avrebbe dovuto socializzare con vecchi italioti o giovani clandestini? Anyway. Nonostante avesse già trotterellato per mezza città, quel giorno Emily era la più arzilla di tutti. Forse era sollevata dal fatto che avrebbe potuto evitare i mezzi pubblici e viaggiare in una macchina per la prima volta da quando era a Roma.

    A dire il vero non sappiamo se la cosa la esaltasse o meno perché il più delle volte lei si ostinava a esprimersi in un italiano stentato e pieno di lunghissimi aaaahm che scandivano i momenti di ricerca della parola giusta.

    Ad ogni modo, quel giorno, almeno durante il tragitto, non c’è stato bisogno di parlare granché perché abbiamo sentito musica. Lei voleva conoscere la musica italiana e noi gli abbiamo fatto sentire “Anima Latina”.

    Tranne chi era al volante, nessuno sapeva dove eravamo diretti. Di sicuro, eravamo usciti da Roma e procedevamo spediti da un’oretta almeno, con la discografia di Battisti che andava più veloce di noi e ci spianava le strade limpide di quel pomeriggio di febbraio. Un cartello che indicava Rieti a pochi chilometri è stato il primo indizio a svelarci dove fossimo. C’eravamo quasi, era chiaro. E il quasi significa che dovevamo ancora imbatterci in una processione e restare imbottigliati tra cacche d’asino e una mandria di cavalieri mascherati che marciavano in sella a destrieri lenti e tracagnotti.

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    “Poggio Bustone è il cespuglio dove Battisti è nato e il paese dove sempre è tornato. L’ultima volta proprio poche settimane prima di morire. Avrebbe voluto far ristrutturare la casa di famiglia ma non ha fatto in tempo e ancora oggi la casa è lì, in via Roma 40, chiusa e del tutto disadorna. C’è giusto un poster di un concerto appeso alla parete esterna”

    Emily era sempre lì, immersa nel suo cappotto rosso. Chissà che effetto le faceva ascoltare Battisti? E la processione? Mah. Comunque sia, non poteva certo immaginare che ad appena qualche tornante di distanza c’era un paese che “ormai è diventato grande ma allora era un cespuglio”. L’ha detto la signora Anita.

    Poggio Bustone è il cespuglio dove Battisti è nato e il paese dove sempre è tornato. L’ultima volta proprio poche settimane prima di morire. Avrebbe voluto far ristrutturare la casa di famiglia ma non ha fatto in tempo e ancora oggi la casa è lì, in via Roma 40, chiusa e del tutto disadorna. C’è giusto un poster di un concerto appeso alla parete esterna. Per il resto c’è la valle e nei giorni di vento qualche deltaplano che attraversa il cielo.
    Che c’entra, gli abitanti di Poggio Bustone sono orgogliosi del loro Lucio e proprio all’ingresso del paese c’è un parchetto chiamato “I giardini di marzo” con una statua che, come dice bene Anita, non è che gli renda giustizia perché “lui era molto più bello di come è stato ritratto”. Ma a Battisti non sarebbe importato, lui non era certo tipo che amava essere celebrato in pubblico e quella statua è in fondo l’unico strappo che il paese ha chiesto alla sua riservatezza.

    La carriera, invece, gliene ha chiesti tanti e ogni volta si trattava di intrusioni troppo moleste perché uno come lui potesse sopportare. Niente di diverso da quello che il mondo dello spettacolo, i giornalisti, i fan, i discografici, il gossip, pretendono da ogni divo. Ma Battisti, già in tempi non sospetti, ci teneva a mettere in chiaro che lui non aveva “nessuna intenzione di diventare un divo”. Che, “d’accordo, se uno fa il ruffiano con la folla può raggiungere traguardi alla Morandi, alla Ranieri, ma poi cosa gli resta? Condannato ad avere sempre quel ‘certo’ sorriso, a rispettare sino al martirio il cliché ormai stampato, e inevitabilmente costretto ad allontanarsi dalla sua autenticità”. E questo lui non lo voleva. Non voleva che la popolarità intaccasse in alcun modo la sua natura né che sconvolgesse la sua vita privata e allora quella ritrosia che era così facile scorgere nel suo atteggiamento, nel suo modo di parlare e di sorridere, è cresciuta in maniera esponenziale con il successo.

    Lui, peraltro, era ben consapevole dei rischi che correva e si è sempre riservato una via di fuga. “Se mi accorgessi che sto per essere fagocitato dal sistema”, diceva,“sono sicuro che mollerei tutto. Non ho paura della vita perché a me è sempre andata bene: figurati che sono riuscito persino a diplomarmi in elettrotecnica”.

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    “Proprio all’ingresso del paese c’è un parchetto chiamato ‘I giardini di marzo’ con una statua che, come dice bene la signora Anita, non è che gli renda giustizia perché ‘lui era molto più bello di come è stato ritratto’. Ma a Battisti non sarebbe importato, lui non era certo tipo che amava essere celebrato in pubblico e quella statua è in fondo l’unico strappo che il paese ha chiesto alla sua riservatezza”

    Il ritiro di Battisti dalle scene non è stato allora la conseguenza di un episodio scatenante o di una crisi improvvisa, ma piuttosto la reazione naturale e persino prevedibile di un artista solitario e devoto solo alla musica e non all’esibizione, neppure quella live. Infatti, anche quando partecipava e, suo malgrado, vinceva (“un successo discografico va bene ma una vittoria proprio no, mi fa paura perché temo che m’impedisca di rimanere come sono”) i vari Cantagiro, i Festivalbar o i Sanremo, non è che avesse un cartellone pieno di date in giro per l’Italia. “Perché”, spiegava lui stesso, “che cosa vuol dire fare le serate? Vuol dire mettersi lì con tutti i tempi, pioggia, neve, finire una serata e partire per un’altra. Intanto non vivi e come ho detto io intendo seguire questa professione, intendo guadagnare, intendo divertirmi, intendo avere successo ma intendo anche vivere. […] Non solo, ma le ripercussioni più grandi quali sono? Proprio quelle del lavoro, e chi me lo dà il tempo di stare la mattina, da quando mi alzo, con la chitarra a suonare, perché, ripeto, le canzoni mica scaturiscono così”.

    Certo che no. Battisti sapeva bene che per realizzare qualcosa di importante ci vuole dedizione, oltre che talento. Nel suo caso, poi, ci sono volute le suggestioni di un mondo antico fatto di pietra e campagna, c’è voluta la vertigine di stare in cima a una montagna che digrada di fronte a te, un po’ in picchiata e un po’ dolce, verso la pianura e il lago che luccica.
    Questo si vedeva dalla casa di Battisti quel pomeriggio di febbraio e stando lassù sembrava di riconoscere le forme di quel paesaggio nei ritmi che lui ha composto, le tonalità sfumate dalla foschia nelle sonorità di certe canzoni e le traiettorie del vento nelle melodie, e addirittura nei testi di Mogol.

    La casa sta un po’ defilata. Per raggiungere il centro di Poggio Bustone si calpestano stradine sconnesse, si passa di fronte a vecchi portoni di legno ormai sempre chiusi e non si incontra quasi nessuno. Arrivati all’altra estremità del paese, si vede scendere l’altro versante della montagna, tra le case arroccate e i fumi dei camini ancora accesi. Una realtà così rustica e appartata deve aver impresso un segno indelebile nella personalità, già per natura schiva, di Battisti che per tutta la vita, in qualche modo, ha cercato di ricrearsi una tana altrettanto lontana e protettiva, rifiutando le convenzioni del mondo dello spettacolo e assumendo, non appena ha potuto, un atteggiamento altezzoso e sprezzante verso il sistema che gli dava da campare.

    Era consapevole del fatto che la popolarità gli serviva “per poter dire quello che ho dentro, perché è chiaro che se non sono popolare non vendo un disco e se non vendo un disco nessuno è così pazzo da farmeli incidere…” Allora ha tollerato i flash, le interviste e le apparizioni pubbliche finché è stato costretto o, forse, finché quel po’ di spavalderia giovanile gli ha consentito di prenderla come una novità da esplorare. Ma quando il meccanismo ha assunto toni minacciosi, lui si è defilato e ha sfruttato la fama raggiunta per assecondare il suo carattere e continuare a fare ciò che amava, ma in modo autentico, distante dai riflettori.

    “Proprio perché mi sono sempre considerato ‘avanti’ rispetto a tutto il resto, nella mia continua ricerca evolutiva era inevitabile che giungessi a conclusioni di rottura e al tempo stesso a premesse di nuovo tipo di aperture”

    Checché ne abbia detto la stessa stampa che lui aveva allontanato – per giustificare il suo ritiro fioccheranno le cattiverie, dai problemi di voce alla tirchieria – la (presunta) crisi di Battisti è stata indotta da una professionalità intransigente e dal desiderio di difendere una sconfinata passione per la musica. Una passione che anni prima lo aveva salvato dalle sofferenze di un’adolescenza tormentata (quella sì che era crisi). Raccontava di essere cresciuto “come uno che trova gioia e pace a chiudersi in casa, staccare il telefono e suonare la chitarra per dodici ore di fila. Sono diverso come persona. Lo sono sempre stato, da quando avevo diciott’anni e me lo rinfacciavano tutti. Ma io ho avuto un’infanzia e un’adolescenza tristi, e sono cresciuto pieno di complessi, e i miei amici andavano a ballare e io li osservavo e creavo un mondo tutto mio. Sentivo di dovermi comportare in un altro modo e ci soffrivo come un pazzo e ogni giorno era un complesso nuovo. Solo oggi mi sento libero. Oggi che, al limite, oltre la musica potrei non aver bisogno d’altro”.

    Semplice, e del tutto legittimo poi. In fondo non chiedeva niente di strano, Battisti. Voleva solo stare in pace e fare ciò che gli piaceva. Frequentare gente, anche, quando capitava. Non era mica un bruto solitario e scontroso. In tanti, da Mogol a Lavezzi, da Pappalardo ad Arbore e Sandro Ciotti, lo hanno ricordato come una persona genuina, di sicuro non estroversa, ma comunque spiritosa e di compagnia. Solo che, nel lavoro come nelle serate tra amici, doveva fiutare un contesto confortevole per sciogliere la timidezza e una compagnia solidale per abbassare la guardia della diffidenza.

    Le sue difese talvolta l’hanno spinto fino alla paranoia ma comunque non gli hanno mai impedito di distinguere situazioni e persone amiche, con cui poteva lasciarsi andare. Quando già da anni aveva deciso di rompere con la stampa, lo ha fatto addirittura con due giornalisti, Renato Marengo e Giorgio Fieschi, con cui si fece scattare l’ultima foto autorizzata. Il motivo? Banalmente, quei due volevano parlare di musica, non di matrimonio, e poi intendevano giudicarlo solo per le sue canzoni, non per la sua condotta, come lui ha sempre chiesto alla gente di fare. Niente di più ovvio, per uno che suona.

    Ma la massa, si sa, dopo aver ascoltato le canzoni, cerca sempre un contatto, magari frivolo, con il proprio mito e Battisti in questo senso dava ben poca soddisfazione. Tanto che molti suoi fan dell’epoca hanno vissuto male il suo isolamento, hanno pensato che i soldi gli avessero dato alla testa, che fosse uno che se la tirava o che la sua fosse una strategia per crearsi il personaggio.

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    Lucio Battisti: “un successo discografico va bene ma una vittoria proprio no, mi fa paura perché temo che m’impedisca di rimanere come sono”

    Di nuovo, però, il suo obiettivo non è mai stato quello di sottrarsi dal dialogo con un pubblico che al contrario riteneva necessario coinvolgere, far “partecipare alla musica (e quindi vivere, ridere, soffrire, esprimersi, pensare) non subirla”. Per modificare questa “sudditanza dell’ascoltatore” occorreva modificare una concezione vecchia dalla canzone, ancora indissolubilmente legata “alla strofa e alla rima”. Battisti alludeva a un rinnovamento profondo e a un coinvolgimento più serio di qualche schiamazzo ai concerti, proponendo concetti che forse non sono stati capiti ma che in qualche modo di sicuro sono passati, se i suoi pezzi sono diventati così popolari da incontrare i gusti di almeno tre generazioni.

    D’altra parte, come affermava lui stesso con una convinzione che era indice di sicurezza più che di presunzione: “Proprio perché mi sono sempre considerato ‘avanti’ rispetto a tutto il resto, nella mia continua ricerca evolutiva era inevitabile che giungessi a conclusioni di rottura e al tempo stesso a premesse di nuovo tipo di aperture”.

    Vero, però, anche quando si fanno i tentativi più arditi e sperimentali bisogna rimanere se stessi, altrimenti non funziona. Uno come Battisti, che si era costruito una carriera su misura, avrebbe dovuto sapere che cedere all’ambizione di incidere un disco in inglese lo avrebbe portato su un terreno non così familiare per lui. E infatti, ascoltando “Images”, si riconosce nella sua pronuncia un che di impacciato, qualcosa che, a pensarci, somiglia tanto a quelle esitazioni in aaaahm bemolle di Emily. Qualcosa di inevitabilmente forzato che ha impedito al suo genio di sfondare all’estero.

    L’inglese di Battisti doveva rimanere quello maccheronico che usava per comporre le canzoni. Pensare che spesso una lingua sconnessa e del tutto istintiva metteva in crisi Mogol che, di fronte a un “Mary oh Mary” intonato là per là, faceva fatica a trovare nuove parole altrettanto giuste.
    Aveva imparato a strimpellare prendendo lezioni dall’elettricista di Poggio Bustone, uno considerato pazzo, lo scemo del paese. Silvio Di Carlo si chiamava, gli ha insegnato gli accordi e ad accompagnare Ohi Mari’ con la chitarra.

    Quel pomeriggio di febbraio c’era la signora Anita e qualche altro vecchietto al bar Francescano. C’era qualche gatto per i vicoli e per terra i coriandoli del Carnevale appena trascorso e nell’aria l’odore del pane appena sfornato. Qui Battisti ci veniva apposta da Roma per comprare l’olio e le rosette caserecce e per cercare uno considerato pazzo, lo scemo del paese. Uno che qualche anno fa è morto senza più un capello in testa perché gli era venuto un esaurimento nervoso.

    L’ha detto la signora Anita.


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