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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

SPORT

La depressione di Gigi Buffon

    (Emilio Sola) – È dicembre del 2003, siamo a Torino. Possiamo immaginare Gigi Buffon che esce di casa, al mattino, salta sulla sua Fiat 500 e guida fino all’impianto sportivo della Juventus, a Vinovo, per l’allenamento giornaliero. Parcheggia, smonta dall’auto e lì, all’improvviso, gli accade qualcosa di imprevisto: cominciano a tremargli le gambe. Ciò nonostante, cammina fino agli spogliatoi, indossa scarpette, calzoncini e maglietta e raggiunge i suoi compagni di squadra in campo. Qui, Buffon si accorge presto di essere distratto, non riesce a concentrarsi, si sente centinaia di chilometri distante da quel che gli capita attorno, è di umore cupo, non parla con nessuno. Tutto questo si ripete nei giorni successivi e si prolunga per intere settimane: è una situazione che comincia a pesargli, uno stato d’animo che è diventato insostenibile. Deve assolutamente sbarazzarsene. A casa, ne parla alla sua fidanzata, la bella Alena Seredova, poi agli amici più intimi e probabilmente a qualche dirigente della Juventus; e parlandone comincia a delinearsi uno scenario inquietante: il problema che affligge Buffon è in realtà una malattia, e questa malattia ha un nome ben preciso: si chiama depressione.

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    Il gigante d’argilla, il capitano – nostro capitano – non nasconde la sua fragilità. Intorno a lui, le alterne fortune della Juventus fra campionati scintillanti e Coppe amare (fra tristi e Allegri), le cocenti eliminazioni della “sua” nazionale agli ultimi due mondiali e una delebile appendice gossip sul suo legame con la Seredova prima e poi quello con la giornalista Ilaria D’Amico che sembra averlo rimotivato…

    Apriti cielo! Gigi Buffon soffre di depressione? Meglio la peste bubbonica. Il prossimo giugno si gioca il campionato europeo di calcio in Portogallo e Gigi, che oltre ad essere il portiere della Juventus è anche il portiere della nazionale, deve assolutamente essere in campo insieme ai suoi compagni. Deve guarire a ogni costo, a ogni costo e in fretta, nell’arco di sei mesi.

    Quando gli dicono che deve rivolgersi a uno psicologo, Buffon sgrana gli occhi: “no”, protesta, “gli psicologi sono persone che rubano i soldi agli insicuri. Nello studio di uno psicologo, io non ci metterò mai piede”.

    Qualche giorno dopo, Gigi Buffon è seduto sulla poltrona di una stanza piena di libri, una stanza piccola e accogliente. Di fronte a lui è seduta una donna sulla sessantina dallo sguardo sereno e il sorriso rassicurante. Mi tolga una curiosità, ma lei è il nipote del Buffon che sposò Edy Campagnoli?, domanda la psicologa. Non precisamente, risponde Gigi, sono il pronipote. La psicologa allarga il sorriso, gli occhi le si illuminano; sembra divertita, compiaciuta. I minuti successivi, li trascorrono chiacchierando un po’, giusto per rompere il ghiaccio; poi, quando si sente finalmente a suo agio, Buffon comincia a raccontare. Parla delle gambe molli, del senso di smarrimento e di insoddisfazione che lo accompagna da qualche tempo, della perdita di interesse per il suo lavoro e per ciò che lo circonda in genere. Non so cosa mi stia succedendo, dice, io sono sempre stato una persona solare, ottimista. La psicologa ascolta tutto con molta attenzione e di tanto in tanto accenna un leggero sì con la testa. Poi chiede a Buffon se ultimamente non gli sia successo qualcosa di particolare. Buffon ci pensa un po’, sembra indeciso se parlare o no. Poi alza lo sguardo sul sorriso della psicologa, si fa forza e confessa: “Sì, oltre allo stress per le pressioni che ricevo sul lavoro, mi è piombata addosso anche quella storia del diploma”, dice. E tace. È visibilmente imbarazzato. “Mi dica”, lo sprona la psicologa. Buffon si lascia andare: dice che ha comprato un diploma di maturità e con quel diploma falso ha cercato di iscriversi all’università (perché uno come Gigi Buffon avverte la necessità di iscriversi all’università?), che il suo tentativo di truffa è stato scoperto e che ha rischiato di finire in guai seri con la giustizia. “È stato un gesto ingenuo e sleale, me ne rendo conto”, conclude. “Mi dispiace molto per i miei genitori, che tra l’altro sono anche professori”. Possiamo immaginare il guizzo nello sguardo della psicologa: “i suoi genitori sono professori?” domanda.

    “Hanno avuto un passato da sportivi, ma ora insegnano” risponde Buffon. “Sì, sono professori”.

    Dobbiamo fermarci. Poiché quel che affiora tra le mura dello studio di uno psicologo è sacro e inviolabile, non abbiamo il diritto di indagare oltre, siamo costretti a chiuderci definitivamente la porta alle spalle e lasciare il nostro Buffon alle prese con le sue sedute di psicoanalisi…

    Di fronte a notizie come quella della depressione di Buffon, la prima domanda che ci viene in mente è: come è possibile che una persona ricca, famosa e di successo cada in depressione? Cominciamo cioè ad affrontare la questione partendo da un errore di fondo: tendiamo a dimenticare l’uomo, l’essere umano, e a considerare invece la ricchezza e gli agi che da essa derivano. Come se il denaro, il successo e la fama privassero colui che li detiene di una sensibilità emotiva, di una coscienza, di un inconscio. In realtà non è così, la ricchezza non trasforma l’uomo in un’entità sovrannaturale. L’uomo ricco rimane pur sempre un uomo, esposto come tutti gli altri uomini alle miserie della vita. Nella sostanza, non lo rendono diverso dalla persona squattrinata e disoccupata che solleva la testa verso sua moglie appena entrata nella stanza e le fa questa comungigi-buffonicazione: Gigi Buffon, il calciatore della Juventus, è caduto in depressione. Sua moglie, che fatica come un mulo tutto il giorno per sbarcare il lunario, del fatto che Buffon sia depresso non gliene importa assolutamente niente, ha la parmigiana nel forno che sta bruciando, ma alza lo stesso gli occhi al soffitto e esclama: “roba da pazzi!”

    Un altro milionario: Steve Jobs. Steve Jobs si ammala di cancro, uno dei cancri più letali: quello del pancreas. La nostra reazione di fronte a questa notizia è diversa. Non scuotiamo la testa come di fronte alla depressione di Buffon, non alziamo gli occhi al cielo. Perché? Perché Steve Jobs ci è simpatico e Buffon invece no? No. La nostra reazione è diversa perché non riconosciamo alla depressione lo status di malattia. Il cancro è una malattia, la depressione no: la confondiamo con stati d’animo come la tristezza, per esempio, la malinconia o l’indolenza, cioè con i suoi sintomi. Nel momento in cui incappiamo in questo grave errore di valutazione, la vicenda di Buffon la viviamo come una mancanza di rispetto nei nostri confronti, noi comuni mortali che invece i motivi per essere depressi ce li abbiamo eccome, come se la depressione fosse esclusiva dei ceti più bassi della popolazione. Buffon è un ragazzino viziato e capriccioso, ci diciamo, uno di quei figli di papà che hanno tutto e non sono mai soddisfatti della vita; dovrebbe vergognarsi e andare a lavorare in fabbrica. Lo colpevolizziamo; e ci sentiamo offesi: l’uomo che comunica a sua moglie la depressione di Buffon, è offeso, profondamente offeso.

    La depressione non è certo il cancro, ma è comunque una malattia; e può essere letale: può indurre alla morte, al suicidio. Si potrebbero stampare intere enciclopedie con i nomi delle persone che si sono tolte la vita a causa di questa malattia.

    Le cronache sportive sono piene di calciatori caduti in depressione. Potremmo citare il caso di Robert Enke, il portiere della nazionale tedesca, morto suicida a causa della depressione di cui da tempo soffriva. Oppure, senza attraversare i confini nazionali, e senza muovere un solo passo da Torino, Gianluca Pessotto, anche lui, come Buffon, calciatore della Juventus. Era giugno del 2006, la nazionale italiana in Germania si stava avviando verso la conquista del suo quarto titolo mondiale, quando da Torino giunge questa notizia: Gianluca Pessotto, ex calciatore juventino e della nazionale, ha tentato il suicidio gettandosi da una delle finestre della sede di via Ferraris: lo ha salvato il tettuccio di un’automobile parcheggiata sul bordo della strada. Quando cerca di dare una spiegazione al suo gesto, Pessotto dice: mi sono sempre identificato nel mio lavoro, io ero il calciatore, e quando questa certezza mi è venuta a mancare mi sono sentito perso, non ho più retto.

    Che cosa è successo, in realtà, a Pessotto? Pessotto “ha visto l’uomo”. Mettiamola così: una mattina, si è guardato allo specchio e si è ritrovato di fronte a una persona che non vedeva più da quando era bambino. L’abito che ha sempre indossato e con il quale ha “messo in scena” il suo ruolo nella vita, a un certo punto è crollato, e lui ha dovuto confrontarsi con il Pessotto uomo, con “il re nudo”. Faccende del genere, a vent’anni ti spediscono sulle rive del Gange a cercare te stesso; qualche anno dopo, invece, può capitare che ti spingano a gettarti dal tetto di un fabbricato nel centro di Torino.

    Se Superman si risvegliasse senza il suo costume da supereroe, probabilmente si ucciderebbe con la kryptonite.

    In un certo momento della sua vita, Gigi Buffon si accorge dell’abito che indossa, dell’abito di scena, e capisce che gli sta stretto fino a opprimerlo, soffocarlo. L’abito, la casacca da calciatore, gli ha messo addosso l’idolo, che agisce su di lui come una presenza ingombrante, sovrastante, che eclissa la sua vera essenza, il vero Buffon, il Buffon uomo. Le persone, gran parte delle persone che lo circondano, vedono così in lui l’idolo, si rapportano con ciò che lui rappresenta, e cioè il portiere di calcio più forte del mondo. Ma c’è un modo per indebolire l’idolo, e Buffon lo intuisce: cominciare a prendersi meno sul serio, allentare le maglie delle cuciture dell’abito di scena che indossa come se fosse una seconda pelle.

    Una mattina, la mattina del giorno di riposo settimanale, un lunedì, Buffon cammina ai bordi di una strada del centro, a Torino, e su un cartello pubblicitario appeso a un muro legge che c’è la mostra di un pittore, un certo Chagall (quello delle immagini oniriche, dell’inconscio!), e decide di andarci; entra, si sofferma di fronte ai quadri, legge un opuscolo. Mentre guarda le opere, in una delle tante sale che ospitano la mostra, gli si avvicina un uomo, un tizio bassino, anonimo, con una giacca consunta e un paio di occhialini sul naso. Cominciano a parlare. Buffon confessa di non capirci assolutamente niente d’arte, ma che quei quadri gli piacciono, non sa dire precisamente perché, ma lo attraggono. L’omino si rivela essere invece un conoscitore profondo dei quadri di Chagall e si offre di fargli da guida. Buffon accetta di buon grado e insieme cominciano a vagare per le stanze e i corridoi della mostra. L’omino parla tanto, Buffon non capisce tutto quel che dice, molti concetti gli sfuggono, ma di tanto in tanto fa delle domande, si ferma ad ascoltare attentamente le risposte.

    Durante la visita, Buffon si chiede se quell’omino così colto lo abbia riconosciuto, se sa chi è in realtà lui. Ma presto decide che non vuole dare una risposta a questa domanda. È così piacevole parlare con uno sconosciuto che ti tratta come una qualsiasi persona, si dice.

    Quando la visita finisce, i due si salutano sulla soglia dell’ingresso e non si rivedranno mai più.

    Buffon visita la mostra altre due volte, nello stesso giorno, fino a sentirsi scemo. Poi, la sera, a letto, prima di addormentarsi, si gira su un fianco, bacia la sua fidanzata e chiude gli occhi. Si sente diverso, attraversato da emozioni che non ha mai provato prima, ha preso contatto con il lato nascosto di se stesso, e quando prende sonno sprofonda in un sogno i cui colori e le immagini sono quelli di un quadro di Chagall.

    Dall’altra parte della città, c’è un uomo che si infila sotto le coperte. È mezzanotte, e sua moglie, accanto a lui, dorme già da due ore. L’uomo si sente ancora la parmigiana sullo stomaco, ma ha troppo sonno, gli si chiudono gli occhi, per cui si affretta a spegnere la luce sul comodino e si sistema il cuscino sotto la testa. Domani mattina, deve uscire alla ricerca disperata di un lavoro, come fa da tempo, ogni giorno. Per il momento, però, è meglio non pensarci, dice fra sé e sé, e riposare, riacquistare energie.

    Quando prende sonno, l’uomo sprofonda in un sogno meraviglioso: in uno stadio gremito, i tifosi lo acclamano, urlano il suo nome a squarciagola. Lui è fermo sulla linea di porta, indossa calzoncini e maglietta della Juventus, la squadra di cui è tifoso, e si accinge a parare un rigore. A undici metri da lui, con la casacca blu e granata del Barcellona, Lionel Messi sistema il pallone sul dischetto e l’uomo crede che non ci sia emozione più incredibile di quella che sta vivendo in questo preciso istante, mentre si tuffa e afferra il pallone tra le mani. Il cuore gli batte a mille.


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