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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

CINEMA

Jack Lemmon da Oscar: una Tigre ferita

    (Barbara Pezzopane) – Pare che le tigri tornino sempre nel posto dove hanno il ricordo più bello. L’ha detto l’autostoppista hippy caricata di buon mattino sulla tua limousine. Si chiama Myra e en passant ti ha chiesto anche se volevi fare l’amore ma no grazie, stavolta passo. Eri fermo a un semaforo sul Sunset Strip. La nottata è stata dura, Harry, ti sei svegliato in un bagno di sudore mentre il vapor acqueo esalava dalla piscina annebbiando la tua bella casa a Beverly Hills.

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    ► Jack Lemmon (Harry Stoner) con Laurie Heineman (Myra, l’autostoppista hippy) in una scena di “Salvate la tigre” (1973) di John Avildsen

    – Uno fa una figlia e la spedisce in Svizzera. Ecco a che servono i soldi. – Tua figlia sta bene lì dov’è, Harry. A Los Angeles nei gabinetti della scuola si fanno le iniezioni di eroina. Devi andare dal dottor Frankfurter… mi senti Harry? – Il ragioniere ha detto che ogni giorno solo alzarmi mi costa 200 dollari. – Duecento? Al giorno? – Duecento bigliettoni, Janet. Il giardiniere, la cuoca messicana, la manutenzione della piscina, il collegio svizzero. – Piuttosto Harry, mentre sarò via, vai dal dottor Frankfurter, d’accordo Harry? Vai dal dottor Frankfurter, Harry.

    È il giorno più importante dell’anno, questo, la Capri Casuals presenta la nuova collezione. Rico che una volta si chiamava John l’ha disegnata ch’è un gioiello e i clienti sono in città pronti a moltiplicare le commesse. I quadri della stoffa combaciano a meraviglia, Meyer è il miglior tagliatore in circolazione. Vuoi una stagione, nient’altro che una stagione ancora.

    – Sai bene che l’anno scorso eravamo quasi sul lastrico, Phil, e abbiamo fatto i giochetti con i libri contabili. – In banca che hanno detto? – Anche ammesso che facciamo 300mila dollari di effetto ce ne scontano al massimo la metà e non basterà comunque a pagare i fornitori. – Sì, Harry, le polizze del laboratorio di Long Beach sono a posto. Quant’è il premio, dici? No, Harry no, scordatelo, non se ne parla. È incendio doloso, non ci voglio entrare. – Come credi che abbia fatto Beckman a risollevarsi, pensi che sia stata autocombustione, Phil? – Ce la caveremo Harry, in altro modo, sopravviveremo. La previdenza, i… – No, Phil, falliremo e faranno i controlli e allora non sarà incendio doloso, sarà frode, questa è la parola con cui la legge chiamerà quella che tu chiami sopravvivenza.

    Dunque Harry Stoner ha un bel po’ di grattacapi quest’oggi e perciò non dorme sonni tranquilli. C’è il defilé al Belgrave, una collezione favolosa, i clienti vanno trattati bene. Qualcuno di loro approfitta dell’occasione soltanto per venire in città e prendersi una vacanza dal matrimonio, innocuo passatempo di cui un uomo di mezz’età ha bisogno almeno una volta ogni 365 giorni. – Pensaci tu, Harry. Quanto ti fatturo in un anno, eh? dimmelo Harry. Stai lì a blaterare che dovevo telefonarti, avvertirti prima, certe compagnie sono molto richieste, la città è piena così di clienti, in un altro momento e poi sai, costa un mucchio di soldi. Figlio di puttana! Che cavolo mi stai dicendo, Harry? – Calmati, Fred… Ah, Phil, eccoti. Porta Fred a vedere i nuovi capi, adesso io telefono, Fred. Vedo se trovo quella roba che ti interessa… – Come stai, Fred? E Edna? – Bene, grazie Phil.

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    Ancora Lemmon con Jack Gilford (il socio e amico Phil) in “Salvate la tigre”: “No, Phil, falliremo e faranno i controlli e allora non sarà incendio doloso, sarà frode, questa è la parola con cui la legge chiamerà quella che tu chiami sopravvivenza”

    Il vestito che indossa oggi Harry Stoner è un completo grigio in seta italiana Trasatti. Le maniche cadono a pennello, asole cucite a mano, elegantissimo, sobrio con brio. La fodera rossa scintilla come le carni dilaniate dai Tiger nazisti a Anzio. Carri armati pesanti. – La sabbia sì che era rossa, Phil, grondava sangue. E adesso quella spiaggia è ricoperta di bikini.

    “Seconda base: Pete Coscarart. Durocher all’interbase. Cookie Lavagetto alla terza. O era Mickey Owen? Lanciatore: Lou Camilli. Camilli ‘patata bollente’. Vito Tamulis. Non ce la fa a tornare a casa base, non ce la fa. Palla lunga, palla lunga!” Questo fa un uomo sull’orlo di un esaurimento nervoso mentre aspetta l’ascensore nella sua fabbrica di confezioni tessili. Che privilegio, assistere a un momento così. L’attesa dell’ascensore. Tempi morti per gente che non lo è ancora. La tigre snocciola la formazione della Major League di trent’anni prima. Tanto è passato, dalla fine della seconda guerra mondiale. – Dio mio, tutti quei ragazzi morti a migliaia! La bandiera americana mi faceva venire la pelle d’oca, eccome. Ora la usano per farci i sospensori.

    In che momento, Harry? In che momento hai perso di vista la palla, quand’è che il gioco si è fatto sporco senza che te ne accorgessi? Perché tu, proprio tu, sei sopravvissuto ai tuoi compagni di battaglione? E che ne hai fatto della vita che ti è stata risparmiata? Ah beh, è un bel libro paga il tuo, piromani per accendere fuochi e prostitute per spegnerli. Eppure, alla Capri Casuals – un nome che evoca un’Italia più svagata che bellica – sono tanti i dipendenti. Harry Stoner dà da mangiare a molte famiglie, oltre alla sua: 72 ragazze, 14 venditori, le segretarie. Meyer, il vecchio tagliatore ebreo, desidera solo parlargli oggi, magari per dire sì. “Ja” al suo bravo padrone, un’altra stagione. Prendetevela con Harry, è facile. Tradisce la moglie, recluta clandestini, entreneuse, falsifica i conti, assolda professionisti delle truffe assicurative. Tutto per un’altra stagione ancora. Niente più sogni né speranze, solo sopravvivere.

    Un immenso Jack Lemmon ha vestito i panni di Harry Stoner, ricevendo nel ’74 l’Oscar in mezzo a una cinquina irripetibile: c’erano Marlon Brando con “Ultimo tango a Parigi”, Jack Nicholson, Robert Redford, l’Al Pacino di “Serpico”. Era il primo film hollywoodiano di John Avildsen, script di Steve Shagan. Il padre con lo zio avevano una farmacia a Brooklyn negli anni ’40, Farmacia Shagan si chiamava. Poi dichiarò bancarotta e finì all’asta. Per dire che le storie non vengono a caso, se sono autentiche hai voglia a dire che il copione è lento, verboso. Se fa ridere funziona. Se fa piangere funziona. Se fa ridere e piangere cos’altro aggiungere?

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    Aspettando l’ascensore alla Capri Casuals, la “tigre” snocciola fra sé la formazione della Major League di 30 anni prima, fine della seconda guerra mondiale: “Seconda base: Pete Coscarart. Durocher all’interbase. Cookie Lavagetto alla terza. O era Mickey Owen? Lanciatore: Lou Camilli. Camilli ‘patata bollente’. Vito Tamulis. Non ce la fa a tornare a casa base, non ce la fa. Palla lunga, palla lunga!”

    “Salvate la tigre” non prometteva di sicuro incassi al botteghino ma Lemmon accettò di lavorare per soli 165 dollari a settimana pur di interpretare questo ruolo di eroe sconfitto. Un uomo capace di scendere a compromessi per salvare baracca e burattini. Stoner abitò Lemmon, che rinunciò ai lemmonismi da comico navigato per ritrovarsi egli stesso, come il suo personaggio, in preda a una profonda crisi. Scoppiava in singhiozzi, tornando a casa dal set. Mai, mai farsi governare da una parte, ha ammonito più volte. Non è bene per un attore, non è questo che si deve fare.

    Le tigri tornano sempre nel posto dove hanno il ricordo più bello, sempre che quel posto esista ancora. Se così non è, resta la nostalgia, lo struggimento, la fibra della creazione artistica più pura:

    “Voglio quella ragazza della canzone di Cole Porter. Voglio vedere Lena Horne al Cotton Club, sentire Billie Holiday che canta ‘Fine and mellow’, passeggiare sotto quella pioggia che non lava mai via il profumo. Voglio essere innamorato di qualcosa. Qualsiasi cosa. Anche soltanto un’idea. Un cane, un gatto. Qualcosa, qualunque cosa…”. Vogliamo Jack Lemmon con e senza i suoi tic, gli anni ’70 precisi precisi, i bassi budget, la luce del giorno incontrollata che traveste i volti cangianti di lui e Jack Gilford sui sedili di un tassì in un giorno qualsiasi della Los Angeles figlia dei fiori. Vogliamo precipitarci in Italia con il montato, raggiungere Lemmon e Billy Wilder in un cinema nei pressi di Roma per sentir dire dalla voce di quest’ultimo che “Salvate la tigre” ha un unico difetto: “non l’ho girato io”. Ci senti Harry?


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