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Storie magazine

4/2012 | LA CRISI

LETTERATURA

Harold Brodkey e l’AIDS: “Storia della mia morte”

    (Giovanni Santucci) – Situazione insolita è quella di uno scrittore che si riconosce sul punto di dar forma alla sua ultima immagine, quella pensata a chiusura di un libro e della vita. Difficile dunque accostarsi alle intenzioni di Harold Brodkey al momento in cui decise di mettere in figura la propria morte, nel tardo autunno del 1995, e si rappresentò come un equilibrista in piedi sopra una zattera, una piccola chiatta con gli ormeggi mollati e scorrevole sopra la fluida superficie di un fiume.

    harold-brodkey

    “Era il 1993 e Brodkey aveva maturato e fortificato, ormai da un pezzo, la ragionevole convinzione di essere scampato al contagio. Ma si sa, l’umana ragionevolezza è strumento assai debole in fatto di pericoli striscianti, troppo disponibile ai meccanismi di rimozione e indifesa nei confronti della paura e della speranza”

    Era ormai arrivato alla conclusione del libro, “Questo buio feroce (Storia della mia morte)”, che l’aveva impegnato lungo il corso della sua malattia. La storia era incominciata solo un paio d’anni prima, col più inatteso e sconvolgente degli esordi: una polmonite da Pneumocystis carinii, che associata alle analisi del sangue e alla conta dei linfociti T non poteva che prefigurare una diagnosi di AIDS. Era il 1993 e Brodkey aveva maturato e fortificato, ormai da un pezzo, la ragionevole convinzione di essere scampato al contagio. Ma si sa, l’umana ragionevolezza è strumento assai debole in fatto di pericoli striscianti, troppo disponibile ai meccanismi di rimozione e indifesa nei confronti della paura e della speranza. È così che le ragionevoli convinzioni sono di solito preda di smentite perentorie e, il più delle volte, drammatiche.

    A ben guardare tuttavia, la faccenda non si svolse precisamente in questi termini. Di fatto il tempo si era beffardamente incaricato di assecondare e irrobustire quella persuasione di salvezza con ben vent’anni di tranquillità, nei quali chi doveva andarsene se ne era ormai andato, e agli altri, dopo i primi anni rimescolati da “ombre e dubbi”, non restava che un poco di malinconia e qualche turbamento in fin dei conti trascurabile. Le avventure omosessuali di Brodkey risalivano infatti assai indietro nel tempo, agli anni sessanta e settanta. Le iniziali conoscenze riguardo l’AIDS ipotizzavano a quel momento un indice di sicurezza di cinque anni e in base ad esso, nel caso di Brodkey, venne individuato il 1977 come anno oltre il quale la presunzione di salvezza poteva dirsi, appunto, ragionevole. Col progredire delle conoscenze mediche, all’insorgere della malattia di Brodkey nei primi anni novanta, la questione si era di gran lunga modificata e a quel punto soltanto un intervallo di vent’anni avrebbe potuto reputarsi sicuro. Comunque, tutto questo in quelle circostanze aveva ormai ben poca rilevanza, e inutile era interrogare i medici o il destino perché dessero conto di quel germe rimasto acquattato e silenzioso in qualche piega del proprio corpo per un tempo così lungo: iniziava, con una polmonite devastante, tutta un’altra storia: “Con un tubo nel naso per respirare, avvolto in un lenzuolo e immobile su una barella, fui spinto attraverso il nostro appartamento, poi dentro l’ascensore, attraverso l’atrio, oltre il portiere, sul marciapiede, all’aria aperta per un attimo e poi dentro l’ambulanza. Fu così che finì la mia vita. E incominciò la mia morte”.

    Proprio così, la morte può essere una storia, da scrivere e vivere allo stesso tempo. Per fare tutt’e due le cose c’è bisogno di coraggio e di una lingua e, soprattutto, di ridare una sistemazione accettabile alle idee e a un tempo che sembrano non volerne sapere di riordinarsi. Nella sua carriera di scrittore, ad esempio, Brodkey non aveva mai temuto il silenzio, tutt’altro. Grazie al frequente protrarsi di lunghi periodi senza pubblicare, le sue apparizioni sul New Yorker e più tardi su altre tra le massime riviste americane, divennero col passare degli anni dei veri e propri eventi. Separati da intervalli piuttosto lunghi e irregolari, Brodkey aveva dato alle stampe, tra gli anni cinquanta e i primi anni settanta, i racconti che avrebbe in seguito riunito nelle due raccolte “Primo amore e altri affanni” e “Storie in modo quasi classico”. Tra il 1977 e il 1983 scomparve addirittura del tutto dalla scena letteraria, esempio di scrittore in cui convivono l’etica dell’essenzialità del proprio lavoro e la scaltrezza nell’alimentare intorno a sé aspettazione e curiosità, assieme a una sfumatura di leggenda. Al sopraggiungere della polmonite, la questione del silenzio prese al contrario fattezze inquietanti, al pari di una bestia tenuta al proprio servizio per lunghi anni che di punto in bianco impazziva di rabbia. La malattia schiacciò ogni cosa, ogni presenza circostante, contro un fondale opaco e tutte le idee, gli eventi, gli oggetti furono in un lampo aggrediti da un isolamento assoluto che li slegava dal resto, da un’evidenza allucinata che ne mutava la natura e le implicazioni. Fu così che questo nuovo concetto di silenzio si appoggiò come un sasso abbandonato sulla superficie incolore della mente: la presenza nera e flagrante, mai realmente percepita prima d’allora, del “silenzio definitivo”. Da quel peso non riusciva a divincolarsi lo sguardo interiore, né a liberarsi la voce: “E non c’era niente che fosse una frase o il seme di un discorso, niente che facesse luce in tutto questo, niente che parlasse di un significato, di qualcosa al di là del respiro”, oppure: “il senso del pensiero mi abbandonò totalmente. (…) Avevo una pallida idea della perduta forza che ci sarebbe voluta per pensare o intuire una metafora, e di quanto fossi lontano dal poterlo fare”.

    Proprio così, la morte può essere una storia, da scrivere e vivere allo stesso tempo. Per fare tutt’e due le cose c’è bisogno di coraggio e di una lingua

    Senza che di solito qualcuno se ne accorga, la catena di eventi che la mente di un uomo organizza – che chiama poi la sua vita – e la catena delle parole procedono assieme, o meglio, sembra esserci un meccanismo alimentato da una pur minima fiducia nell’esistenza che le governa entrambe, letteralmente: che le mette in ordine. I primi mesi che Brodkey trascorse in ospedale, sotto gli effetti della polmonite, furono tormentati da questa difficoltà di organizzare il suo linguaggio e di pensare il proprio tempo, ora che il presente risucchiava tutto nell’inconsistenza della sua sottile dimensione. L’esperienza dell’identità precaria offriva tuttavia dei momenti di conoscenza lucida e incredibilmente penetrante. Come nel giorno in cui il medico gli espose un dettagliato rendiconto delle possibilità di sopravvivenza rispetto allo stato cui era giunta la malattia. C’erano infatti discrete possibilità di arrivare ai diciotto mesi, dopodiché era ancora più probabile resistere fino a tre anni; a quel punto tutto sarebbe tornato in gioco: arrivare a cinque anni poteva ritenersi un trionfo. Ecco dunque cos’era diventato il futuro. Brodkey pensò ironicamente che come meta finale quella non era poi “molto americana”. Americani sono l’ottimismo e la speranza, la propensione, che la pubblicità edifica nella vita di ognuno, a rapportarsi con costante bramosia non verso ciò che vale la pena di conservare, ma verso “quello per cui val la pena di lavorare – questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale”.

    Dovuto con tutta probabilità a questa percezione monca e alterata del tempo, si faceva frequentemente spazio nei pensieri di Brodkey il presentimento di essere un personaggio di storie tenute in piedi da altri. Come la volta in cui riconobbe chiaramente nel suo medico Barry l’eroe della sua storia e in sua moglie Ellen il narratore. Oppure in altre occasioni vedeva come in un incubo, lui scrittore navigato in fatto di mondanità e pettegolezzi, il suo io storpio e malato protagonista dell’aneddoto, preda delle chiacchiere newyorkesi. Brodkey dovette aspettare il giorno in cui fu dimesso dall’ospedale per potersi riappropriare di un ruolo attivo in quel panorama disarticolato, colpito da una sorta di entropia che aveva fatto della sua identità precaria uno spettro vagabondo trascinato in mezzo alle parole altrui. “L’ospedale è come una stazione d’autobus il fine settimana, piena di merce umana in transito, una folla abominevole di pazzi e sbandati. Tornare a casa era un’idea, un’idea mia, e divenne il germe di una storia che era di nuovo mia. L’unico modo in cui il linguaggio consapevole può venire a patti con una scatenata variabilità è raccontando una stbrodkey-storia-della-mia-morteoria in rapporto al tempo reale. Questa è la mia storia: ero arrivato alla fine delle forze di Ellen ed era ora di andare a casa”.

    Gli anni che Brodkey trascorse dopo aver superato la polmonite furono buoni, abbastanza “vivibili”, come aveva assicurato il medico. Una volta fuori dall’ospedale poté riprendere con discreta costanza i lavori interrotti e attendere alla stesura del suo ultimo libro; riuscì anche a concedersi alcuni mesi nella sua casa in campagna, nonché un’ultima vacanza a Venezia. In questi anni la moglie Ellen gli si muoveva sempre accanto, garbata e dolce, triste, vitale e materna. Brodkey ebbe a definirla una volta la sua “credenziale umana” e raramente uno scrittore ha trovato parole altrettanto potenti – intime e sincere. A ripensarci meglio, c’è una forma di letteratura che Brodkey non ha mai smesso di praticare nei suoi anni di malattia, una forma grazie alla quale non gli è mai venuta meno la forza per conservare un ruolo umanamente attivo: questa forma letteraria è la lode della sua compagna. In ospedale lei aveva fatto da traduttrice per le sue parole stentate e incomprensibili, più simili a sussurri e balbettii. E non solo aveva tradotto la parole, ma anche completato e chiarito i suoi pensieri, indovinato la sua volontà. Tutto ciò che lui era stato, Ellen lo preservava, e dove egli adesso era manchevole o disperato lei era pronta a soccorrerlo, ad aiutarlo, a continuare con quel suo vitale bagaglio che era il Brodkey di un tempo, quello di prima della malattia. Come un nuotatore che si getti in apnea e prima abbia affidato alla sua compagna a terra i suoi vestiti e il suo passato, tutti i suoi gesti e le sue parole, una boccetta che racchiude il suo senno. Tutto ciò Ellen lo conservava senza aver ricevuto un mandato e Brodkey lo scoprì avendola accanto: questo vuol dire che lei era la sua “credenziale umana”. E in più, per un singolare sistema di vasi comunicanti, quando Brodkey potè ricominciare a occuparsi di roba letteraria e questioni di casa, fu Ellen a infondergli nell’animo un po’ del suo “interesse e divertimento”.

    Anche nei momenti più duri tra i due nasceva spesso uno strano presentimento di felicità, quando alla fine della giornata si tenevano per mano stesi davanti alla televisione. Una di quelle sere le parole di Ellen furono incredibilmente comprensive, e senza cedimenti: “Rise un pochino, poi si piegò su di me e mi baciò. ‘È davvero terribile’, disse con la sua voce onnipotente da angelo. ‘È davvero terribile’, disse con la sua voce onnipotente da madre. ‘Dimmi che mi ami’, disse con la sua voce solitaria, la sua voce qualsiasi, da donna ferita”.


    Bibliografia
    Harold Brodkey, “Questo buio feroce (Storia della mia morte)”, Rizzoli 1998
    H. Brodkey, “Primo amore e altri affanni”, Serra e Riva Editori 1988
    H. Brodkey, “Storie in modo quasi classico”, Mondadori 1991
    H. Brodkey, The runaway soul, Rizzoli 1998
    H. Brodkey, “Amicizie profane”, Rizzoli 1994


    “Harold Brodkey e l’AIDS: ‘Storia della mia morte’” è tratto da Storie 39/2000 – Mi sono detto
    storie39


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