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LA FASE CRITICA | JOYCE CAROL OATES

Alice Munro: quando la tecnica c’è, la tecnica non si vede

Nel 1974 Alice Munro pubblica la sua terza raccolta,
“Something I’ve Been Meaning to Tell You”.
JOYCE CAROL OATES ne scrive elogiando i racconti.
In Italia lo stesso libro esce nel 2016 e si intitola,
beffardamente, “Una cosa che volevo dirti da un po’”.
[1]
Alla loro prima apparizione, le storie della collega canadese
furono giudicate come oggi. Lodi alla tecnica “invisibile”
e alla profonda conoscenza dei sentimenti umani.


La nuova raccolta [2] di Alice Munro contiene tredici racconti, tutti di piacevole lettura, di autentica grande maestria. Ma ciò che colpisce principalmente è il sentimento dietro le storie, l’evocazione di emozioni che vanno dall’odio feroce all’amore, dallo sconcerto e dal risentimento all’ammirazione. In tutta la sua opera – “Dance of the Happy Shades” (1968), “Lives of Girls and Women” (1972) [3] e questo nuovo volume – c’è un tono rilassato, quasi discorsivo, e così sappiamo d’essere in presenza di un’arte che lavora per nascondere se stessa, in modo da celebrare la propria materia.

alice-munro-something-i-ve-been-meaning-to-tell-youLa narrativa della signora Munro è sempre naturalistica, di fondo, ma i suoi personaggi e la loro reazione alla vita possono essere alquanto mutevoli. Presenta una straordinaria varietà di individui: l’incantevole narratrice sbarazzina di “Come ho conosciuto mio marito” (che ha interrotto le superiori con una media assai scarsa, e “conosce” suo marito mentre è lì che si strugge per un altro uomo); la moglie tradita, estremamente intelligente e profondamente critica verso se stessa de “La dama spagnola” (che si tormenta al pensiero dell’infedeltà di suo marito); l’ex moglie di un “famoso scrittore canadese” che, trovandosi a leggere uno dei suoi racconti riguardante una persona che entrambi conoscevano, e che il marito prendeva di mira, esprime la sua forte riprovazione. “Non basta, Hugo. Tu pensi che basti ma non è così. Ti inganni, Hugo” (“Materiali”). Questi personaggi creano una loro suspense; vogliamo sempre saperne di più, da dove vengono e quale destino li aspetta. La tecnica non è mai fine a se stessa, ma un modo per rivelare i personaggi.

Uno dei racconti più commoventi del libro è “Camminare sull’acqua”, narrato dal punto di vista di un vecchio che abita in un palazzo fatiscente dove vivono anche degli “hippie”, e che fraternizza con un giovane brillante ma emotivamente instabile di nome Eugenio. Vi sono anziani molto perspicaci in altri racconti – in “Marrakesh” e nel racconto che titola la raccolta; e “giovani” le cui vite egocentriche sono fatte apposta per sembrare sprecate e disperate, in contrasto con i vecchi valori che essi credono di aver superato (“Non mi dispiace mai per nessuno”, dice una giovane donna emancipata, quando apprende che qualcuno di sua conoscenza si è suicidato).

Intenso anche “Cerimonia di commiato”, che descrive il funerale – il “servizio funebre” [4] – di un ragazzo ucciso accidentalmente sull’autostrada, e la reazione dei suoi genitori alto-borghesi. Trasformano la morte del ragazzo in un’occasione per mettersi alla prova, per ostentare il loro benessere, la loro ospitalità e una sconsiderata impassibilità, che neppure la perdita di un figlio riesce a infrangere. La signora Munro concede ai suoi personaggi immaginari il raro onore di creder loro in tutto e per tutto. In uno dei racconti più toccanti, “The Ottawa Valley”, l’io narrante descrive la sua famiglia, la madre in particolare, che sta lentamente morendo di Parkinson, ma poi si interrompe per dire: “Il problema, l’unico problema, resta mia madre. Ed è ovviamente lei quella che cerco di afferrare; è per raggiungere lei che è stato intrapreso l’intero viaggio. A quale scopo? Per delimitarla, descriverla, illuminarla, celebrarla, per liberarmene; e non ha funzionato, perché incombe da troppo vicino, come ha sempre fatto. Il che vuol dire che mi sta ancora incollata addosso come una volta, che si rifiuta di staccarsi e che io potrei sforzarmi in eterno, con tutto il talento che ho, e con tutti i trucchi che conosco, e sarebbe sempre lo stesso”.
(Joyce Carol Oates)


volume 1_ontario-review
Joyce Carol Oates, “Something I’ve Been Meaning to Tell You” by Alice Munro, Ontario Review Volume 1/1974.
Per gentile concessione di Joyce Carol Oates.
Traduzione di Maria Teresa De Luca.

[1] La traduzione è di Susanna Basso per Einaudi.
[2] “Something I’ve Been Meaning to Tell You” (McGraw-Hill Ryerson Limited 1974).
[3] “Danza delle ombre felici” è uscito prima per La Tartaruga (traduzione di Gina Maneri, 1994) e poi per Einaudi (traduzione di Susanna Basso, 2013), “Lives of Girls and Women” non ancora. Nel tradurre la recensione di Joyce Carol Oates abbiamo riportato i titoli dei racconti contenuti in “Una cosa che volevo dirti da un po’” nella loro attuale versione italiana. Alla Munro è dedicato anche un Meridiano (a cura di Marisa Caramella, Mondadori 2013) che contiene una selezione dei migliori racconti dell’autrice canadese, sempre con traduzione di Susanna Basso.
[4] Il titolo originale del racconto è “Memorial” (commemorazione), ovvero “memorial service” o, appunto, “servizio funebre”.

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