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LA FASE CRITICA | COOPER CLARKE

Il bardo è punk

Dopo 40 anni di versi scomodi, il poeta di Salford
si è meritato una “Anthologia”: 3 cd e un dvd
che celebrano il vero cantore del punk inglese.
Qui il racconto della sua storia antiaccademica…


(Gianluca Bassi) – Va sempre a finire che John Cooper Clarke passa per una vignetta. Con quelle gambe lunghe e magre, gli occhiali neri e i capelli per aria, la sua scheletrica silhouette è l’icona che ha ispirato un fumetto di Sergio Ponchione.

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“Con Gregory Corso, per esempio, avevamo molto in comune. Per questo eravamo amici. Lui era un orfano italiano di New York che era andato al riformatorio, aveva un carattere ribelle e combattivo. Per un certo periodo è venuto ad abitare a Manchester in un flat vicino a quello di Nico

Al massimo, lo liquidano in fretta come poeta punk, con tanti saluti al suo stile e alla statura non occasionale delle sue liriche. Non che lui faccia molto per farsi capire, eh? D’altra parte, il mercato delle parole va di fretta e nel suo volgere pirandelliano celebra le maschere e non certo le facce.

Non c’è tempo per farsi una ragione dello smilzo “bardo di Salford”, talmente pigro da non avere un telefono, che vive in una casa mezza crollata degna degli Usher e non pubblica un libro da trent’anni (“Ten Years In An Open Necked Shirt” è del 1981). Lui lo dice chiaro e tondo: “La mia religione è l’indolenza. Mi basta un Mars per tirarmi su”.

Sostanzialmente, se ne fotte. Il romanzo autobiografico che sta scrivendo dalla notte dei tempi lo vorrebbe intitolare “One Drink At A Time” (un sorso alla volta). Se ne fotte, John Cooper Clarke. E come dargli torto sapendolo impantanato in quel guado disgraziatissimo fra il Parnaso e il rock’n’roll? Una terra di nessuno per cui sei troppo slang per l’intellighenzia e troppo saccente per i rockettari. Uno stinco di miserabile, ecco quello che si credono di te. Adrian Henri lo spiegava bene: “John è sottovalutato perché molti lo associano unicamente alla musica, non si aspettano di sedersi e di leggerlo”.

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“Anthologia” è una raccolta di 3 cd e un dvd che ripercorre 40 anni di carriera assemblando readings e registrazioni in studio con musiche di accompagnamento curate da The Invisible Girls. La band fu pensata da Martin Hannet, produttore dei Joy Division, appositamente per commentare le strofe di Cooper Clarke. Il dvd presenta filmati rari dal programma della BBC “Old Grey Whistle Test” (1978) fino alla performance al Palace Theatre di Manchester del 2014. Il cofanetto è completato dalle note di copertina di Nick Kent e da un ricco libretto biografico con tributi scritti da Paul McCartney, l’ex Stranglers Hugh Cornwell e Alex Turner degli Arctic Monkeys.

Chi gli vuole bene ne apprezza la trasversalità (che lo fa un ibrido fra un poeta e uno stand-up comedian) e anche il coraggio. John è pur sempre quello che in pieno punk s’azzardava ad aprire i concerti dei Sex Pistols senza essere recensito a bottigliate. A pensarci bene, non era così strano visto che i suoi versi nascono dalla strada, dai suoi primi lavori in officina o in scassatissimi catering e che la sua ammirazione per Baudelaire e De Nerval è più biografica che letteraria: cani sciolti come lui. Ma altri poeti inglesi post-beat (si potrà dire?) come Seething Wells e Graig Charles lo conoscono appena e si sono “venduti” molto meglio sul mercato editoriale.

Lui continua a fottersene e in questo è molto punk. Oggi coltiva il suo culto tirando a campare con reading frenetici, quando legge i suoi versi cospicui e sgraziati nei pub. Perché, dovendo scegliere, Cooper Clarke al Barbican preferisce di gran lunga birra e freccette, il sapore acre di quell’Inghilterra plebea che misteriosamente l’emoziona: “Mi piacciono i posti desolati con l’aria lugubre, i paesi per le vacanze ma fuori stagione. Morecambe, Blackpool, l’Essex è pieno di posti del genere tipo Southend, Clacton… A Southend quando ci vai pensi che è in disarmo, decadente, ma in fondo è sempre stato così, non è mai cambiato. Guardi il lungomare e ti chiedi come diavolo stia ancora in piedi lo stesso negozio d’animali che già c’era nel 1958”.

Da questi paesaggi e dalla rabbia che hanno dentro, nascono poesie sarcastiche come “Beasley Street”, “Health Fanatic” o “I Married A Monster From Outer Space” che lui si ostina a leggere dal vivo come un banditore d’aste: tutte d’un fiato, velocissime, le rende incomprensibili facendone quasi un lamento che rivela tutto il suo fastidio per l’ordine delle cose.
(Gianluca Bassi)


→ COOPER CLARKE, LIVE & UNCENSORED.
“Evidently Chicken Town”
, è forse la sua creazione più ideologica, quella che ha segnato il suo riscatto letterario visto che è stata inclusa al pari di Dante e Milton nel “Faber Book of Political Verse”. Cruda, ossessiva, inevitabile con più di ottanta f-word in cinquanta versi. Solo per questo non lo hanno mai invitato a “Poetry Please” della BBC. In questa scena tratta dal film “Control” di Anton Corbijn, Clarke la declama alla sua maniera.

the fucking cops are fucking keen
to fucking keep it fucking clean
the fucking chief’s a fucking swine
who fucking draws a fucking line
at fucking fun and fucking games
the fucking kids he fucking blames
are nowehere to be fucking found
anywhere in chicken town

the fucking scene is fucking sad
the fucking news is fucking bad
the fucking weed is fucking turf
the fucking speed is fucking surf
the fucking folks are fucking daft
don’t make me fucking laugh
it fucking hurts to look around
everywhere in chicken town

the fucking train is fucking late
you fucking wait you fucking wait
you’re fucking lost and fucking found
stuck in fucking chicken town

the fucking view is fucking vile
for fucking miles and fucking miles
the fucking babies fucking cry
the fucking flowers fucking die
the fucking food is fucking muck
the fucking drains are fucking fucked
the colour scheme is fucking brown
everywhere in chicken town

the fucking pubs are fucking dull
the fucking clubs are fucking full
of fucking girls and fucking guys
with fucking murder in their eyes
a fucking bloke is fucking stabbed
waiting for a fucking cab
you fucking stay at fucking home
the fucking neighbors fucking moan
keep the fucking racket down
this is fucking chicken town

the fucking train is fucking late
you fucking wait you fucking wait
you’re fucking lost and fucking found
stuck in fucking chicken town

the fucking pies are fucking old
the fucking chips are fucking cold
the fucking beer is fucking flat
the fucking flats have fucking rats
the fucking clocks are fucking wrong
the fucking days are fucking long
it fucking gets you fucking down
evidently chicken town.


© John Cooper Clarke

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