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Storie magazine

5/2011 | I DISCORSI

RELIGIONI

Le olimpiadi di Escrivà de Balaguer

    (Barbara Pezzopane) – Josemaría è santo, viva Josemaría! Asinello rognoso, straccio sudicio, strumento inetto e sordo, sacco di miserie, nulla e meno di nulla, grande sciocco, peccatore che ama Dio. Con tale variopinta benevolenza amava definirsi il fondatore dell’Opus Dei, l’aragonese Escrivà de Balaguer, beatificato e canonizzato dal papa polacco rispettivamente nel ’92 e nel 2002. Sua e soltanto sua la mente che ha messo in piedi un’organizzazione religiosa nella quale trovano oggi alloggio circa ottantacinquemila anime. Uomini e donne, sacerdoti ma soprattutto laici, numerari, soprannumerari, ausiliari e via classificando. Un plotone silenzioso e laborioso che si aggira per il mondo perseguendo la santificazione nella quotidianità, con la preghiera, la mortificazione, il reclutamento e principalmente col lavoro. L’Opera, appunto.

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    Escrivà de Balaguer: “[…] vai fuori, nelle strade e nei vicoli; e spingi quelli che trovi a venire a riempire la mia casa; costringili ad entrare; spingili, […] dobbiamo essere un po’ matti […] bisogna uccidersi per il proselitismo” […] “Sii prudente nell’imporre e persino nel manifestare gli obblighi che la nostra gente ha”. O ancora “Il membro anarchico che rompe l’unità del resto dell’organismo muore”

    Il “vero spirito” opusiano, dice chi sa, è contenuto in “Cammino”, che raccoglie riflessioni, massime e aforismi di Escrivà. Dicono che quando parlava ai suoi fosse vietato prendere appunti su quanto degno di essere conservato e pertanto destinato a integrare il corpus dottrinale. Il discorso veniva “adattato” in vista della pubblicazione. E come dargli torto, si sa che scripta manent e tutto quel che dici può sempre essere usato contro di te.

    In effetti, si racconta di un mensile a esclusivo uso interno, dal titolo beneaugurale come una malattia non passeggera – “Cronica” (per gli uomini, “Noticias” per le donne) – che qualcuno molti anni fa ha in parte fotocopiato e trascritto. Circa centoquaranta editoriali del santo, finché era in vita, resi pubblici grazie al fuoriuscito John Roche, professore a Oxford. Ecco come Josemaría esortava: “[…] vai fuori, nelle strade e nei vicoli; e spingi quelli che trovi a venire a riempire la mia casa; costringili ad entrare; spingili, […] dobbiamo essere un po’ matti […] bisogna uccidersi per il proselitismo” oppure “sii prudente nell’imporre e persino nel manifestare gli obblighi che la nostra gente ha”. O ancora “Il membro anarchico che rompe l’unità del resto dell’organismo muore”.

    Niente di strano, è noto che le simpatie del fondatore fossero più per la reazione che per la rivoluzione. Nota la sua vicinanza al dittatore Franco, come pure le simpatie per Pinochet, sotto la protezione del quale l’Opus Dei si consolidò in Cile. Padre Vladimir Feltzmann, il quale ha avuto accesso alla ristretta cerchia dei collaboratori balagueriani, ha persino raccontato che disse a lui, proprio a lui: “Io credo che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso sei milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio. Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei”.

    Se ne dicono tante, di cose, anche che fosse “esaltatissimo” di poter ottenere il titolo di marchese di Peralta, quando qualcuno nell’università dell’Opus Dei aveva scoperto sue presunte origini nobiliari. Debolezze che si possono perdonare anche a un santo.

    Controversa, accusata di essere una setta, un organismo politico di destra, l’Opus Dei di sicuro si configura come prelatura personale, sottratta al potere territoriale dei vescovi e dipendente direttamente dal Papa. Di politico, ha – e non nascostamente – l’interesse per la classe dominante, se il suo apostolato privilegia i laureati, l’elite economica e intellettuale. A onor del vero, annovera anche figli del popolo fra i suoi membri, e cioè le ausiliari, domestiche a vita addette alle mansioni più umili. Con poetica quanto sinistra visionarietà un ex adepto brasiliano (che citeremo più avanti) le ha definite: “mani che usavano mestoli e padelle per riempirci i piatti”. Mani per rifare letti, pulire bagni nelle residenze ove vivono, osservando il celibato e rigorosamente separati, le numerarie e i numerari opusiani.

    Se fosse vero, come si vocifera, che nell’organizzazione si vogliono rimuovere i sentimenti e le emozioni, che in essa regna un riserbo sospetto come quello che contraddistingue le sette, che il proselitismo utilizza sistemi confinanti col plagio soprattutto sulle tenere menti degli “aspiranti”, che la sua rete si infiltra ai massimi livelli della finanza e del potere, ebbene, se tutto questo fosse vero, è vero pure che non avviene in modo aperto, visibile e quindi dimostrabile.

    Controversa, accusata di essere una setta, un organismo politico di destra, l’Opus Dei di sicuro si configura come prelatura personale, sottratta al potere territoriale dei vescovi e dipendente direttamente dal Papa

    Il sito ufficiale opusdei.org, che si snoda fra 72 paesi e una moltitudine di lingue (dalle più parlate fino al cinese, allo sloveno, al lituano), sembrerebbe piuttosto dimostrare il contrario, all’insegna della visibilità massima. Ai guru di Google e dell’indicizzazione questo direbbe qualcosa, ma vivaddio in epoca di democrazia virtuale ci sono anche siti con testimonianze di ex numerari e documenti critici, siti nati e cresciuti per diffondere e rinforzare quella che negli States chiamano “Awareness”. L’intento è di mettere in guardia dalle manipolazioni poste in essere dai culti e dalle sette.

    Già, le testimonianze. Si potrebbe obiettare, come si è obiettato, che chiedere a un ex numerario un giudizio sull’Opus Dei equivarrebbe a chiedere un giudizio sul matrimonio a un divorziato. E perché non a uno colpito dalla sindrome di Stoccolma di pronunciarsi sulla Svezia?

    Cosa ci resta dunque? Restano pur sempre le parole del santo, che ciascuno è libero di interpretare. Parole talvolta affidate incautamente a discorsi filmati in cui, vuoi o non vuoi, qualcosa sfugge. Il ritorno del rimosso, lo chiamava qualcuno.

    C’è un’inchiesta oggettiva quanto perforante intitolata “Il Capitalismo di Dio”, passata su Current e visibile su Youtube, in cui le telecamere entrano fra le mura di alcune residenze opusiane in Cile, apparentemente senza fare rumore. Dopo aver indugiato fra prati all’inglese e case ove l’austerità e il lusso convivono, la macchina da presa si intrattiene su un gruppetto di blu vestite aspiranti numerarie, sedute attorno a un tavolo di legno in un grazioso giardino. Avranno fra i dodici e i quattordici anni e quando si chiede loro per che cosa pregano, rispondono per diventare numerarie, perché non si approvi la legge sul pinotti-opus-dei-segretadivorzio, perché l’Opus raggiunga più persone possibile. Pensare che noi, a quell’età, pregavamo perché mamma a Natale ci regalasse Barbie ballerina.

    È stato detto che la visione di Escrivà fosse castrata e castrante. Un termine esatto, non certo neutro, che evoca la sessualità, non solo le emozioni e i sentimenti o il libero arbitrio. Òbbligati a sorridere, anche se il cilicio ti fa dolere la coscia. Nega a te stesso ogni più piccolo piacere. Fa caldissimo e hai sete, non bere. Mangia quello che non ti piace e non mangiare quel che ti piace, se hai prurito, non grattarti. Semplificando, sarebbe come dire ascolta te stesso e fa’ il contrario di quello che desideri. Questo è sì alquanto castrante, in senso più o meno figurato. In “Opus Dei segreta” di Ferruccio Pinotti, l’ex numerario brasiliano Antonio Carlos Brolezzi confessa che le sue pulsioni erano diventate talmente forti che si fece sorprendere da un sacerdote a disegnare “un viso femminile con un pene in bocca”. Eh già, succede questo a chi vede donne senza vederle, a chi vede solo “mani che usavano mestoli e padelle per riempirci i piatti”.

    Dicono che a Josemaría in gioventù, quando andava a pregare la Madonna del Pilar, fosse stato affibbiato il nomignolo “Rosa mistica”. Cose che capitano fra i giovani, anche queste. Escrivà li amava, i giovani, e non aveva niente contro quelli sani e robusti, anzi. L’ha detto in un suo discorso filmato che è possibile vedere in un documentario di Stefano Rizzelli presentato a “La Storia siamo noi”. Escrivà parla con estrema foga di Olimpiadi, in una inedita similitudine fra fede e sport, e mentre lo ascolti e lo guardi un pensiero ti attraversa la mente facendosi sempre più plateale, una vera e propria epifania: perché prendere a esempio proprio gli olimpionici, corpi atletici nel fiore dell’agonismo? Forse è questo, il ritorno del rimosso, come lo chiamava qualcuno…

    “Mi trovavo a circa 4 chilometri dalla Svizzera in terra italiana e ho potuto vedere, a colori, in televisione, le olimpiadi. Mi sembra ancora di vedere quei tali che sembravano un po’ mosci, eh, hai presente? Prendevano la loro brava asta. Misuravano eh, e poi… Scusate se faccio un po’ il giullare di nostro Signore… Fiasco! Un po’ rammolliti, come dici tu. Rilassavano un po’ i muscoli e tornavano a concentrarsi. Volevano restare completamente assorti in quello che facevano. Ah finalmente, ah, ce l’abbiamo fatta. Ebbene, noi con la grazia di Dio che è l’asta migliore, l’unica asta di cui dispone il cristiano, con la grazia di Dio riusciremo a saltare qualunque cosa, d’accordo?, e ci irrobustiremo e faremo le cose meravigliose che fanno i ragazzi del… (incomprensibile, ndr). Dovreste vederli alcuni filmati che ho visto io. Sono ragazzi robusti, sani, atletici, eleganti e buoni cristiani. È un piacere vederli”.


    → Guarda il documentario “Il Capitalismo di Dio”:


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