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Storie magazine

3/2011 | L’ARTE DEL COMPROMESSO

POLITICA

La democrazia “guidata” di Putin (che tanto piace a tanti russi)

    (Valentina Natale) – Lo chiamano l’Ultimo Zar, ma per il resto del mondo è semplicemente (si fa per dire) Vladimir Vladimirovic Putin. L’uomo forte, il “presidente con le palle” – come i sostenitori amavano e amano tuttora definirlo –, l’ottimo padre che ha salvato la Russia da una sicura bancarotta dandole nuova dignità e un posto privilegiato sullo scacchiere della politica mondiale. Colui che, sebbene abbia da tempo ceduto i poteri al fidato amico Dmitrij Medvedev, tiene ancora saldamente in mano i destini di molti tra la natia San Pietroburgo e Mosca. Un ragazzo, raccontano gli agiografi, partito dalla gavetta, entrato nel KGB per innato romanticismo e voglia d’avventura, che ha finito per diventare una delle figure più potenti e temute al mondo.

    putin-medvedev

    Nonostante la feroce stretta repressiva attuata da Putin (nella foto con Medvedev) contro le opposizioni interne e i metodi a dir poco prepotenti che alimentano la sua “guerra ibrida” contro l’Europa, il capo del Cremlino mantiene un ampio consenso in patria. Frutto, spiega Paolo Garimberti, del profondo nazionalismo dei russi: “Putin ha saputo ricreare in qualche modo quell’URSS la cui scomparsa lui stesso aveva definito ‘una delle più grandi tragedie della storia’. Ha fatto quello che i russi si aspettavano da lui: ha ristabilito ordine, ha ridato un certo credito internazionale, credibilità economica e militare alla Russia”. Negli anni, le stesse “guerre di annessione” combattute in Crimea e in Ucraina da una potenza che ha recuperato la sua forza militare ed energetica hanno lusingato l’orgoglio russo ma anche sedotto governi stranieri sempre più solidali. Certo, ora gli amici di Putin, o presunti tali, da Berlusconi a Yanukovich, non se la passano più tanto bene. Ma, in compenso, nel frattempo è arrivato Trump

    I bene informati sussurrano che le etichette gli vadano strette. Forse è per questo che si è inventato, con un ennesimo atto di trasformismo degno dei peggiori despoti, una nuova, presuntissima forma di governo: la democrazia guidata. Una ricetta fatta a misura di colbacco, che, a seconda, può essere considerata l’emblema del perfetto compromesso o il più mancato degli accordi. All’ombra del Cremlino, il potere centrale controlla, guida e soprattutto corregge i processi democratici facendo credere ai beneamati sudditi, ops… cittadini, di essere al riparo dalla corruzione; dimostrando però spesso una quantomeno scarsa attenzione alla tutela dei diritti civili e della libertà di parola.

    La versione ufficiale parla di democrazia “con un pizzico di autoritarismo”, termine che i supporter minimizzano paragonandolo a una lieve tirata d’orecchie dispensata da un professore giudizioso a un alunno poco diligente e i detrattori accentuano, parlando di dittatura mascherata. Un pugno di ferro invisibile dall’esterno ma tenace come pochi, pronto a scatenarsi su chiunque metta in dubbio le idee del caro leader.

    L’elenco di oppositori, dissidenti, giornalisti invisi alle alte sfere messi a tacere nei modi più disparati è diventato, nel corso degli anni, incredibilmente lungo. Il politologo Stanislav Belkovskij, noto all’estero per i suoi libri di denuncia ma sconosciuto in patria, Garry Kasparov, ex campione del mondo di scacchi (probabilmente lo scacchista più forte di tutti i tempi) e figura di spicco del partito Altra Russia, per non parlare poi della sistematica emarginazione degli oligarchi, del caso Litvinenko e dell’assassinio di Anna Politkovskaja, avvenuto in circostanze che restano ancora oggi tutte da chiarire.

    Putin, da bravo discendente putativo dei Romanov, ama circondarsi di collaboratori dalla comprovata fedeltà, non accetta critiche e come molti hanno notato si è scelto il successore. L’esasperato patriottismo, il dna da animale politico di razza e la cura maniacale dedicata alla costruzione di un’immagine pubblica irreprensibile (i numerosi video in cui si esibisce nel karate, nella caccia e via discorrendo fanno regolarmente il giro delle tv rammentando le nuotate di propaganda di Mussolini, MaoGrillo, ma questo è un altro discorso) hanno (ri)creato un vero e proprio culto della personalità, spingendo le masse a sovrapporre la figura del primo ministro ed ex presidente all’identità del paese stesso.

    Criticare Putin vuol dire offendere la Russia, insomma: un ottimo modo per aumentare i consensi e scongiurare il rischio di rivoluzioni floreali o colorate. Chi non è d’accordo, come detto, se la vede brutta. L’esempio più noto è quello degli oligarchi, privilegiati uomini d’affari che hanno fatto fortuna all’epoca di Eltsin, riuscendo con i loro miliardi a influenzare pesantemente e a lungo la vita pubblica in riva al Volga. Una volta salito al potere, Putin li ha sentitamente ringraziati per il lavoro svolto intimandogli però di occuparsi dei fatti propri e non più delle decisioni governative. Anche in questo caso si potrebbe parlare di compromesso, ma di quelli a senso unico: prendere o lasciare, in una guerra tra uomini che non devono chiedere mai.

    Molti hanno preferito andarsene, ripiegando su un esilio dorato a Londra. Quel Roman Abramovic che si è consolato comprando il Chelsea, Mikhail Chernoy, oppure Boris Berezovskij, effettivamente costretto all’esilio inglese perché principale finanziatore delle opposizioni politiche a Putin poi trovato morto nella sua casa nei pressi di Londra, il 23 marzo del 2013 per un “apparente” sucidio. Altri hanno continuato imperterriti a sfidare il neo Zar accarezzando perfino l’idea di fargli concorrenza dandosi alla politica. Mikhail Khodorkovskij, figura simbolo di questa intricata con la sua Yukos, una “conglomerata” impegnata nella produzione di petrolio, ha pagato l’affronto con la prigione per una non meglio chiarita frode fiscale. Nel 2013 è stato graziato dalla Duma (e Putin ha firmato di suo pugno) ma è subito andato (o mandato) in Germania. A dire no ci ha provato anche il magnate milionario Mikhail Prokhorov, riscuotendo discreti consensi alla testa del movimento Giusta Causa. Quando però ha duramente stigmatizzato la gestione della cosa pubblica perpetrata dal tandem al potere, è stato “licenziato” ed estromesso dalle file del partito.

    anna-politkovskaja

    Anna Politkovskaja,giornalista della Novaja Gazeta prima discriminata poi barbaramente uccisa per il suo impegno in favore della verità e contro la guerra in Cecenia. Un omicidio di cui si conoscono gli esecutori materiali ma non i mandanti, ancora avvolti nel fumo della reticenza e delle false piste. L’ultima, la più surreale, vedrebbe nella morte dell’affermata cronista un tentativo di screditare Putin agli occhi del mondo, cancellando con un colpo di spugna le minacce e le vessazioni subite per anni dalla reporter”

    C’è chi sostiene che ridurre all’impotenza la classe dominante fosse l’unico modo che Putin aveva per restare ben saldo in sella. Anche se fosse vero, questo non spiegherebbe l’atteggiamento di censura stringente adottato nei confronti di giornalisti e operatori dell’informazione, rei di aver denunciato l’esistenza di un comitato d’affari che, attraverso un complicato sistema di clan e sottoclan, controlla gran parte del flusso di denaro generato dal business del gas e di aver criticato violentemente le scelte dell’esecutivo in politica estera.

    Il caso più famoso, controverso e dibattuto è ovviamente quello di Anna Politkovskaja, giornalista della Novaja Gazeta prima discriminata poi barbaramente uccisa per il suo impegno in favore della verità e contro la guerra in Cecenia. Un omicidio di cui si conoscono gli esecutori materiali ma non i mandanti, ancora avvolti nel fumo della reticenza e delle false piste. L’ultima, la più surreale, vedrebbe nella morte dell’affermata cronista un tentativo di screditare Putin agli occhi del mondo, cancellando con un colpo di spugna le minacce e le vessazioni subite per anni dalla reporter. Una donna che non amava scendere a compromessi, almeno non a quelli imposti dall’alto, e credeva di dover rispondere solo al lettore e alla propria coscienza. “Vivo la mia vita e scrivo ciò che vedo”: una delle sue massime preferite, anche se a volte probabilmente gli occhi avrebbe tanto voluto poterli chiudere. Davanti alla pazza escalation degli eventi accaduti al teatro Dubrovka nel 2002 ad esempio, situazione in cui si era trovata a fare da negoziatrice tra parti così avverse da rendere vana qualunque speranza di una soluzione pacifica. O di fronte allo strazio di Beslan e delle infinite guerre scatenate in paesi satellite per preservare l’integrità territoriale. Ma spesso, senza dover andare così lontano, alla Politkoskaja bastava uscire di casa e camminare per le vie di Mosca, lontano dalle mille luci del centro, per toccare con mano la miseria e la disperazione in cui buona parte della popolazione si trovava a vivere. L’altra faccia della medaglia, il prezzo da pagare per mantenere in vita il mito di una Russia ricca e orgogliosa.

    Ma in questa Russia autoritaria, ricca e sperequata, non fidarsi è meglio. Putin ha dimostrato di saper tenere a bada nemici di ogni fazione e caratura politica, mettendo contemporaneamente uomini di sua fiducia nei posti di potere. Per quanto possa risultare semplice e insieme intollerabile, questo gli ha permesso di mantenere le mani ben salde al volante della democrazia guidata.


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