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Storie magazine

3/2011 | L’ARTE DEL COMPROMESSO

PSICOANALISI

Freud e la Gestapo

    (Elena Balbo) – Di cosiddette “formazioni di compromesso” è piena la teoria freudiana, detta anche “scienza ebrea” dai nazisti, che nel 1933 mandarono al rogo i libri di Freud nella Bebelplatz di Berlino. Ma qui non parliamo né di sogni né di sintomi nevrotici.

    Con l’annessione dell’Austria, al padre della psicoanalisi fu concesso di lasciare Vienna e la Bergasse Strasse purché si disponesse a una sorta di “transazione”. Ed lui si “dispose”, a suo modo.

    Infatti, l’episodio che qui di seguito riportiamo [1] mette in luce quali vette sublimi può raggiungere l’arte del compromesso, soprattutto se trasformata in arte del paradosso.

    freud-esilio

    Dopo molte resistenze Freud acconsentì a lasciare l’Austria con la famiglia. La foto qui sopra lo ritrae con l’ambasciatore americano William Bullitt e la principessa Marie Bonaparte all’arrivo alla Gare de l’Est di Parigi, da dove avrebbe poi proseguito il viaggio per Londra

    I nazisti avevano promesso a Freud un visto d’uscita dall’Austria a condizione che sottoscrivesse una dichiarazione da cui risultasse che era stato ‘trattato dalle autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla mia fama di scienziato’, ecc.

    Anche se nel caso personale di Freud la dichiarazione rispondeva a verità, nel contesto più vasto della spaventosa persecuzione degli ebrei viennesi, il documento veniva ad avallare una vergognosa pretesa di equità da parte delle autorità, con lo scopo evidente di usare la fama internazionale di Freud per la propaganda nazista.

    La Gestapo aveva dunque interesse che Freud sottoscrivesse il documento, mentre Freud deve essersi trovato di fronte al dilemma di sottoscriverlo (e quindi di aiutare il nemico a spese della propria integrità morale) o rifiutarsi (e patire qualunque conseguenza avesse potuto derivarne).

    In termini di psicologia sperimentale, doveva affrontare un conflitto di evitamento-evitamento. Freud riuscì a rovesciare le posizioni intrappolando i nazisti nella loro stessa mistificazione. Quando l’ufficiale della Gestapo gli portò i documenti per la firma, Freud chiese se gli era permesso aggiungere un’altra frase. L’ufficiale acconsentì, sicuro com’era della sua posizione one-up, e Freud scrisse di suo pugno: “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessia”. Ora la situazione era capovolta.

    La Gestapo, che in un primo momento aveva costretto Freud a lodarla, non poteva certo fare obiezione per aver ricevuto una lode supplementare. Ma per chiunque sapesse sia pure confusamente cosa stava accadendo a Vienna in quei giorni (e il mondo cominciava a saperlo ogni giorno di più) il sarcasmo di quella ‘lode’ era così devastante da rendere il documento privo di ogni valore ai fini della propaganda. In breve, Freud aveva invalidato il documento con una asserzione che aderiva al contenuto della dichiarazione ma nello stesso tempo lo negava con il sarcasmo.


    [1] D
    a “Pragmatica della comunicazione umana” di Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson (Astrolabio 1971)


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