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LA FASE CRITICA | HARVEY SWADOS

Lo scrittore-operaio tradito dalla classe operaia

Nato e cresciuto a Buffalo, di famiglia bene, Harvey Swados
è stato uno dei pochi scrittori contemporanei americani
a guadagnarsi il salario facendo l’operaio in fabbrica.
La sua vicinanza alle problematiche della classe lavoratrice
non fu sempre adeguatamente ricambiata da quest’ultima.
Ma della sua parabola di intellettuale realmente engagée
restano pagine, narrative e saggistiche, che distillano
l’atmosfera di eccitazione e confusione ideologica in cui si mosse
la generazione di giovani radicali uscita dalla seconda guerra mondiale;
quando gli ideali marxisti si dimostrarono inapplicabili,
quando i sindacalisti cominciavano a diventare membri
della classe media, come illustra il saggio di 
PAUL MARX.

 

Quando Harvey Swados morì nel dicembre del 1972, all’età di cinquantadue anni, non vi fu alcun funerale. Aveva destinato il suo corpo alla scienza. La razionalità prevalse sul sentimento. Le consuetudini indulgenti di un funerale vennero accantonate per dare corpo alle convinzioni.

Harvey Swados

► Harvey Swados nacque a Buffalo nel 1920. Il padre era medico, la madre artista e musicista ed entrambi erano nati in famiglie di ebrei europei. Con un retroterra da classe media agiata, borghesia delle professioni, Swados sviluppa una precoce consapevolezza sociale interessandosi dei problemi della classe operaia, temi che rimarranno sempre al centro della sua produzione saggistica e narrativa

Questa riluttanza a consegnarsi all’indulgenza è uno dei motivi per cui nessuno dei suoi quattro romanzi è mai diventato un best seller.[1] Sono tutti romanzi contemporanei e riguardano tipologie comuni di persone, ma non v’è traccia di furbizia in essi e di ridicolo molto poco. Tutto ciò che Nixon rappresenta è ripugnante per Swados, ma non disprezza l’americano medio che ha messo Nixon al governo. In un’epoca in cui il talento letterario si nutre avidamente dell’abnorme, Swados dedica gran parte della sua vita di scrittore a cercare di capire l’uomo comune americano.

Swados era uno di quei socialisti convinti che cambiamento significasse il cambiamento che la maggioranza voleva. Il cambiamento non dev’essere semplicemente ciò che gli intellettuali pensano che la maggioranza dovrebbe volere. Lo affliggeva profondamente che l’americano medio agisse più sovente mosso dalle proprie paure che per generosità.

Swados, nato e cresciuto a Buffalo, è stato uno dei nostri pochi scrittori contemporanei a guadagnarsi il salario con le proprie mani. Le esperienze alla catena di montaggio gli rimasero impresse, e grazie a queste acquisì quell’empatia primordiale e quella comprensione verso la classe lavoratrice americana che sono divenute così rare tra gli intellettuali. Purtroppo, sono rare anche fra gli stessi lavoratori. È questo il significato del racconto più importante di Swados, “Joe, the Vanishing American”. Già negli anni ‘50 Swados era allarmato dalla frammentazione presente nella vita americana come pure all’interno della classe operaia. In fabbrica e alla catena di montaggio non vi era reciproco coinvolgimento fra le vite degli uomini. La compassione si stava estinguendo. L’allegorico Joe ha un’aquila tatuata sul polso, che a suo dire sta “urlando di rabbia per ciò che è capitato alla repubblica”. Ciò che è capitato alla repubblica è che in posti come ad esempio una fabbrica di automobili “la vita di un uomo va giù per lo scarico come acqua schiumosa”. Non perché è sfruttato dall’industria, ma perché sia l’industria sia gli uomini sono inconsapevoli della necessità di quelle amenità sociali che producono solidarietà e compassione, e in ultima analisi appagamento.

Quel che fa Joe è aiutare il suo amico metalmeccanico, il giovane Walter, che sta cercando di risparmiare un gruzzolo per il college, ad acquisire consapevolezza di cosa siano queste amenità, di cosa occorra fare per rendere la vita lavorativa di un uomo meno frustrante e vergognosa. Come dice Joe:

“A nessuno che arriva qui va di ammettere che questo posto ha un qualche legame reale con la propria vita reale. Dirà che è soltanto una parentesi, e anche se per carattere è un amicone farà in modo di considerare la gente che gli sta intorno come semplici estranei, uomini che non può prendersi nemmeno la briga di salutare quando pianta tutto o viene mandato via”.

Swados lascia intendere che c’è stato un tempo in cui in una situazione di lavoro si potevano trovare uomini  con la testa sulle spalle come Joe, pronti a intervenire e a educare i nuovi arrivati in merito ai sentimenti degli altri uomini. Bisogna che qualcuno dica ciò che alla fine dice Joe a Walter:

“Non credi che anche quell’ispettore abbia le sue ambizioni? Non pensi che abbia ancora il suo orgoglio di uomo? Te lo immagini il costo del lavoro in termini dell’effetto che ha sulla personalità di un tipo intelligente e brillante come lui? Ti sta dicendo che anche se stai per finire intrappolato puoi sfruttare al meglio la situazione, e dal suo punto di vista potrebbe avere ragione. In ogni caso non affrettarti a biasimarlo, probabilmente non ha mai avuto occasione di risparmiare per andarsene al college”.

Joe esorta Walter a ricordarsi una volta che avrà compiuto la sua fuga

“com’era per le persone che facevano le cose che acquisterai… il sudore, lo sfinimento, l’oppressione, la fretta febbrile e la stupida noia”.

harvey-swados-alla-catena

Oltre a insegnare in varie università, Harvey Swados lavorò a più riprese come operaio e da queste esperienze trasse ispirazione per “On the Line” (Atlantic/Little, Brown 1957), un classico della letteratura sul tema del lavoro. Sono storie collegate su nove personaggi addetti alla catena di montaggio in una fabbrica di automobili. Il libro uscì in Italia nel 1958 per Feltrinelli con il titolo “Alla catena”

I vari Walter ce l’hanno fatta ad andare al college o, se qualcosa ha bloccato la loro fuga, ci sono riusciti i loro figli, e i professori non stanno lì a considerare cosa passano le persone che producono gli oggetti che si trovano ad acquistare. I fuoriusciti  sentono dire degli uomini che stanno nelle fabbriche e sotto i tombini che sono un mucchio di sporchi fanatici. Di solito Swados rispettava troppo i suoi personaggi per usarli, farne degli uomini di paglia pronti a essere spazzati via da una raffica di scherno. Ma non sempre. Di tanto in tanto arriva al punto in cui non trova nulla con cui riscattare il male che c’è in un personaggio. Scrive nel solco della tradizione di George Eliot secondo cui le cause sociali e interiori del comportamento sono accuratamente esaminate in ragione di condizioni estenuanti, ma a volte, a differenza del maestro, perde la pazienza e versa l’intero secchio di catrame; al diavolo la comprensione e la solidarietà.

“Standing Fast”, suo lungo, ultimo romanzo sulla vita di un gruppo di radicali degli anni ’30 è rovinato esattamente da queste carenze di solidarietà. Dopo la guerra, quando le alleanze politiche sono state rimescolate ben bene, due del gruppo si fanno strada dimostrando di saper cogliere la grande occasione. Fred Vogel, il professore ex socialista devoto, ora si incipria di fascino e diventa un presentatore televisivo di quiz molto popolare. Harry Sturm, ex funzionario di partito, ideologo e amabile figlio di padre anziano, adesso usa la sua ingenuità per diventare un milionario, il genere del collezionista d’arte. il disprezzo di Swados trasforma i suoi personaggi in caricature.

Tuttavia, per la maggior parte delle seicento pagine di “Standing Fast” Swados riesce a delineare le pressioni, le distrazioni, le tentazioni che spingono le persone fuori rotta e talvolta in un vicolo cieco. Tra gli anni ‘30 e gli anni ‘60 la prosperità ha reso il socialismo un obiettivo meno urgente, distante e vago. Dacché era l’ovvia soluzione alle difficoltà del presente, il socialismo diventa un caro ricordo dell’ardore della giovinezza e una visione distante che viene invocata nell’impellenza di dover esprimere i propri ideali. Ma Joe è giunto alla mezza età e agli anni ‘60 con un ideale chiaro e vicino più che mai. Lasciatosi dietro le spalle l’educazione di plastica ricevuta in California, Joe si ostina a dedicare la propria vita all’elevazione della coscienza rivoluzionaria del movimento operaio. Quelli come George Meany non ne sono sfiorati, e Joe è sulla buona strada per bruciarsi, perdere una moglie onesta e figli di talento.

D’altra parte il newyorchese Norm, che in precedenza aveva dimostrato una notevole leadership nel partito, al ritorno dalla guerra si accorge che il marxismo non è più applicabile. I sindacalisti stanno per diventare membri della classe media americana. E così Norm conclude che

“non si può convincere la gente a fare quello che pensi dovrebbero fare semplicemente perché è morale o logico… La gente ha le sue reazioni per tutta una serie di motivi, la maggior parte dei quali non hanno alcuna relazione con la logica”.

Norm, chiudendo il suo Marx, diventa uno della razza da Marx più disprezzata, un giornalista riformista liberale. Particolarmente memorabile in “Standing Fast”, gran parte del quale è ambientato a Buffalo negli anni ‘30, è il matrimonio tra Irwin, il dentista con amici nel partito, e Carmela, autodidatta, apolitica, inquieta. Si tratta di un matrimonio le cui fondamenta sono minate fin da principio. Il figlio dei due, Paolo, diventa maggiorenne negli anni ‘60. È al centro di una scena che è probabilmente la migliore che Swados abbia mai scritto. Una volta cresciuto, Paul entra a far parte di uno dei valorosi gruppi di giovani attivisti per i diritti civili. È intelligente, sensibile, profondamente altruista. Dopo un buon lavoro fatto nel sud, è coinvolto in una serie di tranquilli progetti a New York. Una notte, di ritorno alla camera-cella che ha preso per sé ad Harlem, è avvicinato da tre teppisti neri. Ascoltando come Paul viene insultato, in un primo momento di essere a caccia di figa nera, poi di essere uno che va “in calore per i negri”, ci si accorge che nulla, assolutamente nulla, potrebbe colmare il divario tra l’angelico ma bianco e istruito Paul e i tre barbari urbani. Dal portafoglio di Paul viene strappata via una foto. Gliel’ha data un amico nero di nome Paul. C’è scritto: “Per Paul da Paul con affetto”. La cosa diverte un sacco uno degli aggressori: “E cos’abbiamo qua, senti senti, l’ha fatta grossa il figlio di puttana, si è andato a trovare il suo bel negretto”. Poi “allargò le gambe e si ficcò la foto tra le natiche. ‘Mi ci pulisco il culo con questo Paul merdoso’”. Pochi minuti dopo Paul giace sulla strada, morto di calci. Swados scrive questa scena con totale onestà. Le strumentalizzazioni politiche a cui potrebbe essere esposta non lo influenzano qui. Se una scena del genere esprime perfettamente i timori di coloro la cui politica detesta, così sia.

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La scrittrice ebreo-americana “femminista” Grace Paley ha confessato un debito di riconoscenza nei confronti di Swados, che ne recensì corposamente il primo libro e grazie al quale fu segnalata al Sarah Lawrence College dove entrambi insegnarono. “Harvey era interessato a uomini e donne della brava gente, o quasi, più di molti scrittori; e anche di lettori. Con brava gente non intendo santi o angeli, ma persone che, in tutta la loro complessità, tengono a fare la cosa giusta. Per fortuna non era un sentimentale. Era troppo integro per concedersi alle morbide bugie del sentimento. Ad un certo punto nei racconti contenuti in ‘Notti nei giardini di Brooklyn’ il mondo è pronto a prendere i suoi personaggi e ad affondarli. La loro innocenza – e la nostra – è lì lì per prendersi una raddrizzata” (Boston Review, summer 2004)

Uno degli ultimi scritti di Swados è un articolo notevole nel secondo numero di The American Poetry Review. Swados racconta del suo coinvolgimento nella campagna McGovern-Shriver, nello specifico come autore di discorsi per conto di Shriver. Swados è ben consapevole del ruolo da egli svolto come scrittore attivamente impegnato in politica. Si sente castigato, tuttavia, dalla posizione assunta da Iosif Brodsky, il giovane poeta russo che ora vive a Ann Arbor. Infatti Brodskij ha dichiarato che l’impegno e l’attività politica sono un servizio minore nei riguardi dell’umanità rispetto alla rappresentazione dello spirito umano nella sua grandezza resa con distacco drammaturgico. “Ciò che colpisce in modo particolare della sua posizione apolitica (o antipolitica) è l’implicita repulsione verso la tirannia della maggioranza”, scrive Swados. Brodskij nel 1956, visto l’appoggio del popolo russo al fallimento dell’insurrezione ungherese, ha cominciato a dubitare che faccia molta differenza chi sia al governo. L’importante è nobilitare lo spirito di un popolo. Brodskij sembra convinto che il raggiungimento di tale obiettivo sia al di là del potere di qualsiasi governo, di qualsiasi gruppo di politici. Nobilitare lo spirito umano è un compito che spetta al poeta.

Swados sente il richiamo della posizione di Brodskij. Ma non è capace del distacco di Brodskij di fronte all’oltraggio. Sceglie la posizione di Solženicyn: il poeta non può essere sollevato “dalla responsabilità di denunciare il vecchio regime o il vecchio presidente”. Questo perché una tale denuncia avrà sicuramente qualche effetto nel mitigare la malignità di chi detiene il potere; è semplice logica. D’altra parte, se nobilitare le persone è il fine del poeta, il poeta stesso non può negare che un governo attento, solidale, possa avere un’influenza molto più pervasiva dell’opera poetica. Sarebbe perciò una forma di autoindulgenza, se non di ipocrisia, rimanere in disparte quando c’è una scelta così chiara da compiere come c’era tra McGovern e Nixon.

Ma la verità più dura per Swados da ingoiare fu che le denunce e gli entusiasmi degli scrittori non attecchivano sulla maggioranza. La lezione, si capisce, fu portata a segno con i risultati delle elezioni del 1972, nelle quali almeno il 99% degli scrittori che fecero sentire la propria voce erano a favore di McGovern.

“Il punto dolente ora che è finita è che tutti noi, dai vecchi leoni della letteratura ai poeti oscuri, siamo stati fermamente costretti a ricordarci della nostra impotenza. Nessuno di noi, neppure il più rinomato, si è dimostrato capace di influenzare il popolo americano nella più piccola misura”.

Come si affronta una tale futilità? “La tentazione non può non essere enorme: maledire il popolo, o unirsi a loro in un’abdicazione dei principi elementari che hanno animato la propria vita di scrittore”. Nel decidere che cosa farà, Swados riecheggia ancora Solženicyn, il quale afferma che “una volta scelto di essere paladini della parola non sarà mai più possibile ritrarsi”. La tentazione di smettere è forte. È molto allettante l’idea di starsene in disparte, leccarsi le ferite e lasciare che i non illuminati marcino dritti all’inferno. Ma non funzionerà, secondo le parole di Solženicyn,

“limitarsi a impartire dalle retrovie le nostre amare osservazioni su come l’umanità sia irrimediabilmente corrotta, su quanto degenerate siano ormai le persone, su quanto sia difficile per le anime belle e delicate vivere fra gli altri”.

No, non funzionerà dire queste cose dalle retrovie. Ma può funzionare usare questo linguaggio da qualche altra parte? Perché ha tutta l’aria di essere molto indulgente. Brodskij non candiderebbe se stesso all’elevazione al rango delle anime belle e delicate. Sa bene, come lo sapeva Dostoevskij, che le vere anime belle e delicate non gravitano nello schieramento di chicchessia. Al giorno d’oggi la maggioranza potrebbe non avere tutto questo bisogno di un Joe che ricordi loro di comportarsi dignitosamente l’uno con l’altro; se da un lato il lavoro che fanno è ancora faticoso e degradante, la storia li ha uniti facendogli provare la soddisfazione di eleggere un Presidente. Sono coloro che sono sfuggiti a una vita di fatica che sembrano avere più bisogno di Joe, affinché gli ricordi che cos’è il lavoro e quali le frustrazioni e l’intera gamma di paure che fanno agire gli uomini stupidamente e in preda all’odio.
(Paul Marx)


the ontario review 1_1974
Paul Marx, “Harvey Swados”, Ontario Review Volume 1/1974.
Per gentile concessione di Joyce Carol Oates.
Traduzione di Maria Teresa De Luca.


[1] “Out Went the Candle” (Viking 1955), “False Coin” (Atlantic Monthly Press 1960), “The Will” (World 1963), “Standing Fast” (Doubleday 1970).

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