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4/2011 | GLI ULTIMI

SOCIETÀ

‘O malommo, l’ultimo guappo

    (Barbara Pezzopane) – Totonno c’ha nemmeno vent’anni quando un giorno incontra ‘o mpicciuso al bar della stazione. S’avvicina al bancone, “Che fai guagliò, non mi saluti?” gli fa quello. Per tutta risposta Antonio gli assesta uno schiaffone. Giovanni Mormone detto l’impiccioso è ‘nu guappo esattamente come il fratello di Antonio, Carmine Spavone, nipote di Ciro il pescatore e galantuomo in carica per far girare le cose giuste in città.

    omalommo

    ► Antonio Spavone detto o’ malommo, il primo vero capo della camorra precutoliana nel secondo dopoguerra. Nel ’63 avrà modo di incontrare Raffaele Cutolo a Poggioreale e ‘o professore avrà modo di incontrare – e odiare – ‘o malommo. Il progetto della Nuova Camorra Organizzata è un’idea che comincia appena a prendere forma nella testa di Don Raffaè. Ne “Il camorrista” (1986) di Giuseppe Tornatore, a Spavone corrisponde la figura di Antonio “Malacarne”

    Era successo a Ciro che mentre pescava un tonno, questo proprio non ne voleva sapere di lasciarsi tirare in barca. E allora dàgli di rampone, con tutti a guardare e una foga di gran conto che da quel momento lo fece battezzare “‘o malommo”. Correggeva torti a suon di schiaffi. Quando nel quartiere c’era qualche dissapore decideva chi aveva ragione e chi no. Poi chi no un bel giorno lo aspettò sul ballatoio di casa sua ed era una famiglia intera e proprio non si facevano capaci di avere avuto torto, cosicché stavolta il rampone infuriò addosso a loro e tirarono le cuoia tutti e quattro, metteteci pure la donna incinta.

    A Ciro pertanto s’era attaccato un nome e un destino – ‘o malommo lo dicevano – entrambi poi passati in eredità al nipote Carmine. Nel 1945, Carmine si contende con l’impiccioso gli affari che a Napoli, distrutta dai bombardamenti ma liberata, si chiamano Americani. Sbarcano coi camion, il cibo, i vestiti, le sigarette e tutto quanto può diventare merce da vendere e trafficare alla borsa nera in una città allo stremo. Mormone è scomodo per la banda degli Spavone, coi suoi arriva sempre primo e s’accaparra le occasioni migliori in combutta con i più fetenti fra quegli stranieri che ammaliano le donne partenopee pronunciando soltanto un “occhei”.

    Fatto sta che quel giorno al bar della stazione l’impiccioso non reagisce. “Tuo fratello non mi ha salutato” reclama più tardi, rivolgendosi a Carmine il quale Carmine doverosamente esce di scena per mano del Mormone alla guisa dei guappi come si deve: non certo buoni buoni a letto mentre la vecchiaia fa il suo corso. A dirla tutta, Carmine fu meno fortunato con la pistola e neanche si era freddato il cadavere che nell’aria fremeva una sola parola: vendetta. Restava da vedere chi avrebbe fatto la prima mossa.

    A Marechiaro c’è un matrimonio nell’aprile del ‘45, si sposa Maria, che è sorella di Carmine e Totonno, cioè a dire Antonio Spavone. Mormone pensa bene di farsi una mangiata anche lui, chissà come al locale accanto, “A fenestella”. I due ristoranti si affacciano l’uno sull’altro per via di una scaletta esterna ed è là che a un certo punto appare Vuolo, spumante e pasticcini in mano. Allo sposo, proprio a lui, s’indirizza all’istante un epiteto incauto da gridarsi a un maritato di fresco per di più cognato a uno Spavone: “scurnacchiato!” Il momento è ora. Fra i tavoli de “A fenesrella”, miracolosamente scampato al fuoco di fila Spavone acciuffa l’impiccioso e sigla la sua vendetta staffilando tredici volte di coltello: “Non song’io che t’accitere ma frateme che te sta ‘nnanzi”. Da adesso in avanti il nuovo malommo sarà lui.
    Ed è un vero ‘uappo, si capisce subito. Vistoso quanto l’abito che distingue i guappi “semplici” da quelli di “sciammeria”. Al processo quasi quasi se la cava quando qualche guaglione pieno di buone intenzioni insiste che Antonio neanche c’era. Protesta con veemenza: “E come non c’ero! L’ho ucciso io per vendicare mio fratello!” Dodici anni secchi, più nove per tentato omicidio di un carabiniere che prova ad arrestarlo. Mai e poi mai i compari approverebbero, buona norma vuole che si facciano in silenzio le cose di cosa nostra altrimenti finisce che si attira l’attenzione e gli affari ne risentono.

    Procida, Poggioreale, il carcere delle Murate. Uno come il malommo è utile anche al fresco, gli basta uno sguardo per tenere a bada tutti. Non sempre però, difatti si guadagna altri undici anni sventrando Mangiaricotta che più avanti aiuterà pagandogli un buon avvocato. Perché il malommo è generoso, oltre che elegante, ama gli spettacoli per detenuti, la canzone napoletana e i privilegi. In gattabuia avrà modo di incontrare Raffaele Cutolo e Cutolo avrà modo di incontrare – e odiare – ‘o malommo. Questo nel ’63, durante il primo soggiorno de ‘o professore a Poggioreale, quando il progetto della Nuova Camorra Organizzata è un’idea che comincia appena a prendere forma nella testa di Don Raffaè.

    Dal dopoguerra Napoli è cambiata assai. Fuori Umberto di Savoia e dentro un altro re che dice al popolo quel che il popolo vuol sentire, cioè case, case per tutti. Negli anni ’50 Achille Lauro è il dominus di Palazzo San Giacomo piacendo alla DC (e tenendo sotto scacco i rossi che inneggiano sventatamente a un quanto mai distante internazionalismo operaio). Trecentomila vani di speculazione, interessi, sulla città nuove mani di nuovi padroni. Poi con gli anni ’60 si apre un cambiamento epocale nel Mediterraneo: Tangeri non è più porto franco e i traffici che contano si spostano a Napoli dove iniziano a convergere gli appetiti di siciliani e marsigliesi. Le nuove leve della camorra non seguono più alcuna regola, si può essere guappi, ladri e mariuoli in una carriera sola. Servirebbe un capo carismatico, della vecchia scuola, a rimettere le cose a posto e rinfrescare le teste calde…

    ‘O malommo è alle Murate nel ’66, quando ci scappa l’alluvione. Com’è e come non è, salva compagni, agenti e persino la figlia del direttore. La grazia a quel punto non gliela leva nessuno, soprattutto Saragat, e a piede libero è accolto con tutti gli onori, banchetti e festeggiamenti. Gli danno un po’ di soldi per ricominciare anche se la malavita non è più quella di una volta, lamenta Spavone, si ammazzano le donne e pure i bambini, la droga avvelena i giovani e lui non ci vuole entrare. Comunque sta sempre in mezzo e questo, forse, non va tanto a genio a qualcuno che con la polvere bianca ci fa “ò businèss”. Passa qualche anno ed è accusato di aver ucciso l’amico Gennaro Ferrigno per una questione di corna, dicono, quel Ferrigno chiamato ‘o sudamericano per il su e giù oltreoceano a commerciar tappeti. Fra primo, secondo grado, Cassazione e una latitanza in Perù, il guappo di Borgo Loreto rientra “non punibile” a Napoli nel ’75.

    Antonio-Spavone-1972-New Foto Sud

    L’arresto di Antonio Spavone nel 1972 (New Foto Sud)

    Gli hanno sparato, una raffica di lupara in faccia. Stava guidando, in una tranquilla giornata d’aprile del ’76. Quelli erano in due sul motorino e a o’ malommo ci portarono via il naso e mezza faccia. Un occhio spappolato e l’altro intatto. Ci vede bene uguale, lo sfortunato. A ‘o malommo neanche stavolta sono riusciti a eliminarlo. Se ne va negli States dal fratello e gli ci vogliono chissà quanti rosari di operazioni perché torni a essere una faccia. Eppure non è morto. Eh sì che a un paio di settimane dai cinquant’anni non ci credeva di essere ancora vivo… Si sa che i guappi non muoiono a letto, di vecchiaia o malattia.

    Tornerà ancora, dagli States, per stabilirsi all’”isola verde” nel ’79. Uomo cerniera, uomo di confine in tutto e per tutto fra vecchia e nuova camorra, sarà nuovamente l’ago della bilancia per concertare accordi, tregue, equilibri secondo un preciso ordine di Cosa Nostra. Nell’84 è arrestato durante il maxiblitz contro la Nuova Famiglia, la federazione di bande avverse a Cutolo. Hanno raccontato i pentiti e svelato le indagini che nella villa di Ischia era un andirivieni di boss. Un po’ strano per uno che ufficialmente commercia in tappeti persiani. Sembra che la mediazione a un certo punto non fu più possibile mentre già si contavano i morti a centinaia nelle strade dell’hinterland campano. O’ malommo si difese in aula: “Ad Ischia venivano in tanti perché in tanti mi rispettano e mi vogliono del bene. Dopo essere stato in America tra Chicago e New York era un gesto di cortesia venirmi a salutare e, d’altronde, dopo ventisette anni di galera conosco tanta gente che ha sbagliato e non dimentico perché sono i più sfortunati come sfortunato sono stato io”.

    Fu assolto, Antonio Spavone ma il guappo di una volta non esisteva più, come eloquentemente sancì il Tar della Campania accogliendo un ricorso contro la sua espulsione dall’isola verde. Il provvedimento era motivato “da fatti”, ormai insussistenti, “di epoca remota”. Un’epoca in cui un nome e un destino potevano passare di nonno, in nipote, in fratello e in cui i ‘uappi non morivano vecchi né per malattia, come capitò all’ultimo malommo un placido 5 maggio.

    Era il 1993 quando il cancro lo stroncò.


    → Guarda il documentario “Firenze 1966 – L’alluvione” (al minuto 25) in cui Alessandro D’Ortenzi detto “Zanzarone”, ex detenuto delle Murate, racconta il coraggio di Antonio Spavone il 4 novembre del ’66 a Firenze durante l’alluvione. In serata, detenuti e guardie sono ancora isolati nella sartoria. La tensione è altissima anche perché nel gruppo degli scampati ci sono delle donne. Ad impedire il peggio interviene il vecchio camorrista. Ricorda D’Ortenzi: “Volevano, questi che non avevano più niente da perdere, violentare le donne… e allora lui le difese a costo della propria vita. Poteva essere benissimo accoltellato…” Come Spavone, anche D’Ortenzi ottenne la grazia dal presidente Saragat per gli atti di salvataggio nella prigione ormai invasa dalle acque.


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