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4/2011 | GLI ULTIMI

MUSICA

L’ultima notte di Jaco Pastorius (o quasi)

    (Maurizio Baiata) – New York. Giovedì 8 novembre 1984.
    Soho, nel Village di Manhattan, il quartiere degli artisti e – oggi – sede di gallerie d’arte prestigiose, studi fotografici e ancora bar malfamati, riviste underground, spaccio d’alto bordo, sono le nove di sera a Green Street, fa freddo e le condizioni meteorologiche sono, per dirla alla newyorchese, “miserabili”, tant’è che l’aria si taglia a fettine di grigia saliva della metropoli.

    Le locandine del “5 & 10” annunciano a sorpresa, con una macchia di rosso sulla vetrina del pub-ristorante, un concerto di Jaco Pastorius e Michael Gerber. In questi giorni a Manhattan si respira più jazz del solito. Sono di passaggio alcuni tra i più rappresentativi musicisti italiani del settore; Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea e Roberto Gatto, invitati dall’Istituto Italiano di Cultura al concerto di presentazione di Umbria Jazz e il grande Dizzy Gillespie ha avuto parole di elogio per loro…

    jaco-pastorius

    “Jaco ondeggia sul basso, è già in un mondo di cui solo lui, o forse anche Gerber, ha le chiavi. Improvvisa attraverso sferzate di energia, adrenalina elettroacustica che gronda fuori dalla pelle, schizzando via dalle ossa… sussulti di vertiginose svisate. Non si riesce a delineare nulla della sua musica, che sia anche una traccia dei Weather Report, di già noto cioè; il flusso non si interrompe e Pastorius sollecita lo strumento con violenza, ne forza le interiora, sviscera le venature di legno”

    Appuntamento alle nove con Giovanni Tommaso al “5 & 10”, Pastorius farà gli onori di casa, insomma siamo invitati proprio da lui. Mi colpisce la mancanza di cerimonie all’ingresso, non ci sono buttafuori in livrea punk, paillettes scintillanti, seni sgorganti e, immediatamente dentro, l’atmosfera è vagamente demodé, tutto verde e rosso, vellutini e abat-jour sulle tavole imbandite. Ci sediamo. E inizia uno dei concerti più travolgenti che io abbia mai visto. Pastorius sale in scena col suo vecchio, sdrucito basso Fender dopo aver sistemato alle tastiere Michael Gerber che è cieco, e la sua musicalità cristallina sale subito alta, fine e quasi impercettibile mentre Jaco viene a salutarci; nello stringermi la mano vedo che è “fuori di testa” completamente, ha un sorriso stravolto sul bel volto incorniciato dai capelli che scendono sul collo. Gerber suona, i camerieri cominciano a servirci, tintinnano i bicchieri.

    Alle 21.30 Giovanni Tommaso non si vede ancora. Campari, Miller e champagne spagnolo, Jaco tracanna un whisky doppio, accarezza le gambe di una bionda seduta all’angolo della tavola, le sussurra qualcosa, poi sale anche lui sul palco mentre Gerber non ha ancora terminato di inventare cristalli liquidi di suono, abbraccia il Fender, gira le spalle al pubblico (circa quaranta persone più o meno compitamente sedute) e va verso il piccolo amplificatore Marshall. Il locale non consente di più: duecento watt al massimo. Pastorius questo lo sa, i gestori del “5 & 10” lo hanno avvertito, non c’è insomma l’agibilità per un sound system fortemente elettrificato e bisogna mantenere il volume basso. Escono note timide da Fender.

    Alle 22 il bicchiere di Jaco è appoggiato sull’ampli, dal quale escono ora furiose pennellate di rabbia, come traccianti nella notte, proiettili che illuminano la sala, la gente si scuote dal torpore dei drinks; il manager baffuto, piccolo, calvo ed antipatico arriva al nostro tavolo, prende da una parte un amico di Jaco e gli dice che così non può andare, che Pastorius deve abbassare il volume altrimenti gli fanno chiudere il locale. Siamo a tre metri dal palcoscenico, Jaco ondeggia sul basso, è già in un mondo di cui solo lui, o forse anche Gerber, ha le chiavi. Improvvisa attraverso sferzate di energia, adrenalina elettroacustica che gronda fuori dalla pelle, schizzando via dalle ossa… sussulti di vertiginose svisate. Non si riesce a delineare nulla della sua musica, che sia anche una traccia dei Weather Report, di già noto cioè; il flusso non si interrompe e Pastorius sollecita lo strumento con violenza, ne forza le interiora, sviscera le venature di legno.

    Ore 22.15. Il manager arabo ha chiamato il fratello in sala. Insieme si avvicinano al palco, dove per un secondo Jaco sembra assorto in una preghiera, il Fender quasi muto. Gli chiedono di fermarsi, lui li osserva con aria infantilmente stupita, non smette di pizzicare le corde del basso poi, dopo aver roteato un attimo la testa con aria da scolaretto, gli chiede “Cosa diavolo vuoi?” seguito da tre punti interrogativi. I due ex uomini del deserto uno in doppiopetto blu l’altro con una camicia verde mare e strass blu replicano “La devi smettere di suonare così. Questo posto ha il suo rispetto, i suoi clienti sono di prim’ordine, non possono sentire questa roba a questo volume”.

    E Jaco, improvvisamente promette di fare il bravo ragazzo. Si riaccosta al Marshall e diminuisce il volume dell’ampli. Poi riattacca a suonare un pezzo di jazz alla Mingus, dolcissimo.

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    Due murales dedicati a Jaco Pastorius ricoprono i lati di un edificio all’interno del parco che la città di Oakland Park (nel sud della Florida) ha voluto intitolare a John Francis Anthony Pastorius III che a otto anni vi si trasferì con la famiglia e che proprio qui esordì con le prime band come batterista. Oakland Park si trova a pochi chilometri da Fort Lauderdale, dove Pastorius visse l’ultimo anno della sua vita e dove morì il 21 settembre del 1987 a causa di una emorragia cerebrale. Pastorius era in coma già da dieci giorni a seguito di una rissa con Luc Havan, buttafuori del Midnight Bottle Club che lo aggredì per impedirgli l’ingresso nel locale. Appena qualche ora prima Jaco era stato allontanato dal concerto di Santana al Sunrise Music Theatre per essere salito sul palco a rendere omaggio all’ex bassista dei Weather Report, Alphonso Johnson, alzandogli il braccio come si fa con il vincitore di un incontro di boxe

    Ore 22.25. È tutto inutile, il rumore, che fa parte del corpo elettrico è di nuovo qui, morsi furenti scuotono la carne e intervengono due colossi del locale che bloccano le braccia di Jaco da dietro, lo stringono, ma lui grande e grosso – chi aveva mai detto che la tossicodipendenza lo aveva ridotto a una larva? – si dimena e non molla il suo basso… siamo tutti in piedi e l’amplificatore continua a vomitare suoni selvaggi mentre i buttafuori riescono ad avere la meglio ed interrompere il Blues dell’artista. Pastorius si lascia ammansire di nuovo, il gestore anche lui è sul palco e gli ha appena fatto cenno di avere una pistola sotto la giacca…

    Ore 22.45. Direttamente al cuore, Jaco suona il finale. Cinque minuti di energia purissima. Brilla sul suo capo la stella di Hendrix. Finisce qui.

    Usciamo. Freddo boia. Luci a zero a Soho. Penso che Jaco è matto, che non dovrebbe fare così, che si sta autodistruggendo, che la sua vita è in gioco, che la droga lo divora dentro assieme al germe della libera armonia interiore. Penso che è troppo, che è ora di tornare a casa. Triste. È allora possibile credere all’ipotesi della morte di Jaco Pastorius come conseguenza di un durissimo pestaggio subìto in un locale di Fort Lauderdale, in Florida. Non sono stato ad indagare su quanto realmente sia successo. Ma ritengo plausibile la storia della rissa con il servizio d’ordine del club in cui il bassista si stava esibendo quella notte. Alcuni cronisti sono stati chiari: non voleva smettere di suonare, i gestori del locale sono intervenuti per obbligarlo ad andarsene, ma Jaco era ubriaco, ha risposto a male parole, gli sono saltati addosso in tanti, lo hanno picchiato. Jaco è morto alcuni giorni dopo, senza mai aver ripreso conoscenza. Possibile, ma schifoso. Possibile, ma umiliante per tutti. Per noi che lo amavamo come musicista inarrivabile, per gli amici che non erano lì – ma ne aveva? – per la gente buona, la brava gente comune che sì, in fondo Jaco voleva risvegliare dal sonno col suo rumore, ma alla quale certo non voleva far del male.

    Brutta storia. Aveva trentacinque anni. Era considerato il più grande bassista degli anni ottanta, forse non da tutti, ma da moltissimi. Era stato con i Weather Report, dove aveva preso il posto lasciato vacante da Miroslav Vitous. Ma con Zawinul e Shorter era stato giusto il tempo per tirare poche note pulite al punto giusto. Poi era iniziato il suo calvario, di uomo e musicista e a New York, in una fredda e umida notte mentre le radio mandavano “I’m On Fire” di Bruce Springsteen… Jaco aveva sollevato il cuore verso l’alto, e aveva forse trovato pace.


    “L’ultima notte di Jaco Pastorius (o quasi)” è tratto da Storie 25/1997 – Le scatole nere
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