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Storie magazine

1/2013 | GLI ASSENTI

CINEMA

Rohmer filma tutti, presenti e non

    (Giulia Borioni) – Succede che la gita in barca viene rimandata, perché quel giorno il tempo è così così. Allora Sylvain inforca la bici e pedala fino alla spiaggia per cercare Pauline. Ma lei non c’è. S’imbatte invece in Henry e Louisette che sono andati a farsi un bagno, nonostante il tempo sia così così. Allora anche lui si tuffa con loro e poi tutti e tre si rintanano nella villetta di Henry per asciugarsi davanti al caminetto sorseggiando qualcosa di caldo. Poi, a un certo punto, mentre il giovane Sylvain se ne sta buono buono a guardare la tv, succede che Henry e Louisette si appartano di sopra, in camera da letto. Tanto quel giorno Marion non c’è.

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    Eric Rohmer sul set di “Pauline alla spiaggia” (1982) con Arielle Dombasle, Rosette e Pascal Greggory che nel film interpretano rispettivamente Marion, Louisette e Pierre.

    Capita però che proprio lei, Marion, irrompa all’improvviso a casa di Henry. Sylvain fa giusto in tempo a salire di sopra per avvertirlo del pericolo che si ritrova scaraventato in bagno insieme a Louisette. Così Henry e Marion rimangono soli, almeno fino a quando lei non intravede un’ombra muoversi dietro la porta. Al che lui, protetto dall’evidenza di una messinscena perfetta, si rassegna a far uscire Louisette e Sylvain dal bagno e placa con disinvoltura la curiosità e i nascenti sospetti di lei, imponendo una versione dei fatti certo utile a nascondere la sua scappatella ma non altrettanto conveniente per la nascente storia tra Sylvain e Pauline. Meno male allora che quest’ultima non sia presente in quel momento, così Marion può decidere di tacerle l’accaduto.

    È così che tutto sarebbe occultato e risolto, se non fosse che quel pomeriggio Pierre ha visto Louisette saltare nuda sul letto mentre si trovava a passare sotto casa di Henry. Peccato però che la finestra la inquadrasse da sola e che lui non possa quindi replicare nulla quando Marion gli spiega la “verità”, cioè che in quella stanza con Louisette c’era il giovane Sylvain, non il suo Henry.

    E meno male, di nuovo, che Pauline non sia lì ad assistere a quel chiarimento, così il segreto resta inviolato e anche la sua storia con Sylvain. Infatti lei ha tanta voglia di vederlo e per questo sale in macchina con Pierre alla volta della spiaggia. È sicura di trovarlo lì, invece Sylvain non c’è. Lo cerca anche in città e al porto, ma niente. Al che Pierre, quasi indispettito dall’ingenuità dell’ignara Pauline, le rivela tutto quello che sa e quest’infinito gioco basato sull’assenza di uno dei personaggi coinvolti non sarebbe ben congegnato se Pauline non se ne fosse già corsa via in lacrime quando Pierre incontra Louisette, la quale gli conferma che quel pomeriggio con lei non c’era Sylvain, ma Henry.

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    Amanda Langlet, all’epoca quindicenne e al suo esordio sul grande schermo, è Pauline. Nella foto con Simon de La Brosse nella parte di Sylvain.

    Detta così, non c’è dubbio che “Pauline alla spiaggia” sia un film tutto costruito su magnifiche ellissi e via dicendo. L’azione incede, infatti, sempre all’oscuro di qualcuno che a turno manca e perde quindi le fila di una trama che al proprio ritorno farà fatica a ricostruire. A riempire il vuoto che di volta in volta si crea ci pensano le parole, e non è un caso in un cinema radiofonico com’è stato definito quello rohmeriano. Parole che, da semplici testimoni di una realtà da raccontare o da chiarire, diventano sintomo di un’incapacità ad agire e, soprattutto, di quell’inclinazione a mentire che è un requisito fondamentale della vita adulta, come imparerà la stessa Pauline alla fine dei giochi, e delle vacanze. Al di là della morale della commedia, il fatto è che “Pauline à la plage” rappresenta l’esempio forse più lampante, tra i lavori di Rohmer, in cui il vuoto agisce come movente drammaturgico. Ma non è certo l’unico. Il meccanismo ricorre infatti più spesso di quanto si possa pensare in una filmografia che, a ben vedere, risulta piena di assenze. Dissolte nelle situazioni più varie e dunque declinate in un’altrettanto vasta gamma di significati.

    Intanto, c’è l’ambientazione vacanziera (un topos, peraltro, non solo in Rohmer ma tipico di tanto cinema francese). Oltre a Pauline, infatti, anche il Gaspard di “Racconto d’estate” e la Delphine de “Il raggio verde” sono sorpresi dal regista in villeggiatura, lontani quindi dalla propria città e da quelle abitudini che nel consueto schiumare dei giorni garantiscono spesso una confortevole protezione. I personaggi dei film citati, invece, lasciano le proprie case e sono proiettati in una dimensione diversa, in qualche modo vuota e quindi tutta da riempire con altri amici, altri ritmi e nuove ricorrenze.

    Poi, l’incontrastato potere del caso. Come nella vita reale, così in un cinema attentamente ordinario come quello di Rohmer, la casualità non può che giocare un ruolo da protagonista. Spesso, infatti, accade che una situazione venga determinata da un imprevisto o un contrattempo e che le scelte di un personaggio siano influenzate da una dimenticanza o una fatalità capace di deviare improvvisamente il corso degli eventi. Basti pensare che in “Racconto d’inverno”, al termine della vacanza – rieccola – durante la quale Félicie e Charles si sono innamorati, lei ha un lapsus e gli detta un indirizzo sbagliato per cui lui non riuscirà più a rintracciarla e diventerà il grande amore (latitante) della sua vita. Finché, anni dopo, i due s’incontrano in autobus e cominciano finalmente una vita insieme, tutti: Félicie, Charles e la bambina nata nel frattempo all’insaputa del padre. Ebbene, l’incontro avviene durante gli ultimi cinque minuti di film. Prima Charles, se escludiamo una breve sequenza iniziale, non appare mai, eccetto che in foto. È assente. Poi eccolo lì, ovviamente per caso.

    Ma, in fondo, che cos’è il caso se non qualcosa che non c’è ma potrebbe essere? Qualcosa che è potenzialmente capace di stravolgere le carte in tavola e mettere alla prova i personaggi? In tal senso, a pensarci bene, è un po’ la stessa dinamica che si innesca in vacanza.

    E proprio questo è l’obiettivo di Rohmer: mettere alla prova i personaggi in situazioni in cui un vuoto (logistico: la vacanza; o contingente: il caso) sollecita un cambiamento o, comunque, la rottura di un equilibrio che non innesca però azione ma introspezione. Insomma, il regista provoca per studiare le reazioni, mostra i gesti per indagare le emozioni. D’altra parte, Rohmer, per sua stessa ammissione, incarna perfettamente colui che in francese si definisce un moraliste, cioè uno “interessato alla descrizione di ciò che accade dentro l’essere umano”, uno che “si occupa di stati mentali e di sentimenti”.

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    La scena in cui Félicie (Charlotte Véry, di spalle) e Charles (Frédéric van den Driessche, accanto a Dora/Marie Rivière) si rincontrano in autobus alla fine di “Racconto d’inverno”, dopo l’assenza di lui durata tutto il film.

    Non si tratta tanto di sviscerare una morale intesa in senso etico, quanto di portare allo scoperto le ragioni di una scelta. Spiega a tal proposito il regista che i suoi “non sono film in cui accade qualcosa di molto drammatico, sono film in cui un sentimento particolare viene analizzato e in cui i protagonisti stessi analizzano i loro sentimenti. (…) Ciò che importa è quel che pensano della loro condotta, piuttosto che la condotta in quanto tale”. E continua: “Ciò che mi irrita nel cinema moderno è il fatto di ridurre le persone alle loro azioni e di pensare che il cinema sia soltanto un’arte del comportamento. In realtà dobbiamo mostrare ciò che vi è al di là del comportamento, pur sapendo che non è possibile mostrare altro che il comportamento”. Vincolo che, badate bene, non rappresenta affatto un limite, dal momento che, conclude Rohmer, “è molto più interessante suscitare l’invisibile partendo dal visibile”.

    Come dire, dal vuoto partiamo e al vuoto torniamo. L’assenza allora è sì il movente drammaturgico, ma anche l’esito di un approccio antropologico che dalle pieghe di un plot spesso pretestuoso conduce alla sintesi di un’astrazione. Invisibile, appunto, come può essere un’increspatura dell’animo umano o l’impercettibile evidenza dell’inconscio.

    A volte, poi, la verità è che nel vuoto ci viviamo. Come la Jeanne di “Racconto di primavera”, per esempio. Una che non sfugge mica dalla scena né si perde, come capitava ai personaggi di “Pauline”, pezzi della storia. Lei è sempre presente, altroché. Assedia gli avvenimenti con una razionalità che comunque non le consente di trovare quell’ordine che tanto le manca. Forse perché ciò che davvero latita in lei è la partecipazione emotiva alle situazioni, anche quelle sulla carta più coinvolgenti, come la relazione con Mathieu o il corteggiamento che il povero Igor azzarda. La diagnosi? Tentato presidio della realtà che culmina nella più recondita delle assenze. Quella interiore.


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