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Storie magazine

1/2013 | GLI ASSENTI

MUSICA

Quando Joe Strummer sparì

    (Valentina Natale) – Diciamolo subito: lui non c’era. Joe Strummer colpevole, per ben due volte, di assenza ingiustificata. Giuria d’eccezione: il manager Bernie Rhodes e i restanti membri dei Clash. Testimoni: un mucchio di giornalisti e addetti ai lavori. Tutti concordi nell’affermare che no, lui in effetti non c’era.

    Chissà quante volte si sono chiesti dov’era finito. Perché, all’improvviso, il popolarissimo leader di una delle band più innovative del punk aveva deciso di far perdere le proprie tracce, lasciando gli altri a darsi da fare. Chissà quante volte si sono chiesti dov’era andato, in quel 1982, quando le copie di “Combat Rock” erano fresche di stampa, il tour già prenotato, i biglietti pronti.

    A Parigi era finito, in Francia. A fare il turista insieme alla fiancée Gabby Salter, passando totalmente inosservato grazie alla barba fatta crescere per l’occasione e a un taglio alla mohicana nuovo di zecca. L’idea era stata di quel volpone di Rhodes, almeno all’inizio: far scomparire Joe prima dell’uscita dell’album, ma solo per finta. Un geniale stunt joe-strummerpubblicitario per far parlare la stampa, garantendosi un bel po’ di visibilità gratuita. Tutto organizzato, tutto deciso: il cantante sarebbe stato ospite per qualche tempo di amici compiacenti, ma al resto del mondo avrebbero detto che nessuno sapeva dove trovarlo. Scherzo riuscito fin troppo bene, visto che Strummer si è eclissato sul serio. Uccel di bosco in un appartamento di Montmartre molto bohémien, divertendosi a leggere le migliaia di articoli, i fiumi di inchiostro versati per raccontare e spiegare la sua misteriosa e quasi incomprensibile fuga. Proprio il tam tam mediatico che Mr. Rhodes voleva, solo che non era più lui a controllarlo. Infatti le notizie sull’irreperibilità del suo pupillo non gli facevano certo dormire sonni tranquilli. Fan inferociti, promoter che chiedevano spiegazioni, concerti che rischiavano di saltare perché nessuno voleva acquistare i biglietti senza avere la certezza che Joe sarebbe tornato; una sicurezza che neppure il di solito informatissimo supermanager stavolta aveva. Alla fine “Combat Rock” è uscito in absentia (ma non all’insaputa) del suo artefice e creatore, uno Strummer che intanto coronava la “scappatella” transalpina correndo in incognito la maratona di Parigi.

    L’hanno rintracciato poco dopo, costretto con moine e minacce a tornare ai suoi doveri anche se il mood nella band non era più quello di prima. Troppe tensioni, litigi continui con Mick Jones, fino a quello stringato comunicato con cui al chitarrista e principale compositore dei Clash veniva dato il benservito. Molti (col senno di poi) pensano che questo momento abbia segnato l’inizio della fine, ma pochi avrebbero saputo o potuto pronosticarlo dopo il successo planetario e la marea di consensi incassati da “Combat Rock”. Invece la rottura era più vicina del previsto, ad appena un disco e qualche anno di distanza. Certo, dare un successore a quella manciata di canzoni che erano piaciute un po’ a tutti era un impegno non da poco, una dannata faccenda. I Clash (con i nuovi Greg “Vince” White e Nick Sheppard) ci hanno provato.

    Trasferta in Germania, in uno studio di Monaco scelto dall’onnipresente Bernie perché molto economico (a detta di Joe). Ma le cose andavano a rilento, non funzionavano. Su consiglio del manager, i Clash provavano nuovi arrangiamenti, sperimentavano, tiravano fuori sintetizzatori, tastiere. Paul Simonon veniva quando voleva, le idee di Strummer dovevano sempre essere approvate da Rhodes che, forse perché era anche produttore e principale finanziatore, forse perché voleva fargliela pagare per lo “scherzetto à la française”, dava raramente il suo indispensabile consenso. Stanco, frustrato, incredibilmente deluso, malinconico per l’assenza di Mick di cui sentiva la piena responsabilità, Joe aveva bisogno di pensare, di chiarirsi le idee in solitudine. Così se l’è squagliata, di nuovo.

    Joe Strummer: “Se hai la possibilità di fare errori, penso che dovresti. Però alla gente non piace starti a sentire mentre ammetti di averli commessi”

    Le registrazioni di quello che sarebbe diventato l’infausto “Cut the Crap” sono finite senza di lui. L’ha visto in un negozio, l’album, quando è uscito. L’ha sentito una volta, e ha capito che il manipolo di impegnati giovanotti britannici di cui faceva parte era arrivato al capolinea. Non ne parlava mai volentieri di “quel” disco, nelle interviste. Laconico, sfuggente. Se qualcuno poi tirava fuori la storia (ormai diventata di pubblico dominio) della sua “non presenza volontaria” durante la realizzazione, si chiudeva in un mutismo totale. La stessa cosa, per anni. Tutti curiosi di sapere dove fosse andato a riflettere, mentre Rhodes confezionava, tirava lucido e pubblicava il canto del cigno, ma lui niente. Solo molto tempo dopo, riconciliatosi col passato e derogando per una volta al suo motto preferito, “Se hai la possibilità di fare errori, penso che dovresti. Però alla gente non piace starti a sentire mentre ammetti di averli commessi”, ha svelato l’arcano. Dopo aver vagabondato a lungo, si è fermato in Spagna. A piangere sotto una palma sulle colline, in cerca del raccoglimento e dell’energia di cui aveva bisogno per decidere del futuro, per pianificare le mosse successive.

    Joe Strummer assente ingiustificato dunque, un gesto da nota sul diario e torna domani accompagnato dai genitori tipico del bastian contrario che era e non ha mai smesso di essere. Joe Strummer che forse ha risposto: no grazie me ne vado, non mi diverto più, a quella domanda dal sapore amletico (“Should I Stay Or Should I Go?”) posta al tempo di “Combat Rock”. Joe Strummer che non c’era, in fuga perché forse aveva capito tutto in anticipo: che non si può continuare a fare punk se vogliono trasformarti in una rockstar. E allora meglio darci un taglio, sparire e mandare tutto all’aria. Buttare il giocattolo a terra e romperlo. Provvedere tu stesso, prima che ci pensi qualcun altro.


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