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Storie magazine

1/2013 | GLI ASSENTI

ARTE

Il teschio perduto di Goya

    (Perché mai Francisco Goya Y Lucientes, uno dei maestri della pittura spagnola,
     fu sepolto decapitato? Perché il suo cranio sparì? Una storia inquietante
    che si mescola ai principi della frenologia, scienza occulta dell’800 che pretendeva
     di mettere in relazione la forma del cranio con le caratteristiche della persona)


    (Alessandro Staiti) – “Sono le 12 di una notte ai primi di novembre dell’anno 1837… Un uomo avvolto in un ampio mantello avanza cauto…”  Così Gregory Abbott inizia a descrivere nel suo libretto “Donde està la cabeza de Goya?”, pubblicato a Barcellona nel 1962, l’assalto al cimitero di Bordeaux e la macabra violazione della tomba di Francisco Goya Y Lucientes; e continua la sua storia del furto del teschio con una dose di romanticismo così manieristicamente ossianico da apparire senza dubbio parto della pura fantasia. Lo scritto di Abbott si rivela improbabile, a partire dall’enunciazione troppo precisa dei parametri calendarici. A sconfessarlo è soprattutto Juan Antonio Gaya Nuño nell’amabile saggio “La orripilante storia del teschio di Goya” (Edizioni dell’Elefante 1990). L’autore si addentra nel tenebroso mistero, che ancor oggi avvolge la sparizione del cranio del celebre pittore dei “Capricci” e delle “Follie”, con l’intento pressoché scientifico di raccontare come effettivamente andarono le cose, cercando conferme nella bibliografia più attendibile. L’atmosfera stessa che avvolge l’itinerario esistenziale e creativo di Goya colora a tinte fosche anche questo finale atto sacrilego: che ne è stato della sua testa? Chi ebbe interesse ad appropriarsi della macabra reliquia? E in che modo fu compiuto il singolare furto?

    Interrogativi già di per sé molto inconsueti, che stentano a trovare una precisa risposta; specie quando anche un destino onomastico ci mette lo zampino: quella strada di Bordeaux che passa accanto alla tomba dell’artista, situata proprio in fondo al cimitero, porta il nome di Coupe Gorge, che in francese sta per “Taglia gola”. Ma tra le cosiddette scienze occulte qui ne interviene pure una che andava molto di moda alla fine del Secolo dei Lumi: la frenologia, lo studio di una presunta correlazione tra la forma delle ossa del cranio e difetti e virtù che la persona esprime. Se il teschio del Goya fu trafugato, infatti, lo si deve a qualche esaltato frenologo a caccia di conferme della stravagante teoria che realmente produsse mostri della ragione (l’esempio di Cesare Lombroso e del suo tipico delinquente vale per molti altri). Ne parla Ramòn Gomez de la Serna nella sua lucida e partecipata biografia di Goya:

    Quale giovane cupido di scienza e di scoperta palpò la veneranda testa di Goya, cercando la zona n. 26 in cui si annida la facoltà intellettiva della prospettiva del colore, collegata alla conoscenza delle relazioni e della differenza dei colori? In Goya non era interessante solo questa zona n. 26, ma anche la 18 che contiene la “meravigliosità”, la 19 che segnala l’immaginazione e la 20 che rivela lo spirito di satira e di causticità.

    Ai tempi in cui venne decapitato il cadavere, la gente credeva alla frenologia come al Vangelo. Era stato Franz Joseph Gall (1758-1828), un fisiologo e anatomista tedesco, ad annunciare a Vienna, nel 1796, la scoperta della frenologia: osservando protuberanze, depressioni e dimensioni della scatola cranica, suddivisa ad hoc in settori numerati, Gall pretendeva di diagnosticare propensioni e attributi di ogni specie per qualsiasi individuo. Fu un suo discepolo, poi, Spurzheim, a organizzare in forma più specifica le scoperte del maestro e a diffonderle largamente attraverso l’Europa occidentale. Gli spagnoli prestarono grande attenzione alla nuova paradisciplina: fin dal 1806 iniziarono ad apparire i primi testi sull’argomento finché nel 1836 il principale frenologo spagnolo, Mariano Cubí y Soler, affascinato dal “Compendio di Frenologia” di Combe, pubblico la sua “Indroducción a la Frenología”; si recò negli Stati Uniti e lì fece moltissime conferenze e osservò migliaia di crani.

    Dilungarsi su Cubí non è pura digressione: la sua dottrina esaltò tanto gli animi che si creò un vero e proprio gusto per il dissotterramento dei cadaveri. E anche se in Spagna la popolarità della frenologia coincise con la rivoluzione e le guerre civili e con una gran messe di cadaveri “freschi”, ai frenologi interessavano soprattutto i crani di illustri ed eccezionali personaggi, tra i quali si sa per certo che almeno uno fu studiato da Cubí: quello del Generale Conte di Spagna, gettato con una pietra legata al collo il 2 novembre 1839 dalla giunta carlista di Berga nel fiume Segre e quindi ritrovato dal dottor Alegret a Coll de Bargò.

    Torniamo a Goya: nato in Aragona, a Fuendetodos nell’inverno del 1746 da Gracia Lucientes, iniziò come pittore di vocazione, mentre dentro di lui si agitavano gli incerti insegnamenti manieristici del cognato Francisco Bayeu e di Antonio Rafael Mengs, le delizie del Tiepolo e certe altre influenze italiane e spagnole. Divenne accademico di San Ferdinando nel 1780, e divenne il più ambito ritrattista della famiglia reale e dei circoli più in vista di tutta Madrid. Tra il 1792 e il 1793 fu colpito da una grave malattia la cui natura non è mai stata accertata, forse una lieve emiplegia dalla quale non guarì mai completamente perdendo l’udito. Nacquero così, in seno alle conseguenze di quella menomazione che contribuì a farlo isolare dal resto dei consimili, i “Capricci””, pieni di burle, sarcasmi, mostruosità. Recuperò pian piano la salute, ma poi fu la guerra di indipendenza contro i francesi a suggerirgli la crudele realtà delle fucilazioni, impiccagioni, stupri. Nel 1819 riprese le incisioni di sogni, le “Follie”. La sua immaginazione s’incupì ed ebbe il culmine del non sense nella decorazione della casa di campagna vicino al Manzanares, detta Quinta del Sordo: un’assemblea di stregoni presieduta da un caprone, Parche volanti, Saturno che mangia uno dei suoi figli. Furono dette “Pitture nere” proprio per la loro tenebrosità. Nel contempo (siamo nel 1820) riuscì a dipingere i volti di donna e di bimbi più puri che si siano visti, pieni d’amore e d’innocenza.

    Quando il movimento costituzionale venne distrutto dalla Santa Alleanza, Goya espatriò a Bordeaux, pur di restare lontano da Ferdinando VII e la sua odiosa consorteria. Rientrerà in patria nel 1826, e per breve tempo, per il ritratto di Vicente López, vero capolavoro della vecchiaia. Tornato a Bordeaux, dipinse ancora opere magistrali finché nel 1828 la morte lo raggiunse. Il primo aprile perse la parola colpito da un’emiplegia destra. Morì nella notte tra il 15 e il 16 aprile. Il console di Spagna a Bordeaux fece il verbale il 16 aprile, le onoranze funebri si svolsero nella chiesa di Santa Maria e Goya fu sepolto nel cimitero della Chartreuse, sepolcro n. 5 del settore 7, di proprietà della famiglia Muguiro, con la quale era stato in ottimi rapporti. In quella stessa tomba, tre anni prima, era stato sepolto il consuocero Don Martín Miguel de Goicoechea: particolare rilevante.

    Goya morì nella casa n. 39, attuale 57, della Strada dell’Intendenza, dove viveva in compagnia di “Donna” Leocardia Zorrillia e di Rosarito Weiss, figlia di questa. Entrambe le donne lo avevano accudito nella sua vecchiaia. Alla morte di Goya furono presenti anche Pío de Molina e Antonio Brugada, un allievo. Persone troppo rispettose e intime dell’artista per pensare ad un’eventuale profanazione dei suoi resti. Morto e sepolto, la sua fama crebbe a dismisura. Ora, questa tomba non fu mai curata, né le spoglie traslate sul suolo natìo finché non divenne console di Spagna in Bordeaux Don Joaquín Pereyra, la cui moglie morì in quella città e anche lei fu inumata nel cimitero della Chartreuse. Il diplomatico vedovo, nel passeggiare per il cimitero, si imbatté un giorno nella tomba di Goya, ormai in stato di abbandono, e da quel momento fece di tutto per riportare i resti del Maestro in Spagna.

    Dopo varie peripezie burocratiche, il 16 novembre 1888, in presenza di Pereyra, del cancelliere del consolato, del commissario di Polizia, dell’Ispettore dei Cimiteri di Bordeaux, del direttore delle pompe funebri e di due testimoni, si procedette all’apertura della tomba dei Muguiro. Furono aperte due casse: al corpo che con tutta probabilità appartenne al grande pittore mancava il cranio; varie considerazioni portavano a confermarlo e la cassa non sembrava mai essere stata aperta, né all’interno furono trovati denti o la mandibola inferiore. Quindi si pensò che la salma fosse stata inumata acefala, decapitata da qualche folle amatore di rarità o da qualche medico.

    Da quel momento iniziarono le complicazioni: il Pereyra non se la sentì di confermare che si trattava dello scheletro del Goya e così suggerì al governo di traslare ambedue le spoglie, quella di Goya e quella del consuocero. Il governo di Bordeaux si oppose per vari motivi e così il progetto venne bloccato. I resti di Goya e di Goicoechea tornarono sotto terra e pochi vennero a sapere dell’atroce mutilazione.

    La faccenda si riaprì nel 1894 ma fu rimandata al 1899, anno in cui il Ministro del Fomento, marchese di Pidal, riesumò nuovamente le due salme. Il 5 giungo le ossa partirono per la Spagna e l’11 maggio del 1900 furono deposte nel sepolcro costruito appositamente nella Sacramental di San Isidro. Ma da lì vennero infine portate nella chiesa di San Antonio de la Florida il 29 novembre 1919, e da allora nessuno è andato più a tormentare le mutilate reliquie. La pergamena che accompagnava le spoglie dava ufficialmente la notizia che la testa mancante del pittore era stata affidata “com’era risaputo” ad un medico, per uno studio scientifico, e mai più restituita. In realtà ciò non era affatto risaputo e vi era totale disorientamento su quel che era potuto accadere al cranio di Goya.

    Quando nel 1928 si celebrò il centenario della morte del pittore, Don Hilario de Gimeno dava notizia che aveva trovato in un negozio antiquario di Saragozza un quadro di Dioniso Fierros (che poi passò al Museo Provincial de Bellas Artes della stessa città) raffigurante il teschio di Goya, con tanto di scritta e relativa autentica del marchese di San Adrián, che Nuño, nel suo saggio, indica come secondo complice del misfatto. Ma Fierros, ospitato a corte dal sesto marchese di San Adrián, pittore mediocre in quanto a originalità, morì improvvisamente, seguito poco dopo dal marchese, cosicché ogni verifica si rende vana. A questo punto Nuño ipotizza la complicità di un terzo uomo, l’esecutore materiale dell’esecranda mutilazione.

    Ma che fine fece il teschio, comunque, dopo la morte dei due complici? Capitò nelle mani di uno dei figli di Dioniso, Nicolás, studente di medicina all’università di Salamanca, che lo sfoggiava, ignorando a chi fosse appartenuto in vita, di fronte a compagni di corso. E, quasi a conferma del gusto sarcastico e perverso che quel cranio ospitò quando era attaccato al corpo, fu sottoposto a un inutile e singolare esperimento di disgregazione consigliato dal professore di anatomia: riempito di ceci inumiditi, esplose in seguito alla forza espansiva dei legumi. I resti furono ripartiti tra gli studenti e a Nicolás restò il parietale destro e un pezzo del mascellare inferiore, osso che già da tempo doveva trovarsi staccato dal resto, perché non viene neanche raffigurato nel quadro di Dioniso. Nicolás Fierros divenne medico e morì nel 1933. Conservò i frammenti di ossa salvatisi e li riportò nella casa di famiglia a Rivadeo, fra la Galizia e l’Austria, ove si dovrebbero trovare ancora adesso.


    “La testa perduta” è tratto da Storie 2-3/1992 – I piani di fuga

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