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Storie magazine

1/2013 | GLI ASSENTI

SOCIETÀ

I suicidi al tempo della crisi

    (Gherardo Fabretti) – Secondo Roberto De Vogli, professore associato di salute globale all’Università del Michigan e all’University College di Londra, Michael Marmot (Department of Epidemiology and Public Health) e David Stuckler (Department of Sociology, Università di Cambridge) sono 290 i casi complessivi di suicidio e tentato suicido riconducibili alla crisi economica in Italia. Trentotto fino alla prima metà del 2012 e un non meglio precisato numero alle soglie 2013suicidi. Stefano Marchetti, responsabile di una recente indagine dell’Istat (2010) sui suicidi (tentati e riusciti) in Italia, ha individuato 3.048 suicidi, di cui ‘solo’ 187 riconducibili a motivi economici in base alle indagini delle autorità; nel 2008, i suicidi per ragioni economiche erano stati 150 su un totale di 2.828 casi; nel 2009, 198 su 2.986 casi. Il dato, anzi i dati, presi così suonano quantomeno inutili. Sarebbe sufficiente spendere ottanta minuti della propria esistenza per guardare un film di Aki Kaurismäki (magari “Le luci della sera”) per iniziare a vedere le cose da una prospettiva più ampia.

    Non è il caso di abbandonarsi a statistiche geo-psicologiche, pennellando diagrammi sul perché un imprenditore finlandese avrebbe cento motivi in più di togliersi la vita rispetto a un collega della Brianza, pur ammettendo che vivere tutta la vita in mezzo alla tundra non sia il massimo per il libero sfogo delle endorfine, a meno di non chiamarsi Albert Hoffman o Keith Richards. Ugualmente, chi pretende di ridurre il gesto di questi assenti definitivi a una resa di fronte a una cartella esattoriale è probabilmente lo stesso che in cuor suo pensa che Pier della Vigna si sia ammazzato perché nel XII secolo non esisteva ancora l’articolo 3 della Costituzione.

    La matematica, se non è un’opinione, non è nemmeno la più globale delle discipline, tuttavia, in rari casi, la glaciale oggettività della cifra sembra l’antidoto migliore ai voli dei lanci d’agenzia.

    Alle statistiche, come agli oroscopi, però, lo spirito illuministico si rifiuta di prestare ascolto, preferendo loro una bella colonna di giornale ammannita dal cronista di turno; storie di vite interrotte che sommate giorno per giorno darebbero facilmente vita a una nuova “Antologia di Spoon River”, coi protagonisti imbavagliati: a nessuno di loro, infatti, è stato concesso dire qualcosa sul perché del loro gesto.

    Le gesta ultime dei ‘violenti contro sé stessi’ hanno dominato le pagine dei giornali per tutto l’anno scorso, mentre sedicenti giornalisti arricchivano il carniere giorno per giorno con particolari sempre più zoliani. Il suicidio da crisi sembra avere smesso di fare tendenza quest’anno, vinto nettamente dall’IMU e dall’acquisto di Balotelli da parte del Milan.

    La crisi, invece, continua ad essere la risposta a tutti i mali del decennio, la stele di Rosetta che decifra ogni mistero del cuore umano; la creatura “che tutto move, per l’universo penetra, e risplende”, per dirla ancora con Dante. Ma la crisi è soprattutto l’alibi di un mondo che va sempre più giù, il cubo di Rubik dalle infinite combinazioni, buono a spiegare ogni cosa; l’analfabetizzazione dell’anima dilaga come una cancrena e divora brano a brano ogni forma d’etica e morale, seppellendo sotto una frana di semplicismi millenni di ripide salite lungo il crinale della civilizzazione; il risultato è un universo fatto non più da timori e tremori ma da terrori e orrori. Serge Latouche (1940), economista e filosofo bretone, ben visto dalla sinistra radicale europea, non ha forse torto a individuare l’origine di questa generale nevrosi economica nella generale perdita del senso del limite, del traguardo, del finito. Non è forse “crescita” la parola più in bocca a giornali e politici? Un imperativo morale, una categoria dello spirito, una crociata senza istruzioni, senza beneficiari determinati: crescere, crescere, crescere! Un po’ come la rana della favola di Esopo, che a furia di gonfiarsi finì per rimetterci la pelle.

    Serge Latouche non ha forse torto a individuare l’origine di questa generale nevrosi economica nella generale perdita del senso del limite, del traguardo, del finito

    Stiamo forse troppo a pensare al denaro e troppo poco alle cose belle della vita? Sarebbe disonesto risolvere il problema con quesiti new age del genere: le tasse vanno pagate, i pignoramenti sono reali, il lavoro manca sul serio. Forse, però, il nocciolo della questione sta proprio qui: non sono i cittadini ma i governi incapaci di dare valore alle cose importanti della vita. In Belgio dalle tasse (salate) si scarica tutto e il denaro risparmiato dalle famiglie va in vacanze, tempo libero, concerti; nei paesi scandinavi c’è uno spazio giochi e una nursery anche nel paesino più sperduto della taiga norvegese, profumatamente pagati dalle imposte dei cittadini; nella tedesca Amburgo l’università è tornata completamente gratuita dal 2011 dopo le proteste degli studenti per le promesse fatte dal governo.

    In Italia si paga tutto, dalla sanità (a meno di non volersi risvegliare in ospedale con un ferro in pancia) all’università, e le forme di protesta, anche quelle più estreme, portano al massimo ad intonare lamentosi peana di un giorno o più seguiti da infinite dichiarazioni di intenti mai conseguite. Le parole sono pietre ebbe una volta a titolare Carlo Levi: c’è chi le mette dentro un sacco per zavorrarsi i piedi prima del tuffo; sarebbe meglio lanciarle contro chi vorrebbe vederci fare la fine della rana. Le politiche di febbraio 2013 la dicono lunga; cominciamo ad armarci?


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