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LA FASE CRITICA | GEORGE WOODCOCK

Il lavoro del poeta è segreto

Fine intellettuale canadese, anarco-pacifista vissuto a lungo in Inghilterra,
GEORGE WOODCOCK è stato un prolifico scrittore di poesie, saggi, biografie
e opere storiche, oltre che fondatore della rivista Canadian Literature.
Come dimostra la recensione di “The Poet’s Work” (Houghton Mifflin 1979),
volume dedicato all’arte della poesia, la sua era una militanza di parola.


Uno dei saggi più interessanti che Reginald Gibbons ha raccolto in “The Poet’s Work” (29 Masters of 20th Century on the Origins and Practices of Their Art) è del poeta australiano A.D. Hope. Si intitola “The Three Faces of Love”, e propone la tesi secondo la quale, a differenza poets-work2di quanto sosteneva San Tommaso d’Aquino circa i due aspetti della vita, l’attivo e il contemplativo, ve ne sono invece tre, poiché l’aspetto creativo si distingue dagli altri per sua natura, finalità e necessità. Quel che in ultima analisi interessa a Hope è il miglior tipo di educazione per i poeti, e conclude che ciò di cui “la maggior parte delle persone ha bisogno per affrontare il proprio mondo è forse un addestramento della capacità positiva. Giacché il fine è noto, i mezzi possono essere adattati ad esso”. Ma, come egli osserva, “il fine della vita creativa è qualcosa di non prevedibile”, e quindi l’educazione di cui ha bisogno l’artista è di un genere che, a parte l’insegnamento delle necessarie competenze tecniche, alimenterà ciò che Keats chiama “capacità negativa”, la capacità – come dice Keats in una sua famosa definizione – “di permanere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio, senza dannarsi a inseguire fatti e ragionamenti”.

Come osserva Hope, ciò che distingue la vita creativa dalle altre modalità dell’esistenza è che “la vera creatività deve creare se stessa”. Questo, naturalmente, è il genere di educazione che, per sua stessa natura, non può essere trasferito per iscritto in termini specifici, dal momento che la sua idea di fondo è l’apertura all’imprevisto. Ma è significativo, considerando il saggio di Hope nel contesto di “The Poet’s Work”, che l’autore parta dalla riflessione che, mentre le altre arti possono essere insegnate nella misura in cui abbracciano abilità fisiche che possono essere trasmesse e in cui gli errori possono essere facilmente individuati e corretti, con la poesia è diverso, poiché, come dice Hope “un poeta che compone una poesia lo fa… in un mondo privato di cui nessun altro può essere partecipe finché non sia stato creato e tradotto in parole dal poeta. Scrivere è un’operazione solitaria fin dal principio; il materiale plasmato dalla mente è il materiale della vita mentale stessa”. E più avanti, onde affinare la distinzione, aggiunge: “Si potrebbe dire che, in pittura, l’abilità libera la fantasia; nella scrittura, l’immaginazione lasciata libera conduce alla scoperta dell’abilità”.

Ho citato il saggio di Hope diffusamente in quanto ritengo che in vari modi quasi tutti gli autori presenti in “The Poet’s Work” sposino la sua posizione, e che questo fatto riveli una curiosa e interessante divisione fra l’intento e i contenuti del libro. È descritto così nel sottotitolo: “29 maestri della poesia novecentesca sulle origini e la pratica della loro arte”, e al termine dell’introduzione il curatore esprime la pia, pedagogica speranza che “questi pezzi placheranno… i giovani poeti e studenti di creative-writing nella loro sete di riflessione sull’arte che stanno imparando”. Ma se il sottotitolo e l’introduzione in effetti esprimono l’intento del signor Gibbons, allora non può esserci dubbio che i poeti da lui scelti l’abbiano placidamente sabotato. Perché in realtà c’è ben poco nel libro sulle “Origini” della poesia, dal momento che nessuno dei contributi sfiora seriamente la storia della letteratura, e poco altro di più vi è sulla “Pratica”, se con questo termine intendiamo una discussione su come usare le parole che sia sullo stesso livello pratico delle discussioni su come utilizzare l’argilla che persino seri artisti della ceramica come Bernard Leach possono intraprendere con dignità e utilità.

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George Woodcock: Ora che sono uno scrittore in grado di esigere compensi abbastanza lauti dalle riviste a grande tiratura, molto spesso rifiuto di scrivere per loro e continuo a scrivere gratis sulle piccole riviste”

Di fatto, proseguendo nella lettura, ho trovato conferma a una convinzione che nutro da tempo circa la poesia come mistero, non tanto nell’antico significato medievale di mestiere condiviso da parte di coloro che siano passati attraverso una formazione adeguata, quanto piuttosto nel senso di comunità costituita da quanti la musa abbia chiamato ed eletto. Non mi è mai parso un caso che il nome di Orfeo, mitico fondatore della nostra arte, debba anche essere associato a uno dei grandi culti misterici dell’antichità. Questo punto di vista mi ha sempre portato a rifiutare le richieste di “insegnare” quella che in gergo chiamasi “scrittura creativa” (come se esistesse una scrittura non creativa!), in quanto io credo che soltanto chi è predisposto diventerà poeta, e forse inevitabilmente.

Come sostiene Wallace Stevens in un altro saggio (“The Irrational Element in Poetry”), riprodotto in “The Poet’s Work”, “Un poeta scrive poesie perché è un poeta; e non è un poeta perché è un poeta, ma in ragione della sua sensibilità personale”. Ciò di cui hanno bisogno i poeti una volta scoperta la loro predisposizione non è un qualsiasi genere di istruzione che possa essere trasmessa presso l’Accademia, la quale tradizionalmente è associata con la condanna platonica dei poeti; è la comunione con altri poeti, attraverso la lettura, attraverso l’ascolto, attraverso il contatto diretto in forma personale e non pedagogica. A più riprese i poeti di questo volume che parlano di come sono diventati poeti sottolineano questo ritorno a se stessi attraverso un processo intensamente personale di ricerca e sperimentazione. “Ho messo le mani inesperte in quasi ogni forma di poesia”, dice Dylan Thomas. “Come potevo imparare i trucchi del mestiere senza averli provati personalmente?” E Seamus Heaney racconta come attraverso l’imitazione di altri nella pratica effettiva di scrivere in versi il poeta fa la scoperta cruciale di una voce. “Trovare una voce significa poter mettere nelle proprie parole il proprio sentimento e che quelle parole hanno su di sé il tuo tocco”.

Ma è significativo che, sebbene Thomas – ad esempio – osservi “Nelle parole sono un artigiano scrupoloso, coscienzioso, partecipe, e ambiguo”, e confonda coloro che lo hanno ritratto come un apostolo dell’irrazionalità dionisiaca sottolineando l’indispensabilità del processo intellettuale nella composizione poetica, in questo libro ci sono pochissimi esempi in cui un poeta racconta come scrive una poesia. Randall Jarrell lo fa, ma la poesia che descrive, “The Woman at the Washington Zoo”, non è una delle sue migliori. E non ci sono esempi di quelle speculazioni, che i poeti spesso praticano privatamente, sulla natura e la psicologia del processo creativo. Forse perché, sebbene a volte parlino della questione, i poeti raramente ne scrivono. Tendono ad essere superstiziosi su tali argomenti, come si addice a chi è toccato dalla musa.

A dirla tutta, ho trovato molto di interessante in “The Poet’s Work”, ma ho avuto l’impressione che così è stato perché sono un poeta, e qui ci sono poeti che parlano della loro mente in un modo comprensibile ai loro pari, e discutono, come fa Louise Bogan in “The Pleasures of Formal Poetry” e Denise Levertov in “Some Notes on Organic Form” – quel genere di problemi che si presentano ai poeti praticanti quando, come dice Thomas – decidono “di rendere comprensibile e articolare ciò che può emergere da fonti inconsce”.

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George Woodcock (a sinistra) con George Orwell (fogli in mano, sulla destra) alla BBC. Nel ’42 furono tra i protagonisti di una rumorosa controversia sulle pagine della Partisan Review, dove Orwell pubblicava le sue Lettere da Londra. Motivo della discordia fra lo scrittore e il gruppo di intellettuali pacifisti (oltre a Woodcock, il poeta D.S. Savage e Alex Comfort fra gli altri), l’ormai storico aforisma orwelliano secondo il quale il “pacifismo è di fatto pro-fascista”. Fra i due George i rapporti si ricomposero presto, tanto che divennero buoni amici

Rispetto a coloro che scrivono in inglese ho trovato i poeti di varie tradizioni dell’Europa continentale molto più tortuosi nelle loro dichiarazioni, e forse più interessati ai ruoli simbolici del poeta come vate. Nessun poeta inglese o americano fa affermazioni altisonanti come Mandel’štam quando dice “La poesia è l’aratro che dissoda il tempo affinché gli strati temporali profondi, il suolo nero, appaiano in primo piano”; e le affermazioni fantasiose che i romantici fecero un tempo sono ridimensionate da aforismi come quello di Auden “‘I legislatori non riconosciuti del mondo’ sono i servizi segreti, non i poeti”. Inoltre, i poeti continentali – almeno in questa raccolta – non si fanno coinvolgere nelle discussioni teoriche sulla forma poetica che interessano gli anglofoni, ed è significativo – dopo il sorprendente appoggio di Thomas (per chi non lo conosceva) in favore dell’intellettualismo – trovare Lorca, nell’elogio di quel potere oscuro dell’ispirazione da lui chiamato duende, che dichiara: “l’intelletto è spesso il nemico della poesia, perché imita troppo”.

Io non credo che nessuno fra coloro che vanno in una scuola di “scrittura creativa” con la sola ambizione di diventare poeti otterranno molto più che della confusione da questo volume. Coloro che sono poeti – in vena di confrontare osservazioni – sovente troveranno ciò che dicono i loro colleghi poeti interessante, spesso fastidioso, e talvolta saranno ispirati da un intuito inusuale. Coloro che hanno imparato ad amare la poesia nella fase di desquamazione delle loro ambizioni poetiche – probabilmente la maggioranza dei lettori di poesia – saranno colpiti e forse un po’ illuminati da questo gran numero di poeti che parlano con circospezione di lavoro.
(George Woodcock)


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George Woodcock, “The Poet’s Work”, Ontario Review Volume 12/1980.
Per gentile concessione di Joyce Carol Oates.
Traduzione di Maria Teresa De Luca.

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