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2/2014 | FLOP!

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Luther Blissett: storia di una schiappa che ha ispirato la nostra (migliore?) letteratura

    (Marco Sigona) – Mi chiamo Luther. Luther Blissett. E le due “t” finali non sono un errore di battitura. Vi prego di considerarle sempre, ogniqualvolta il mio nome fa capolino nei vostri resoconti increduli e celatamente invidiosi della mia popolarità. Chi sono? Difficile a dirsi. Se rispolverate gli album di figurine Panini, sì quelle dei calciatori, del 1983/84, il mio nome e la mia faccia (ah…è un mezzobusto?) compaiono schiette tra gli attaccanti del luther-blissett-figurinaMilan. Sono quell’ombra scura tra Oscar Damiani (che scatto, che mito!) e Giuseppe Incocciati. Il presidente Farina mi volle a tutti i costi, strappandomi dalle nebbie dell’estremo nord della periferia di Londra. Già, quello londinese non è il clima ideale per un giamaicano. Ditelo a mia madre però, che imperterrita voleva respirare l’aria umida della capitale dell’impero.

    – “Parlano come noi, forse un po’ arrotato, mi fanno ridere, sembra che recitino sempre delle poesie!”

    Povera mamma, quante illusioni! Ma fece di tutto per farmi diventare un calciatore. E lo diventai eccome. Ci credete invidiosi? Nel Watford collezionai la bellezza di 95 gol diventando capocannoniere della prima divisione. Sì avete sentito bene: p-r-i-m-a d-i-v-i-s-i-o-n-e! Non la parrocchia sotto casa. Non vi basta? Allora beccatevi questa: uno dei primi giocatori di colore della nazionale inglese. Cosa c’entra questo con la psicogeografia? Non sapete rispondere? Ve lo spiego dopo.

    blissett-elton-john-petchey

    Luther Blissett nel ’91, al suo terzo ingaggio col Watford, fra il presidente Elton John e il direttore Jack Petchey

    E quindi il Milan. A quel tempo il campionato italiano era il più bello del mondo. Avevate vinto un mondiale in modo pazzesco, sfiorando l’eliminazione e poi asfaltando Argentina, Brasile, Polonia e Germania. Ma che vi eravate presi? A me non diedero nulla. Fu una sorpresa. Immaginavo allenamenti fantascientifici, preparatori metafisici, un calcio cosmico e di transavanguardia (ma come parlo?). Niente. Solita difesa e catenaccio. I brasiliani da voi non avevano vita facile; ma poi impararono (gli inglesi ancora no). E quindi il Milan, mi ripeto. Ma non sono mica andato a cercarli! Arrivarono in un giorno di pioggia fine, quella che percepisci ogni tanto, solo quando ti metti a correre. Li vedevo chiacchierare nei loro impermeabili con i dirigenti della mia squadra (anche loro in impermeabili, ma meno eleganti).

    – “Vai in Italia” mi dissero.

    Erano di poche parole. Parlava la musica del Presidente: tale Elton John, vi dice niente?

    – “Ti hanno comprato, in contanti. Un bel contratto. Bravo. Il capo è contento, senti come canta!”

    I remember when rock was young…”

    – “Vuoi andare su a salutarlo?”
    – “Non voglio disturbarlo”.

    “Me and Susie…”

    – “Ok, quando smette glielo dico. Ah, guarda che là fa caldo, non portarti la sciarpa”.

    Idiota! Non aveva mai fatto un allenamento a gennaio a Milanello. Gli Inglesi vivono sempre fuori dal mondo. Più che un’isola sembra un pianeta lontano.

    – “Sono tanto, tanto orgogliosa di te caro! Povero pulcino sei lì, così solo”.
    – “Mà, sono appena arrivato. Lasciami ambientare e ti trovo casa”.
    – “Stai lontano dalle donnacce! Li conosci gli Italiani. E i mafiosi, mio Dio!”

    All’allenatore Castagner feci subito una buona impressione. Nell’allenamento estivo ero brillante. Seguivo alla lettera ogni sua direttiva, ma Oscar crossava dei palloni troppo alti o troppo veloci. Mi vergognavo a dirglielo. E non era compito mio, in fondo. Come potevo rimproverare un giocatore della sua esperienza?

    – “Ti trovi bene qui?”
    – “Certo mister, ci mancherebbe!”

    Il solo fatto di indossare quella maglietta mi esaltava. La sera del primo giorno mi ero rigirato davanti allo specchio per quasi un’ora. Sembravo scemo. I calzoncini bianchi risaltavano sulla pelle nera, ero più scuro del solito.

    – “Dovresti un po’ anticipare, prima del cross. Ci arrivi sempre in ritardo”.
    – “Giusto mister, lo farò”.

    Ma il suo modo di guardarmi si stava, come dire, deteriorando. I sorrisi erano sempre più rari. Incrociavo con lui occhiate poco espressive, quasi perplesse, soprattutto quando i miei colpi di testa anluther-blissettdavano a vuoto o il pallone mi sfiorava la fronte lasciandomi un alone rosso cupo (che comunque per fortuna non si notava. Chi ha detto che è brutto essere neri?).

    Siete mai entrati a San Siro? Ma che tribuna, sul campo! Ditelo a quei giornalisti. Quelli in cravatta che scimmiottano la sera come saggisti di retorica. Diteglielo come si sta!
    Mi sentivo senza le gambe. Erano come scomparse dagli acetaboli.

    – “Allora, tieniti al centro, segui Oscar, stagli dietro ma non troppo! Ehi! Hai capito? Ma ci sei…? Vai Cristiddio! Vai!”

    Un time-out. Ciò che chiedevo con tutte le forze era un maledettissimo time-out!.

    – “Alza quella testa!”

    Un time-out. Ma non è mica la pallacanestro.

    – “Scusa Ameri, a San Siro rigore per il Milan”
    – “Vai pure con la radiocronaca Ciotti…”
    – “Ecco Blissett sul dischetto, si sistema la palla…il tiro! Fuori! È fuori!…incredibile…è tutto da San Siro a te Ameri…”

    Un mese prima della fine del campionato ero già di ritorno al Watford. Neppure la penna sensibile di Brera mi risparmiò la gogna.

    – “No mamma, ritorno, lascia perdere. Avevi ragione c’è troppa mafia, sì, è pericoloso…”

    Fu una dolorosa discesa. Mi sentivo scomparire. A volte avevo paura di guardarmi allo specchio: temevo di non vedermi. Ma sono realmente esistito?

    *

    Bologna metà anni ‘90. Il collettivo “Luther Blissett” gioca uno scherzo a Chi l’ha visto. Un giorno diffondono la notizia che l’artista Harry Kipper, cultore del “turismo psicogeografico”, si è perso in Friuli e il programma di Rai 3 si tuffa sul presunto fatto di cronaca, salvo scoprire poi che Harry Kipper non esiste. Si pubblicano libri firmati Luther Blissett, tra gli altri “Q”, e si sospetta che lo pseudonimo celi Umberto Eco, che però luther-blissett-qsmentisce. Un caso culturale.

    Sono tutti e nessuno, un dramma pirandelliano. Un movimento destabilizzante privo di gerarchie e logica comune. Controinformazione e attentati culturali.

    – “Ma chi quel giocatore? Ma va! A proposito dov’è finito?”

    Psicogeografia. Sì, mi ero ripromesso di parlarvene. Ecco cosa dice Luther (ma quale?):

    “Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari”.

    Capito? Beati voi. Un giorno a Roma fummo processati. Avevamo organizzato un meeting percettivo su tutti gli autobus. Chi pagava il biglietto? Ma Blissett naturalmente! Trenta in uno.

    – “Avvocato ma sta scherzando? Dove vuole arrivare?”
    – “Mi perdoni signor giudice. Sto solo cercando di farle capire che si tratta di un’unità di persona…”
    – “Ma quale unità di persona! Questi sono trenta portoghesi!”
    (Ma può un giudice esprimersi così?)

    Ecco tutto cari lettori. Ma chi ha parlato? Il calciatore? Io scrittore? Lo psicoturista? Siete voi? Ma ditemi siete mai esistiti? No, per favore non tirate in ballo la teologia spiccia. Chi ci avrebbe mai creati? E se fosse Luther Blissett? Pure lui! Ma, dico, sapete veramente leggere? Avete letto tra le righe? Sicuro? Bene. Quell’anno comunque feci cinque gol. Provateci voi in serie A!
    Luther Blissett


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